PERUGIA. CORSO “IL VANGELO AL LAVORO”

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Uno degli aspetti peculiari del carisma francescano è il rapporto tra fede, economia e lavoro. Conciliare il tempo del lavoro con quello della famiglia richiede una capacità che non riguarda unicamente la sfera sociale, ma anche il personale rapporto con Dio. Mediante la Parola, gli insegnamenti del Magistero sociale della Chiesa e la spiritualità francescana si vogliono offrire dei momenti di ascolto, riflessione e confronto su questi temi.

E’ una proposta rivolta a singoli e famiglie che desiderano dedicarsi un tempo privilegiato per crescere come cristiani nel proprio lavoro, qualunque esso sia.
A tenere il corso è p. Marco Asselle, laureato in Economia e Scienze sociali, coadiuvato da p. Massimo Chieruzzi.
E’ un percorso composto da catechesi bibliche e sugli insegnamenti della Chiesa in ordine al tema del lavoro. E’ prevista una visita ad Assisi e un’altra a Gubbio. Per bambini e ragazzi sono previsti laboratori, attività e giochi tenuti dagli educatori di Pepita Onlus.

COSTI: Per l’intero corso 320 €.
• Per le coppie di sposi 300 € ciascuno.
• 1° figlio 150 € (se fino ai 2 anni 75 €);
• 2° figlio 100 € (se fino ai 2 anni 50 €);
• 3° figlio 50 € (se fino a 2 anni gratis).
• Per chi versa la caparra entro il 15 luglio è prevista una riduzione sulla quota degli adulti: 300 € a persona, 280 € per le coppie di sposi.

L’iscrizione avviene mediante una richiesta per e-mail, in cui vanno segnalati tutti i dettagli relativi ai partecipanti (anche eventuali intolleranze alimentari), e il versamento di una caparra confirmatoria di 50 € a persona, mediante bonifico bancario. Per chi si iscrive entro il 15 luglio è prevista una riduzione, come indicato sopra.
INIZIO e FINE CORSO: Gli arrivi sono previsti nel pomeriggio di sabato 11 agosto. Il corso concluderà con il pranzo di giovedì 16 agosto.
CONTATTI: Per maggiori informazioni scrivi a info@monteripido.it.

PERUGIA. GIORNATA MISSIONARI MARTIRI

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Il 24 marzo – anniversario dell’uccisione di Mons. Romero vescovo di San Salvador – tutta la Chiesa Italiana è invitata a celebrare la 26° Giornata di preghiera e digiuno per i missionari martiri per riflettere, pregare a fare memoria dei tanti fratelli sacerdoti, religiosi e laici che ogni anno perdono la vita a causa del Vangelo.

E proprio quest’anno nel mese di Ottobre Papa Francesco proclamerà santo Mons Oscar Arnulfo Romero: un grande segno, una reale occasione di preghiera e riflessione per tutte le nostre comunità.

Il tema della giornata di quest’anno “Chiamati alla vita” ci aiuta a comprendere che sono chiamati alla vita della grazia non solo i tanti martiri che hanno dato la propria vita in tanti parti del mondo, ma anche tanti cristiani e ciascuno di noi quando cerca di vivere nel quotidiano la propria fede nella carità ed amicizia verso i tanti fratelli privati di una vita degna a sfruttati ancor oggi in tanti  luoghi del mondo.

A Perugia sabato 24 marzo a partire dalle ore 17,00 fino alle 20,00 presso la Cappella del Collandone di Corso Vannucci vi sarà l’adorazione missionaria ed a seguire la  preghiera  del rosario per i tanti martiri missionari.

“Nelle Diocesi umbre celebreremo la giornata dei missionari martiri – spiega la coordinatrice della Commissione missionaria regionale Anna Maria Federico – con varie momenti di preghiera ed adorazione missionaria  a livello  parrocchiale, interparrocchiale e diocesano ed anche con gesti di solidarietà concreta per sostenere quest’anno un progetto di solidarietà universale da realizzare nella Repubblica centrafricana, nella Diocesi di Bangui per il concreto sostegno ad un centro di promozione della Donna affidato alla Congregazione delle suore missionarie Figlie di Maria. E’ importante che si sostenga questo progetto di solidarietà per le donne della Repubblica Centrafricana, abbiamo avuto notizia di tanta violenza e sofferenza che sta colpendo quel paese”.

INCONTRO DEI VESCOVI UMRBI CON IL NUNZIO APOSTOLICO

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Nella riunione del 12 Marzo della Conferenza episcopale umbra (Ceu), svoltasi al seminario regionale Pio XI di Assisi, i vescovi umbri hanno accolto il nuovo nunzio apostolico in Italia e nella Repubblica di San Marino, l’arcivescovo Emil Paul Tscherrig (fino a qualche mese fa ambasciatore del Papa in Argentina), che ha portato i saluti del Santo Padre, ha augurato ai vescovi umbri di “proseguire nel cammino pastorale sull’esempio dei Santi di questa terra”.

In apertura dell’incontro i vescovi hanno ricordato i cinque anni dell’elezione di Papa Francesco, pregando affinché il suo ministero porti sempre maggiori frutti nella Chiesa universale.

Rispetto alla situazione venutasi a delineare a seguito delle recenti elezioni politiche, i vescovi umbri confidano nel senso di responsabilità degli eletti per la ricerca e la costruzione del bene comune, con particolare attenzione alle fasce sociali più deboli. Salutano i parlamentari umbri ed augurano loro un buon lavoro a servizio del Paese e della nostra regione.

Dopo la relazione di mons. Renato Boccardo, arcivescovo di Spoleto-Norcia e presidente della Ceu, sull’incontro delle Commissioni ecclesiali del 3 marzo scorso, i vescovi dell’Umbria hanno annunciato un’Assemblea ecclesiale regionale, da celebrarsi nell’anno pastorale 2018-2019, che “aiuti a focalizzare la missione contemporanea della Chiesa nella terra dei santi Benedetto e Francesco”.

“Sarà un confronto sinodale – afferma Boccardo – sullo stile del convegno della Chiesa italiana di Firenze del 2015 e che si baserà sull’Esortazione Apostolica di Papa Francesco Evangelii Gaudium. Avremo a cuore il bene della nostra Chiesa umbra e, attraverso un percorso di preghiera, di riflessione e di discernimento, cercheremo di essere propositivi per una crescita sinergica delle nostre comunità diocesane”.

L’Assemblea si inserisce in un tempo non felice per l’Umbria, caratterizzato da varie difficoltà legate a povertà, calo demografico, disoccupazione giovanile. Nei centri di ascolto delle Caritas diocesane non si era mai registrato un numero di giovani così alto a chiedere aiuto ed assistenza. Anche la Chiesa umbra è chiamata a prendere coscienza di questa difficile situazione e, per quanto di sua competenza, collaborare a trovare delle soluzioni. In questa direzione va il progetto delle diocesi di Perugia-Città della Pieve e Spoleto-Norcia per dare aiuto ai più giovani con borse di lavoro finalizzate alla creazione di occupazione.

PERUGIA. LA MOSTRA “TUTTA L’UMBRIA UNA MOSTRA”

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In mostra oltre 140 opere in arrivo soprattutto da diocesi e chiese per le quali la Galleria Nazionale dell’Umbria ha finanziato quasi 100 mila euro di restauri.

Ad aprire è il Trittico con la Madonna con bambino del Marzolini, del 1275, ma ancora così orientaleggiante, che era qui anche nel 1907. Poi, uno dopo l’altro, ecco il Cristo straziante di Nicolò Alunno, che tanto commosse la Regina Margherita. La celeberrima Annunciazione Ranieri del Perugino, i Gonfaloni delle processioni per scongiurare carestie e pestilenze, in una galleria infinita di volti angelicati, fondi oro, Madonne e santi, che per la prima volta rimettono insieme maestri come Gentile da Fabriano, Benozzo Gozzoli, Pintoricchio, Duccio, Beato Angelico, Piero della Francesca e Pietro da Cortona.

È proprio “Tutta l’Umbria una mostra”, come recita il titolo della grande esposizione pensata per festeggiare i 100 anni della Galleria Nazionale dell’Umbria prendendo spunto dalla storica Mostra d’antica arte umbra del 1907, la più imponente esposizione mai organizzata dalla regione, che con oltre mille pezzi al tempo contribuì a definire per la prima vota caratteristiche e tratti della scuola nata su questa terra tra Medioevo e Rinascimento.

Fino al 10 Giugno 2018
Galleria Nazionale dell’Umbria, Corso Vannucci 19 ‒ Perugia
Orario: marzo da mar–dom 8.30–19.30, chiuso lunedì; lunedì 12.00–19.30, mar–dom: 8.30–19.30
Per informazioni: https://gallerianazionaledellumbria.it

LA RIFLESSIONE DEL CARD. BASSETTI SUL LIBRO “FRANCESCO IL RIBELLE”

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Di seguito la riflessione articolata e anche inedita che il cardinale di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei Gualtiero Bassetti fa scaturire dalla lettura del nuovo libro ‘Francesco il ribelle’ di padre Enzo Fortunato.

Saluto e ringrazio l’autore del volume, padre Enzo Fortunato, che attraverso i mezzi di comunicazione sociale ci rende partecipi dei suoi studi; non è il caso che mi soffermi io sul suo curriculum, tra l’altro è il direttore della sala stampa del Sacro Convento di Assisi, collabora con varie testate giornalistiche e conduce seguitissime trasmissioni radiofoniche. Per la sua modernità di approccio, oltre che la profondità di contenuto, è stato chiamato “il divulgatore del messaggio 2.0 di san Francesco”.

Oggi ci regala questo libro, dal titolo: Francesco il ribelle. Il linguaggio, i gesti e i luoghi di un uomo che ha segnato il corso della storia. Mi sono chiesto anch’io, come tanti, il significato di un altro libro, nella già vastissima bibliografia su san Francesco; se lo è chiesto pure il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, che firma la prefazione.

“La risposta” scrive il cardinale Parolin “è che questo lavoro di Enzo Fortunato ha una sua caratterizzazione specifica. Si potrebbe dire che si tratta di una lettura ecclesiale del santo di Assisi. Perché non c’è dubbio sul fatto che Francesco sia anzitutto un uomo di Chiesa, fedele al Papa, e che la Chiesa cattolica si misuri costantemente con l’eredità evangelica del Santo di Assisi”.
Un confronto più che mai vivo oggi che un Papa ha assunto consapevolmente, e coraggiosamente, di assumere il nome di Francesco, “mentre la Chiesa cerca ogni giorno di compiere quel cammino “in uscita”” chiestole appunto da questo Papa.

Il libro spiega la natura della “ribellione” di san Francesco, che consiste nella stessa obbedienza.
Tutto sta nel capire l’esatta portata dei termini. Ribellione e obbedienza: è lo stesso paradosso che incarna Gesù Cristo, quando tiene testa ai benpensanti, i burocrati della gerarchia e della élite di allora, per obbedire alla Legge del Padre suo: non per far legge per conto proprio o per fondare una casta o una setta o un partito (neppure un ordine religioso, nel caso di Francesco, ma solo una fraternità!), perché “neppure uno iota della Legge vada perduto”.

Come quello di Gesù Cristo, “il sogno di Francesco è insieme il sogno di una modernità nel segno del Vangelo”. Una modernità che è l’eterno presente della Parola, incarnata nell’azione, nell’andare per il mondo”.
L’Italia dei Comuni stava generando una sensibilità nuova ed è all’interno di questa, vivendola appieno ma anche superandola, che Francesco vive la sua esperienza dilagante [p. 7].
Lo dimostrano l’arte e la poesia, che subito gli danno spazio, cominciando da Cimabue-Giotto e da Dante.
Persino il linguaggio di Francesco è rivoluzionario: è volto ad annullare gli antagonismi di una società basata sul potere e la forza delle relazioni familiari. Dalle fonti emerge la grande diffidenza del Santo verso espressioni che implicano il predominio o presuppongono uno stato d’inferiorità di talune persone. Francesco aborrisce parole come maestro e magnate ma anche superiore e priore. Come anche abate e abbazia.
Lo prescrive nella Regola: “E nessuno sia chiamato priore, ma tutti siano chiamati semplicemente frati minori. E l’uno lavi i piedi all’altro”.
Mentre abbazia si riferisce alle “pertinenze dell’abate”, al “suo” territorio, la parola convento richiama il convenire, lo stare insieme, il luogo da cui ripartire. Diventano positive parole come fratello, fraternità e minore, piuttosto che superiore. Negli scritti di Francesco, ci insegna padre Enzo, la parola più usata è fratello. Il termine per indicare il responsabile di un gruppo di conventi non è superiore, ma custode, e il guardiano di un convento è colui che “guarda” l’altro nel senso che se ne prende cura.
In linea con il Vangelo e in perenne ascolto dialogante (mai scontato!) della parola del Signore, la ribellione di Francesco è anche quella della perfetta carità.

Il chiostro di Francesco è il mondo e lui rompe con ogni luogo chiuso, con ogni forma di divisione. Il suo verbo è andare verso e non aspettare. Sotto molti aspetti, “rompe” persino con le indicazioni di altri santi come Agostino, Bernardo, Benedetto.
Scrive Giorgio Agamben in un libro dedicato a Francesco [p. 40] che chi segue la regola non si obbliga, come avviene nel diritto, al compimento di singoli atti, ma mette in questione il suo modo di vivere, la sua stessa forma vivendi. Una “forma di vita”, come scrive san Bonaventura. Alla regola si aderisce integralmente: forma e sostanza sono tutt’uno. Per Francesco, come per Cristo, la legge è la vita, e viceversa.

“Il Signore mi ha detto che questo egli voleva: che io fossi nel mondo un “novello pazzo””. Un pazzo, sì, ma per annunciare la follia del Vangelo nelle piazze e, diremmo oggi con il linguaggio del “nostro” Francesco attuale, nelle periferie del mondo.

Naturalmente bisogna intendersi sul significato di questa follia. Questo è appunto il valore e il significato del libro, dove i termini follia e ribellione vengono abbinati a sinonimi che non risulterebbero neppure nei migliori dizionari: obbedienza, allegria, docilità, mansuetudine. E dove sta lo snodo? Nella parola del Signore, che ci insegna questa stessa associazione, apparentemente contraddittoria. Chi segue il Vangelo, come Francesco, l’alter Christus per eccellenza, è al tempo stesso libero e obbediente, ribelle e docile, folle e appagato.

Sono molti i gesti di rottura, più o meno plateali: la rottura con la mondanità e le feste, l’abbraccio dei lebbrosi, il rifiuto della mentalità mercantile rappresentata a un certo punto dal padre. Nel rapporto con il Papato, la rivoluzione di Francesco è il non accontentarsi e l’andare oltre, anche qui per “andare verso”: è la ricerca appassionata del senso autentico che il cristianesimo incarnato rischia di smarrire; ma Francesco tradirebbe se stesso e il suo stesso percorso, se andasse anche contro la Chiesa. Perciò insiste con il confronto e lo spirito di obbedienza. In realtà, ammonisce l’autore, Francesco è ribelle contro il suo tempo che sta volgendo verso l’individualismo e la “società dell’avere”, non contro la Chiesa e neppure contro la gerarchia.

È un Francesco che già da giovanissimo, agiato, canterino, scanzonato, entra in conflitto interiore e non fa nulla per mascherarlo; scaccia il mendicante che era entrato nella bottega paterna e poi si pente e prova acuto rimorso; pratica una prodigalità estrema, impulsiva; con i lebbrosi si converte, anzi si lascia travolgere, andando dalla ripulsa allo slancio. Non è certo uno che si maschera o si tira indietro, non è uno che ama le mezze misure; per lui cavalleria e cortesia non significano ipocrisia, anzi vengono portate alle estreme conseguenze. È il ragazzo che quando sente parlare dell’amore di Dio prova un intimo turbamento, un rimescolamento; per lui, pur essendo colto, non era certo un fatto formale o letterario l’innamoramento e lo sposalizio con Madonna Povertà.

Impugna le armi Francesco, da giovanissimo, pensando di spendersi per una buona causa, ma anche lì riesce a dar prova del suo temperamento quando, in carcere, con la sua predisposizione alla gioia riesce a sciogliere il cuore di “un cavaliere superbo, un caratteraccio insopportabile”, che tutti cercano di emarginare. La pazienza di Francesco non si spezza e, a furia di sopportare quell’intrattabile, riesce a ristabilire la pace fra tutti (lo narra Tommaso da Celano) [p. 18 del libro].

Come abbiamo visto, dunque, la ribellione di Francesco si accoppia a strani sinonimi, inconsueti: pazienza, mansuetudine, obbedienza, mitezza, cavalleria. Il punto di snodo è descritto da lui stesso nel Testamento, quando racconta l’incontro con i lebbrosi, ardente come era stato tutto il resto (la vita mondana, la corsa in Puglia per fare il crociato fermata a Spoleto da uno strano malessere, la missione a Roma come commerciante da cui tornò mendicante): “E allontanandomi da essi [i lebbrosi], ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo”.

È il Francesco che si cala nella vita e nel mondo senza paura di sporcarsi le mani, cerca il contatto intimo con le profondità di sé stesso, senza finzioni, e con il vescovo della sua città, amata e difesa ma mai idolatrata – ecco un altro sostanziale punto di snodo. Pronto a seguire il vessillo di un ideale che riteneva giusto – la Crociata, la riparazione materiale di una chiesa – era altrettanto pronto a mirare più in alto – duc in altum! – quando intravedeva ciò che rischiava di essere nascosto e soffocato da maschere e vestiti. Pronto, come sappiamo, a spogliarsi dei rivestimenti esteriori (e non solo metaforicamente!) quando si rivelano un impedimento al santo viaggio.

E c’è da intendersi anche sul significato di questo “viaggio”, di questo “andare verso”. Acutamente l’autore sottolinea [p. 32], rifacendosi anche a Massimo Cacciari, la natura di questo movimento in uscita, che si differenzia persino dall’idea di pellegrinaggio.
“Il cammino di Francesco è un correre verso l’altro. Ogni staticità nella relazione di prossimità viene travolta dalla gioia che dona questo volare all’altro, libero da ogni impedimento”. Nelle immagini dantesche Francesco “corre, corre via dal padre che lo vuole trattenere, corre dietro alla sua amata Madonna Povertà, corre senza perdere la letizia, senza alcuna melanconia. La sua strada non ha altra meta che non sia l’uomo, ovunque egli si trovi, a Gerusalemme come a Damietta, a Betlemme come a Gerico”.

Soprattutto “è interessante notare come il cammino di Francesco sia animato dal pacificare” (un altro termine che non assoceremmo alla ribellione). Ne sono testimonianza i suoi numerosi incontri con gesti rivoluzionari, ribelli in quanto controcorrente. È esemplare quello con i briganti, i malviventi, addolciti da un comportamento amorevole e gioioso.
“Il ribelle è infatti colui che dice no a sistemi iniqui, perversi, accomodanti. Che rinuncia ai “sì” sporcati dal tornaconto personale o da compromessi che non rispettano le persone. Da dogmatismi che non permettono di cogliere il cuore della vita, il battito delle persone”.

Il cardine della sua prima rivoluzione passa anche per la rinuncia alla proprietà e all’uso del denaro: i frati, infatti, lavorano e servono gratuitamente, per una rivoluzionaria economia. In un’epoca in cui cominciava a circolare moneta e la ricchezza si concentrava nelle mani di pochi, Francesco e gli altri lavorano per servire e non per accumulare, come Francesco ribadisce nel Testamento; “non vogliono entrare nel sistema dei vincoli, delle donazioni, delle elargizioni o dei favori, ma desiderano rimanere liberi e indipendenti”.

Nella Regola non bollata vengono addirittura proibite alcune attività non perché illecite, ma perché non evidenziano l’attenzione ai bisogni degli altri. Al capitolo VIII [p. 49] Francesco “invita i frati a manifestare all’altro la propria necessità con fiducia e ciascuno è chiamato ad amare e nutrire il proprio fratello come la madre ama e nutre il proprio figlio. È il cuore di un nuovo umanesimo che il figlio di Bernardone desidera esprimere attraverso l’esemplarità dei rapporti fraterni, in una società dal cuore indurito dalle nuove forme di commercio e guadagno”.

[p. 42] Come cerca e ritiene imprescindibile il rapporto, l’approvazione e la buona armonia con il Papa, al quale sottopone la sua Regola a testa alta e non con servilismo (così lo dipingono sia Giotto sia Dante), Francesco testimonia e propugna “una Chiesa cristiana che gli permette, a sua volta, di rivolgersi a tutti, di riannodare i rapporti con tutti”. Celebre. bellissima e attualissima è la Lettera ai Reggitori dei Popoli che, “senza remore e con schiettezza evangelica, esorta i detentori del potere politico a essere retti, a pensare alla povera gente”.
Molto bene l’autore ne evidenzia i tre momenti: “il primo è l’invito alla lode, lode al Signore, che Francesco trae dall’esperienza del suo viaggio a Damietta quando avrà ascoltato e visto i muezzin; il secondo è l’appello ad avere chiara la gerarchia dei valori della propria esistenza; infine a mettere al centro del loro programma “politico” il bene comune, l’attenzione a non chiudersi nel proprio io ma pensare agli ultimi e ai poveri” [la lettera A tutti i podestà e ai consoli, ai giudici e ai reggitori di ogni parte del mondo, e a tutti gli altri ai quali giungerà questa lettera è a p. 44].

Anche la contemplazione della bellezza, quale emerge per esempio dal Cantico di Frate Sole, mette in luce aspetti nuovi in questo libro [p. 78]: “La novità di Francesco, che lo distanzia dai movimenti pauperistici presenti nella sua epoca, sta nella percezione della bellezza che la natura emana perché creata da Dio. L’ascetismo, anche il più ortodosso, fino ai movimenti ereticali contemporanei a Francesco, rifiutava il mondo terreno e non poteva giungere ad abbracciare tutti gli aspetti del creato. Nelle Lodi di Francesco la materia solleva il corpo per volgersi a Dio. Così l’uomo solleva se stesso e il mondo con tutte le sue bellezze, malattie, sofferenze che diventano prova, non solo espressione, dell’amore divino”.

Molto bello anche il capitolo dedicato a Chiara, che risente a sua volta della tempra di Francesco e anche della propria, e l’appendice che contiene le preghiere di Francesco e le più significative a lui dedicate, da quella di san Giovanni Paolo II a quella di santa Teresa di Calcutta, da quelle di Papa Francesco al Canto di una creatura di Alda Merini.

Molte sono nel libro le citazioni di vari autori, filosofi e storici (fra gli altri Franco Cardini e Chiara Frugoni) e anche poeti, come Emily Dickinson. Una citazione che mi è tanto cara è quella [p. 72] del mio conterraneo Dino Campana, che “volle seguire le tracce di Francesco, proprio lì dove rischiò di perdersi senza trovare la via del ritorno, tra le ‘altezze mistiche della Verna’. Sul suo diario si trovano queste parole: “Il santo appare come l’ombra di Cristo, rassegnata, nata in terra d’umanesimo, che accetta il suo destino nella solitudine. La sua rinuncia è semplice e dolce: dalla sua solitudine intona il canto alla natura con fede: Frate Sole, Suor Acqua, Frate Lupo. Un caro santo italiano””.

Dino, durante i suoi viaggio solitari, si rispecchia nelle solitudini mistiche della Verna e in qualche modo intuisce quella di san Francesco quando si trova isolato dai compagni e travagliato dai dubbi, come Cristo sul Calvario, tentato in quella che era una delle sue caratteristiche più insistite e anche più libere ed evangeliche: la gioia.

Naturalmente Dino proietta nel Santo qualcosa di sé e della sua storia molto particolare; ma forse riesce a intuire la sottigliezza del rapporto non facile fra obbedienza e ribellione, che a ben guardare è lo smarrimento in cui si trova il cristiano al bivio tra adesione a Cristo e alla Chiesa da Lui fondata, e tentazione di andare per conto proprio. Di nuovo, Francesco dovette mettersi in ascolto, e fu anche questa una ulteriore “ribellione”, con una grande vittoria che sarebbe durata nei secoli.

Come ha ricordato Papa Francesco nella Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae giovedì 11 aprile 2013, praticamente all’inizio del suo pontificato, l’obbedienza è ascolto che rende liberi. Spiegava il Papa che, molti secoli dopo, aveva deciso di assumere il nome del Santo di Assisi: “Dio non può essere oggetto di negoziato. E la fede non prevede la possibilità di essere “tiepidi”, “né cattivi né buoni” (come ammonisce l’Apocalisse), cercando con una doppia vita di arrivare a un compromesso per uno status vivendi con il mondo”. Fu questa la nuova ribellione di obbedienza che santificò Francesco, mettendosi in ascolto di Dio e Dio soltanto, proprio nel “deserto” della Verna.

Commentando la risposta di Pietro al Sinedrio: “bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini” (At 5, 27-33), il Pontefice si chiede: “Cosa significa obbedire a Dio? Significa che noi dobbiamo essere come schiavi, tutti legati? No, perché proprio chi obbedisce a Dio è libero, non è schiavo! E come si fa questo? Io obbedisco, non faccio la mia volontà e sono libero? Sembra una contraddizione. E non è una contraddizione”. Infatti “obbedire viene dal latino, e significa ascoltare, sentire l’altro. Obbedire a Dio è ascoltare Dio, avere il cuore aperto per andare sulla strada che Dio ci indica. L’obbedienza a Dio è ascoltare Dio. E questo ci fa liberi”.

Naturalmente il Papa non poteva che parlare di strada, e anche padre Enzo nel raccontare “Francesco il ribelle” cita le sue strade, i suoi tanti percorsi e gli infaticabili itinerari. La Chiesa, ricordava il Papa appena eletto, ci invita ad “andare per la strada di Gesù” e a “non sentire quelle proposte che ci fa il mondo, quelle proposte di peccato o quelle proposte così così, metà e metà”: un modo di vivere che “non va” e “non ci farà felici”. Anche se andare per le strade di Gesù costa persecuzione e tanti sono anche i martiri “che hanno messo la carne al fuoco”, ricorda il Papa.

Mi è cara infine la sottolineatura che fa Dino Campana su san Francesco come “caro santo italiano”: questa mia, nostra Italia, la patria che san Francesco amò tanto e che Egli rappresenta ancora. La sua figura – quella vera, quella che emerge da questo libro – è oggi più che mai emblema del nostro Paese, è la nostra fierezza, una delle voci e delle espressioni più autentiche, la forza di cui dovremmo essere orgogliosi e che dovremmo valorizzare sempre meglio.

Diceva il Papa il 4 ottobre 2013, in visita pastorale ad Assisi, che la pace francescana non è un sentimento sdolcinato. “Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (cfr Gv 13,34; 15,12). E questo giogo non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con mitezza e umiltà di cuore”.

Il Santo Padre, il provvidenziale Francesco dei nostri tempi, concludeva con una preghiera “per la Nazione italiana, perché ciascuno lavori sempre per il bene comune, guardando a ciò che unisce più che a ciò che divide”.
Questo vuole essere anche la mia preghiera, il mio augurio e la mia benedizione, e grazie al Signore che ha ispirato questo nuovo libro che riaccende l’interesse sulla figura di Francesco come realmente è e come può ancora illuminare il nostro cammino oggi e per il futuro.

PERUGIA. UNA MESSA IN MEMORIA DELL’ARCIVESCOVO PAGANI

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Perugia ricorda monsignor Cesare Pagani, presidente Ceu e arcivescovo dal 1976 fino al 1988, a 30 anni dalla sua morte.

Fin da giovane seminarista (fu ordinato sacerdote dal beato card. Alfredo Ildefonso Schuster a 23 anni, il 3 giugno 1944), Pagani coltivò la passione di evangelizzare il mondo del lavoro; non a caso troviamo nel suo stemma episcopale la “ruota dentata”, simbolo dell’attività lavorativa (uno dei tre elementi caratterizzanti l’emblema della Repubblica Italiana). Il sociale ed il mondo del lavoro, l’impegno dei laici a livello culturale e politico ed i giovani, sono stati al centro dell’attenzione pastorale di mons. Pagani che ha trovato costante ispirazione nei documenti del Concilio Vaticano II. Monsignor Pagani fu molto vicino al mondo del lavoro ma anche a quello dei giovani, costituendo a Perugia la Consulta diocesana giovanile.

Sarà ricordato dalla diocesi di Perugia-Città della Pieve con una celebrazione eucaristica, lunedì 12 marzo. A presiederla, alle 18, sarà il vescovo ausiliare, mons. Paolo Giulietti, nella cattedrale di San Lorenzo, nella cui “cripta dei vescovi defunti” riposa il corpo di mons. Pagani. Il presule è stato il primo pastore della Chiesa di Perugia e Città della Pieve unite per decreto nel 1986. Sempre in quell’anno si tenne la visita apostolica di papa Giovanni Paolo II alla città di Perugia. Sotto il suo episcopato sono nate le prime opere-segno della Caritas diocesana.

“Mons. Pagani era anche molto impegnato nel seguire le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata”, si legge in una nota della diocesi. Suo seminarista è stato il vescovo ausiliare mons. Giulietti: “È vissuto in un periodo storico segnato dalla faticosa recezione dell’ecclesiologia del Vaticano II, che mons. Pagani ha inteso attuare con il suo modo di ‘fare il vescovo’: molti ha conquistato e molti altri ha messo in crisi – ricorda l’ausiliare -. Aveva una visione nuova di Chiesa, caratterizzata dal senso forte della diocesi, dalla dignità e dal ruolo del laicato, dal primato della Parola, dall’ansia per l’evangelizzazione, nel confronto aperto e serrato con la civiltà contemporanea. È stato un vescovo che si è fatto ‘modello del gregge’ sulla via del rinnovamento conciliare: in questo è stato per molti un vero padre nella fede”.

PERUGIA. IL CARD. BASSETTI IN VISITA ALLA PERUGINA

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“Un saluto particolare, stamani, lo rivolgo alle donne, meravigliosa invenzione di Dio; prima di tutto per quello che sono e poi per quello che fanno: la sposa, la madre, la donna che lavora”. Con queste parole il cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, Gualtiero Bassetti, ha introdotto la celebrazione eucaristica della mattina dell’8 marzo, Festa della donna, in uno dei luoghi-simbolo dell’industria alimentare umbra, lo stabilimento Nestlé-Perugina a San Sisto di Perugia, dove il porporato si è recato in visita in occasione della Pasqua. “Le donne – ha proseguito il cardinale – svolgono un ruolo importante anche nella scuola, soprattutto in quelle dell’infanzia e primaria, dove la maggior parte dei bambini sono affidati a loro che li seguono con cura materna. Anche per questo ringraziamo il Signore per queste meravigliose creature, le nostre donne, che vogliamo rispettare, venerare e onorare nella loro dignità”.

Durante la celebrazione eucaristica allo stabilimento Nestlé-Perugina il Card. Bassetti ha affermato: “So che avete tanti problemi. Conosco la crisi che sta vivendo la vostra azienda e condivido le vostre preoccupazioni. Sono padre e pastore di questa Chiesa e mi sta a cuore il futuro delle vostre famiglie e dei vostri figli”.

“Mi stanno a cuore le ansie, le preoccupazioni, le speranze che la gente sta vivendo in questo piccolo fazzoletto di terra che è l’Umbria – ha aggiunto il porporato -. La nostra Umbria, per un motivo o per un altro, è molto provata e per la nostra gente ci sono tante sofferenze come quelle vissute dai terremotati. Mi sta a cuore l’avvenire dei nostri figli, mentre noto e constato che purtroppo tanti giovani abbandonano la nostra amata terra per motivi di lavoro”.

“Sarei cieco se non vedessi tutte queste problematiche e non le condividessi con voi – ha affermato il cardinale –, ma sono qui stamani soprattutto per dirvi una parola di speranza che possa risollevare i nostri cuori. E l’unica parola che il vescovo pone al centro, al cuore di questa Eucaristia, è una persona: Gesù. È vicina la sua Pasqua, una Pasqua di morte e di resurrezione e noi siamo qui per affidarci a Lui nelle nostre morti, ma anche nella speranza delle nostre resurrezioni”. “Lui solo opera il bene e diffonde l’amore – ha proseguito il porporato -. Per questo Gesù è più forte del male e del maligno, perché Lui diffonde pace e può salvare e custodire le nostre persone, le nostre case, i nostri luoghi di lavoro. Solo chi confida nel Signore, solo chi ascolta la sua Parola, con fedeltà, può sconfiggere il potere del male e raccogliere per sé e per tutti i frutti di amore e di speranza. Di Lui, particolarmente, tutti noi abbiamo bisogno”.

Al termine della celebrazione don Claudio Regni, il “parroco” della Perugina (così è chiamato dai lavoratori), ha annunciato la “giornata del lavoro e della solidarietà”, per grandi e piccini, in calendario il 15 aprile, nel cuore della zona industriale di San Sisto, attorno all’antica chiesetta restaurata situata nelle vicinanze dell’Emporio Caritas “Divina Misericordia”. Un’opera voluta dal card. Bassetti, attiva dal marzo 2016, dove settimanalmente si recano 400 famiglie in difficoltà a causa della mancanza di lavoro.

PERUGIA. ARRIVA “IL GRILLO PARLANTE” AL “VILLAGGIO DELLA CARITA'”

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Al “Villaggio della Carità” di Perugia, in via Montemalbe 1 (zona via Cortonese), arriva “Il Grillo parlante”. Non quello che nella storia scritta da Collodi fungeva da coscienza critica di Pinocchio. Bensì uno spazio di orientamento e informazioni per aiutare coloro che, ad esempio, sono in cerca di un lavoro e necessitano di assistenza per compilare il “curriculum vitae” od orientarsi nella ricerca della professione. Ma anche, specie tra le fasce più povere, per chi ha bisogno di informazioni su come poter usufruire di sussidi ed aiuti economici tipo Reddito d’inclusione (Rei), Social Card, Bonus bebè. Le famiglie dove sono presenti figli in età scolare potranno inoltre trovare un aiuto per la compilazione dei modelli di domanda o iscrizione ai vari istituti.

Dal “Il Grillo parlante” lo spazio offrirà indicazioni ed assistenza anche a livello di educazione al risparmio, bilancio familiare e … tanto altro. Gestito dall’assistente sociale Silvia Bagnarelli, responsabile del Centro d’Ascolto della Caritas diocesana, il nuovo servizio entrerà in funzione l’8 marzo e sarà aperto ogni giovedì pomeriggio, dalle ore 15 alle 18. Per maggiori informazioni, ci si può rivolgere al Centralino della Caritas diocesana, ai numeri telefonici: 075/5723851 o 075/5733666. Contratti via mail all’indirizzo: info@caritasperugia.it.

INAUGURAZIONE DELL’ANNO GIUDIZIARIO DEL TRIBUNALE ECCLESIASTICO UMBRO

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Alla presenza dei vescovi umbri e dei rappresentanti della Magistratura civile, è stato inaugurato a Perugia, nella sala del Dottorato delle Logge della cattedrale di San Lorenzo, il 6 marzo, l’Anno giudiziario del Tribunale ecclesiastico interdiocesano umbro (Teiu) di prima istanza, competente per le cause di nullità matrimoniale per le Archidiocesi e le Diocesi in Umbria.

Dopo gli interventi del cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti, moderatore del TEIU, e di padre Cristoforo Pawlik, vicario giudiziale del TEIU, mons. Paolo Bianchi, vicario giudiziale del TER Lombardo, ha tenuto la sua prolusione dal tema: “Le condizioni di ammissione al processo breviore e il ruolo del vescovo in tale forma processuale”, la vera novità del MP Mitis Iudex Dominus Iesus con cui papa Francesco, nel 2015, ha riformato il processo di nullità matrimoniale canonica. Mons. Bianchi ha illustrato i due passaggi fondamentali del processus brevior: la fase preliminare, esponendo le condizioni obbligatorie per l’ammissione della causa, e il ruolo del vescovo diocesano competente di giudicare. Inoltre ha coniugato le riflessioni sul tema basandosi sia sullo studio, sia sulla esperienza personale. Lo studio ha preso in esame la dottrina prodotta negli ultimi due anni sul tema (tempo dall’entrata in vigore della legge), insieme all’esperienza maturata nel Tribunale Lombardo.

Il numero delle cause.

Padre Pawlik, nel relazionare sull’attività 2017 del TEIU, ha ricordato che «le cause di nullità matrimoniale (n.m.) pendenti al 31 dicembre 2016 erano 93 e quelle introdotte nel corso del 2017 sono state 106 e nessun Super Rato, per un totale di 199. Tra le cause di n.m., una è stata introdotta e trattata con rito breviore e unadocumentale». Nel 2017, ha proseguito il vicario giudiziale, «sono state portate a termine 104 cause di n.m., comprese quelle breviore e documentale, di cui 102 cause con sentenza affermativa, una con sentenza negativa e una è stata archiviata per la morte della parte convenuta». Inoltre, al 31 dicembre 2017, ha comunicato padre Pawlik, «risultavano pendenti 95 cause n.m. e nessuna richiesta di dispensa Super rato, di cui 9 prossime alla sentenza, 14 in fase di dibattimentale, 35 giacenti presso i periti, 36 in fase di istruttoria e una sospesa».

I capi di nullità e i tempi delle cause.

Tra i capi di nullità accusati con i rispettivi pronunciamenti, quelli di esclusione indissolubilità, della prole e della fedeltà (ex can. 1101 § 2), di incapacità (ex can. 1095 n. 2, n. 3) e di difetto di forma canonica (ex can. 1108§1 e 111§2). Al riguardo il vicario giudiziale ha ricordato che «la causa di nullità matrimoniale, come ben noto, può essere presentata per più capi, che comunque devono essere trattati singolarmente, in quanto basta che sia provato un solo capo di nullità per dichiarare nullo il matrimonio. Così complessivamente abbiamo avuto nel 2017 ben 112 decisioni affermative e 19 negative che danno 131 decisioni, che vanno ben oltre le statistiche riferite al numero delle cause introdotte e decise. Questo confronto rende meglio l’opera del nostro Tribunale nel 2017». E’ anche «importante rilevare che oltre alla breve durata del processo di nullità – ha precisato padre Pawlik – si è raggiunta anche una rapida stesura delle sentenze a conferma che si è tenuto a dare risposte puntuali alle domande, nell’arco di un mese nel rispetto dei cann. 1453 e 1610 §3. Dobbiamo invece migliorare i tempi delle perizie per evitare il protrarsi delle cause oltre i tempi canonici». I tempi della durata del processo di prima istanza, nel 2017, sono stati i seguenti: meno di sei mesi per 6 cause, da sei mesi ad un anno per 64 cause, da un anno ad un anno e mezzo per 29 cause, da un anno e mezzo a due anni per 3 cause e oltre i due anni per 2 cause.

I costi delle cause.

Il vicario giudiziale si è soffermato sui costi delle cause sostenendo che «ancora oggi circolano notizie infondate riguardo ai costi per ottenere la dichiarazione di nullità matrimoniale. Per questo tante persone sono scoraggiate, diffidenti fino a rinunciare in partenza ad accostarsi al Tribunale Ecclesiastico per introdurre la causa, pur avendone diritto e motivi validi». Attualmente il contributo delle parti alle spese processuali è il seguentela parte attrice che invoca il ministero del Tribunale, è tenuta a versare € 525,00 al momento della presentazione del libello; la parte convenuta non è tenuta ad alcun contributo, ove partecipi all’istruttoria e solo nel caso in cui si costituisce è tenuta a versare € 262,50.

Padre Pawlik ha anche ricordato che «nella Chiesa la giustizia è accessibile a tutti senza distinzione, tanto è vero che anche quest’anno tante persone, trovandosi in difficoltà hanno chiesto ed ottenuto la riduzione o l’esonero dal contributo dovuto per le spese processuali. Ne sono la prova i 47 esonerati totali e i 22 che hanno ottenuto le riduzioni, mentre 37 le parti attrice e 3 le parti convenute che hanno contribuito regolarmente alle spese. Questo è stato possibile – ha evidenziato il vicario giudiziale – grazie al finanziamento dell’8xMille alla Chiesa cattolica».

«Circa il numero delle cause introdotte nel 2017 – ha spiegato padre Pawlik – si nota che ben 97 sono state patrocinate dai Patroni stabili (dove le parti non hanno dovuto spendere neppure un centesimo per l’avvocato, che è totalmente retribuito dal Tribunale) e solo 9 sono state introdotte dai Patroni di fiducia». Ha anche ricordato che «per le norme CEI, l’onorario complessivo per il patrocinio dell’avvocato di fiducia nel primo grado va dal minimo di € 1.575,00 al massimo di € 2.992,00 e nel processo di appello ai suddetti onorari si aggiungono da un minimo di € 604,00 ad un massimo di € 1.207,00».

La validità del consenso matrimoniale.

Riguardo al consenso matrimoniale, padre Pawlik ha ricordato che «alla luce dell’insegnamento Pontificio, la mancanza della fede, la lontananza dalla pratica religiosa e la vita vissuta nell’opposizione ai principi morali cristiani, ecc. (elementi che in buona parte possono essere verificati e provati con l’istruttoria canonica), incidono o almeno possono incidere gravemente sul consenso matrimoniale, che non può più essere inteso – come insegna papa Francesco – come un “automatismo”, ma esige sempre per la sua validità “una coscienza illuminata dalla fede (ossia l’intenzione di fare davvero ciò che fa la Chiesa), come il risultato di una combinazione tra umano e divino”. A queste condizioni risulta ovvio che “la coscienza assume un ruolo decisivo nelle scelte impegnative che i fidanzati devono affrontare per accogliere e costruire l’unione coniugale e quindi la famiglia secondo il disegno di Dio”. Di conseguenza la mancanza della fede può costituire una causa simulandi, dove gli sposi formalmente compiono un rito nuziale, senza però (ac)cogliere tutti i beni e le proprietà del matrimonio e così, di fatto, simulano il consenso matrimoniale. In tal caso le persone compiono un atto solo per iocum (per gioco, scherzi, burla), simulando e fingendo di sposarsi, ma di fatto non producono alcun effetto. In altre parole, alla luce dell’insegnamento di papa Francesco, non si può pretendere che l’intenzione umana generale nel consenso matrimoniale sia identificata automaticamente “a ciò che vogliono Cristo e la Chiesa”».

Il giudizio breviore accorcia tantissimo i tempi.

Sulla Mitis Iudex Dominus Iesus di papa Francesco è intervenuto il cardinale Bassetti, che ha parlato di «un valido strumento che accorcia i tempi con il giudizio breviorenel caso di annullamento di matrimoni. Ringraziamo il Signore per questo grande dono attraverso la Mitis Iudex Dominus Iesus che ci ha fatto il Santo Padre nell’abbreviare, a determinate condizioni, il processo canonico e metterlo direttamente nelle mani del vescovo per cui la procedura viene abbreviata tantissima quando ci sono chiari i motivi della nullità. Questo è stato davvero un gesto bellissimo del Papa, che ha fatto anche a seguito del Giubileo Straordinario della Misericordia».

Più preparati a ricevere il sacramento del matrimonio.

Il porporato ha anche ricordato che il sacramento del matrimonio «è il simbolo e segno dell’amore di Cristo con la sua Chiesa, perciò arriviamo tutti impreparati». Per questo «dobbiamo fare molto di più per la preparazione al sacramento, accompagnare di più le coppie di fidanzati o coloro che convivono in vista del matrimonio».

Il cardinale ha espresso «gratitudine al Tribunale Ecclesiastico e stima per il lavoro quotidiano e l’accuratezza nell’applicare le norme nella fedeltà alla verità e tenendo conto con carità pastorale della salus animarum riconoscendo i drammi di tanti cuori feriti che vengono a sottoporre alla Chiesa i loro drammi che colpiscono l’istituzione più fragile che è la famiglia».

I figli non ostaggi della separazione dei genitori.

Il presule si è anche soffermato sul Sinodo dei Vescovi del prossimo ottobre dedicato da papa Francesco ai giovani, che «manifesta la premura pastorale per loro, l’attenzione per la famiglia. I giovani – ha commentato Bassetti – sono sempre pronti a proiettarsi in avanti e a richiamare con entusiasmo la Chiesa a sostenerli e ad accompagnarli. Accanto ai giovani c’è il ruolo dei genitori e delle famiglie che nella difficoltà della separazione non facciano dei figli degli ostaggi. Aiutarli ad orientare il loro sguardo sul futuro senza paura di sbagliare ed essere iperprotettivi o al contrario assenti, quanto piuttosto nell’accompagnarli e comprenderli».

 

PERUGIA. “DOMENICA DELLA PAROLA DI DIO”

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“È necessario un esame di coscienza per esaminare quanto abbiamo approfondito la Parola di Dio nella nostra vita, quanto del nostro tempo l’abbiamo dedicato alla preghiera e quanto, con i nostri digiuni e sacrifici, abbiamo cooperato alla carità per compiere delle opere buone. Credo che il Signore ci chieda questo”. Con queste parole il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, ha introdotto la celebrazione eucaristica del primo incontro diocesano della “Domenica della Parola di Dio” tenutosi nella chiesa parrocchiale del quartiere perugino di Santa Lucia, ieri, 4 marzo, giornata in cui è stata posta particolare attenzione alla Sacra Scrittura durante le messe nelle parrocchie dell’arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve, su indicazione dello stesso porporato nel far proprio l’invito di Papa Francesco a dedicare una domenica dell’Anno liturgico alla Parola del Signore.

“Se in questo giorno nella nostra Chiesa – ha sottolineato il cardinale – abbiamo rinnovato l’impegno per la diffusione e l’approfondimento della Sacra Scrittura, occorre però ricordarci che ogni giorno dobbiamo sapere attingere a questa sorgente di acqua viva che è la Parola. Grazie alla liturgia quotidiana della Chiesa, nello studio personale, prendendo parte agli eventi che la nostra diocesi non manca di organizzare, cogliamo quella opportunità che il Concilio Vaticano ha offerto ai fedeli esortandoli a una frequente lettura della Divine Scritture. La Parola di Dio possa essere al centro dei nostri pensieri e della nostra vita».

Il primo incontro diocesano della “Domenica della Parola”, organizzato dall’Ufficio catechistico, diretto da don Calogero Di Leo, e dal Settore apostolato biblico (Sab), coordinato da padre Giulio Michelini, ha portato a Perugia don Alessandro Biancalani, docente di Sacra Scrittura presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale di Firenze, con alcuni collaboratori impegnati da otto anni nell’annuncio, conoscenza e approfondimento della Parola di Dio nella diocesi di Massa Carrara-Pontremoli.