CARD. BASSETTI: “NO A INDIFFERENZA PERICOLOSA VERSO LA CORRUZIONE”

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“Settimo, non rubare”. È il tema di un articolo firmato dal card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, per l’edizione settimanale de “L’Osservatore Romano”. Il cardinale definisce il settimo comandamento “un insegnamento fondamentale che si colloca alla base della nostra civiltà”, “da mettere in pratica nella vita quotidiana senza scendere a compromessi”. La corruzione, come ha detto a più riprese il Papa, da ultimo in Cile e Perù, è un “cancro”, un “virus” che ha a che fare prima di tutto con la “moralità pubblica”, la cui partita si gioca però non solo in politica, ma “soprattutto nei comportamenti quotidiani”: “Una moralità che non può essere imposta solo con la forza del diritto, ma che deve essere acquisita con la centralità di una cultura che per difendere la dignità umana di ogni persona deve ripetere: settimo, non rubare”, sottolinea Bassetti, facendo notare che “nel tempo che precede le elezioni politiche in Italia la corruzione è, senza dubbio, un tema di grande importanza”. “Tutta la classe politica la stigmatizza come una malattia sociale da combattere in ogni modo”, l’analisi del presidente della Cei: “Eppure le cronache ci raccontano quasi ogni giorno casi di corruzione, più o meno gravi, che riguardano un po’ tutti i livelli della società. Secondo alcune statistiche, l’Italia nel 2016 era tra i Paesi più corrotti d’Europa, al terz’ultimo posto di questa drammatica classifica, superata soltanto da Grecia e Bulgaria. Alcuni giornali hanno addirittura commentato che l’Italia è un Paese in balia della corruzione”. “Io sono convinto che in Italia ci siano persone perbene e talenti inespressi che meritano di essere valorizzati”, il riconoscimento di Bassetti, secondo il quale tuttavia “questi dati non possono lasciarci indifferenti: ci riguardano come pastori, come credenti e come semplici cittadini. Ci riguardano tutti, insomma, e non possiamo far finta di credere che è sempre colpa di qualcun altro, che le responsabilità siano solo di qualche determinato attore sociale o, come è abitudine dire, della politica. Anzi, penso che sia sbagliato collegare il fenomeno della corruzione solo all’ambito politico. Temo, invece, che la vita politica rispecchi abbastanza fedelmente quella sociale”. “Non possiamo far finta di nulla”, l’analisi del presidente della Cei: “Prima ancora della corruzione che emerge pubblicamente essa è una dimensione morale ed esistenziale che si colloca a livello personale e comunitario: è un virus che, come ha detto il Papa, infetta, prima di tutto, i nostri cuori e poi si propaga nella società. Quante volte, dobbiamo chiederci, scendiamo a compromessi per difendere i più miseri interessi particolari? Quante volte sul posto di lavoro, nelle riunioni di condominio, nelle scuole, nelle parrocchie e in mille luoghi chiudiamo un occhio, o meglio, ci laviamo le mani, davanti a quello che chiamiamo un male minore per ottenere qualcosa per la nostra vita?”. Il “germe malato” della corruzione è dunque “un agente patogeno che nasce da un pervicace individualismo e da una sostanziale indifferenza verso il bene comune. Un’indifferenza pericolosa che mette in luce il lato più pericoloso del fenomeno corruttivo: la ‘banalità del male’. Ovvero, un fenomeno così diffuso in ogni piega della società da sembrare banale, e perciò non degno della nostra attenzione e della nostra preoccupazione”. In definitiva, conclude Bassetti, “anche se molte persone si stracciano le vesti davanti ai casi più eclatanti di corruzione, ciò che manca è la responsabilità personale e comunitaria dei propri gesti”.

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