NORCIA. UN ANNO DOPO

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Ore 7.41 del 30 ottobre 2016 – ore 7.41 del 30 ottobre 2017: un anno dopo la forte scossa che l’ha devastata gli abitanti di Norcia e dei comuni vicini, insieme ai rappresentanti delle Istituzioni regionali e locali, alle autorità civili e militari, si sono ritrovati in piazza san Benedetto, in quella “chiesa a cielo aperto” che sono oggi “la concattedrale di Santa Maria Argentea, la basilica di San Benedetto e il palazzo del Comune”, “monumenti di storia e di fede con i quali si intreccia la memoria e la vita di queste popolazioni”.

In silenzio, tutti sotto la statua di san Benedetto, rimasta miracolosamente intatta nonostante le ripetute scosse, hanno ascoltato i rintocchi delle campane messe in salvo dalle chiese distrutte e il canto del “Veni Creator” dei monaci benedettini. A dare ulteriore senso all’incontro la lettura del Vangelo di Matteo, quello della casa costruita sulla roccia. “Tutti vorremmo essere come l’uomo saggio del brano evangelico – ha detto l’arcivescovo di Spoleto-Norcia , mons. Renato Boccardo – e sapere come costruire la nostra casa, materiale e interiore, in modo che possa sopportare tranquillamente pioggia, vento, fuoco e terremoto senza temere di essere danneggiata o addirittura di crollare. Anche per questo siamo qui questa mattina, a un anno esatto dalla scossa che ha colpito il nostro territorio”.

“Ricordare, sognare, imparare” sono stati i tre verbi usati dall’arcivescovo per cogliere il contento dell’incontro: “Ricordare non significa semplicemente richiamare alla memoria un avvenimento ma soprattutto rivivere, rendere attuale e rinnovare. Il 30 ottobre 2016, quando tutto crollava abbiamo fatto esperienza della nostra fragilità e impotenza davanti alle forze della natura. È vero, le case, le chiese, le attività commerciali sono state danneggiate, qualcuna anche distrutta, ma la nostra vita è salva. Ricordare – ha aggiunto il presule – significa anche celebrare la vicinanza, la solidarietà, l’aiuto che in questi dodici mesi ci hanno circondato.

Poi “sognare”: “Obbligati a guardare al domani con fiducia – ha proseguito mons. Boccardo – coltiviamo il sogno di vedere non solo i muri messi in sicurezza, le macerie numerate e accumulate, le promesse moltiplicate e rimaste incompiute, le richieste legittime relegate su qualche tavolo, ma una vera e propria e concreta ricostruzione delle case, delle aziende, dei monumenti che muova risorse e intelligenze e permetta di affrontare il peso delle giornate e dell’inverno che si avvicina con la garanzia della sicurezza e della stabilità. Sogniamo che l’emergenza sia presto dichiarata conclusa perché ognuno avrà potuto fare ritorno alla propria casa e ritrovato il proprio lavoro e le proprie relazioni. Sogniamo che gli edifici ora crollati possano presto essere restituiti alla loro originaria bellezza e funzionalità, con nuove idee, progetti, materiali nuovi, più sicuri, e altrettanto belli. Essi saranno il ricordo vivo di questo terremoto”.

Il terzo verbo proposto da mons. Boccardo è stato “imparare”. Il sisma non è solo “un evento temporale, pur grave da consegnare agli archivi” ma anche “una scuola di vita” da cui trarre insegnamento. “Abbiamo imparato che non siamo padroni del mondo e che nonostante i progressi della scienza e della tecnica non possiamo prevedere, gestire e orientare il corso degli eventi naturali. Abbiamo imparato che tanti patrimoni accumulati con anni di sacrificio non sono necessariamente garanzia di sicurezza e invulnerabilità. Abbiamo imparato che i gesti gratuiti di solidarietà sono capaci di rinsaldare il tessuto sociale rendendolo ricco in umanità. Sono poche le cose che contano davvero nella vita e queste dobbiamo ricercare con costanza”.

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