
Il 6 luglio si sono avvicendati nell’incarico di delegato pontificio per i Seminari d’Italia mons. Gualtiero Bassetti, arcivescovo metropolita di Perugia-Città della Pieve e vice presidente della Cei, e mons. Gualtiero Sigismondi, vescovo di Foligno.
Mons. Bassetti è stato delegato per dieci anni: l’incarico gli venne affidato nel 2001, quando era vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, da Papa Giovanni Paolo II e poi confermato nel 2006, per il secondo mandato, da Papa Benedetto XVI.
Mons. Bassetti ha concluso il suo mandato presiedendo l’ultima riunione per la stesura del calendario delle Visite ai Seminari d’Italia del prossimo anno. Poi ha presentato il nuovo delegato pontificio, mons. Gualtiero Sigismondi, ai due vescovi visitatori, che lo hanno affiancato in questi anni, mons. Oscar Cantoni di Crema e mons. Luigi Martella di Molfetta.
Mons. Bassetti ha rilasciato una breve ma significativa dichiarazione alla nostra redazione: «Sono grato al Signore, al Santo Padre e ai Vescovi italiani per la fiducia accordatami in questi dieci anni di mandato di delegato pontificio per i Seminari d’Italia. Ho potuto visitare i due terzi dei Seminari ed ho avuto modo di confrontarmi con tanti fratelli nell’Episcopato su una realtà che è primaria all’attenzione e al cuore di ogni Vescovo».
«Essendo il Seminario al centro delle cure pastorali di ogni Diocesi – ha aggiunto mons. Bassetti –, ho arricchito la mia esperienza di Pastore rendendomi conto di quanto sia carica di prospettive per il futuro l’azione pastorale delle Chiese di Dio che sono in Italia. Non ci siamo mai nascosti la realtà e la serietà dei problemi, che sempre abbiamo affrontato con verità per il bene delle nostre Chiese».
«Mentre consegno nelle giovani ed esperte mani di chi mi succede questo tesoro di grazia, che è stato l’incontro con i vari Seminari – ha concluso il presule –, auguro a mons. Gualtiero Sigismondi un proficuo lavoro».
Mons. Sigismondi ha commentato con queste parole la sua nomina a delegato pontificio per i Seminari d’Italia: «Questo compito lo ricevo dalla Santa Sede come un dono carico di responsabilità e lo sento come un “giogo” che mons. Cantoni e mons. Martella mi aiuteranno a portare per sentirlo “dolce” e “leggero”. Mi accingo ad iniziare questo servizio ecclesiale chiedendo al Signore di compierlo con la libertà di spendermi e soprattutto con la gioia di donarmi».
Mons. Sigismondi è nato il 25 febbraio 1961 a Bastia Umbra (Pg), ordinato presbitero il 29 giugno 1986 dopo aver compiuto i suoi studi presso il Pontificio Seminario Regionale Umbro “Pio XI” e frequentato l’Istituto Teologico di Assisi e la Facoltà di Sacra Teologia della Pontificia Università Gregoriana, conseguendo nel 1986 la licenza in Teologia sistematica e nel 1993 il dottorato di ricerca. E’ stato nominato vescovo di Foligno il 3 luglio 2008 ed ordinato nella cattedrale di Perugia il 12 settembre successivo. E’ stato vice-rettore del Pontificio Seminario Regionale Umbro e successivamente direttore spirituale. Contestualmente al servizio di formatore – svolto ininterrottamente per ben 16 anni – è stato parroco di Santa Maria Assunta e Sant’Emiliano in Ripa, vicario generale e segretario generale del Sinodo diocesano dell’Archidiocesi di Perugia-Città della Pieve. E’ stato anche docente di teologia sistematica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi, del quale è diventato direttore nel 1994, incarico ricoperto fino al 2002. Dall’anno accademico 1997/98 è docente stabile di teologia sistematica presso l’Istituto Teologico di Assisi, dove ha insegnato come docente incaricato a partire dall’anno accademico 1995/96. Dal 2001 al 2008, per due trienni, è stato assistente regionale unitario dell’Azione Cattolica.
Ha curato diverse pubblicazioni ed ha tenuto molteplici corsi di esercizi spirituali dettati prevalentemente ai preti ed ai seminaristi: in particolare si segnalano i Seminari maggiori di Milano e di Padova, i Seminari regionali di Ancona, di Molfetta, di Siena, e il Pontificio Seminario Romano Maggiore.
luglio 8th, 2011

Il 25 gennaio del 1986, nell’omelia della messa celebrata nella basilica di San Paolo fuori le Mura, il beato Giovanni Paolo II pronunciò un appello, nel contesto dell’Anno internazionale della pace indetto dall’Onu, rivolto non solo ai cattolici o ai credenti in Cristo, ma anche agli appartenenti alle diverse religioni del mondo e a tutti gli uomini di buona volontà, affinché da tutti venisse invocato con insistenza il dono della pace. «La Santa Sede desidera contribuire a suscitare un movimento mondiale di preghiera per la pace che, oltrepassando i confini delle singole Nazioni e coinvolgendo i credenti di tutte le Religioni, giunga ad abbracciare il mondo intero» (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 1986, vol. i, p. 198).
Nella medesima circostanza, il Papa annunciava di voler farsi promotore di uno speciale incontro, che si sarebbe tenuto in Assisi, aperto ai responsabili delle Chiese, delle comunità cristiane e delle principali religioni del mondo. Il raduno, che ebbe luogo il 27 ottobre 1986, trovò vastissima risonanza presso l’opinione pubblica mondiale.
Ciò che a prima vista catalizzò l’attenzione e l’immaginazione di molti fu il vedere, forse per la prima volta nella storia, tanti esponenti delle principali religioni radunati insieme.
Giovanni Paolo II con il cardinale Joseph Ratzinger sul treno in viaggio verso Assisi (24 gennaio 2002)A uno sguardo più attento, tuttavia, si poteva cogliere con chiarezza le intenzioni profonde che avevano guidato il grande Pontefice: in primo luogo, mettere in luce la dimensione intrinsecamente spirituale della pace, di fronte a un clima culturale che tendeva a relegare nella marginalità il fenomeno religioso. Le componenti della pace sono molteplici e la sua costruzione necessita certamente dell’impegno in campo politico, sociale, economico, da parte di Governi, organizzazioni internazionali, società civili. Tuttavia rimane vero che la pace è, primariamente e fondamentalmente, una realtà che va costruita nei cuori, che nasce dalle aspirazioni più alte dell’uomo.
In secondo luogo, il radunarsi di leader di religioni diverse, poneva ciascuno di essi di fronte alla responsabilità che le proprie credenze religiose si traducessero, sul piano personale e comunitario, nel senso di una effettiva costruzione della pace. È ben noto, infatti, come nella storia l’appartenenza religiosa sia stata spesso anche strumentalizzata quale elemento di contrapposizione e di conflitto.
L’incontro del 1986 valorizzò tre elementi spirituali presenti, seppure in forme diverse, in quasi tutte le tradizioni religiose: la preghiera, il pellegrinaggio, il digiuno.
Giovanni Paolo II spiegò chiaramente il senso del ritrovarsi a pregare nella stessa città: «Il fatto che siamo venuti qui non implica alcuna intenzione di ricercare un consenso religioso tra noi o di negoziare le nostre convinzioni di fede. Né significa che le religioni possono riconciliarsi sul piano di un comune impegno in un progetto terreno che le sorpasserebbe tutte. E neppure è una concessione al relativismo nelle credenze religiose» (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 1986, vol. ii, p. 1252).
Quest’ultimo punto era di capitale importanza: il relativismo o il sincretismo, infatti, finiscono per distruggere, anziché valorizzare, la specificità dell’esperienza religiosa. Su questo aspetto si è tornati più volte in seguito, anche a motivo di interpretazioni superficiali, che non sono mancate, di quel primo incontro di Assisi. Nella lettera inviata al vescovo di Assisi per il XX anniversario dell’evento, Papa Benedetto XVI ricorderà che «è doveroso [...] evitare inopportune confusioni. Perciò, anche quando ci si ritrova insieme a pregare per la pace, occorre che la preghiera si svolga secondo quei cammini distinti che sono propri delle varie religioni. Fu questa la scelta del 1986, e tale scelta non può non restare valida anche oggi. La convergenza dei diversi non deve dare l’impressione di un cedimento a quel relativismo che nega il senso stesso della verità e la possibilità di attingerla» (Messaggio a monsignor Domenico Sorrentino, 2 settembre 2006, Insegnamenti di Benedetto XVI, 2006, vol. ii, p. 190).
È questa l’interpretazione corretta dello «spirito di Assisi», spesso invocato nel contesto delle iniziative di dialogo e di incontro tra appartenenti a tradizioni religiose differenti, moltiplicatesi a seguito del raduno del 1986, il quale, per parte sua, rimane un evento in qualche modo unico: momento forte di condivisione spirituale, vissuto in semplicità e fraternità, gli atteggiamenti tipici di san Francesco, che ancora oggi si respirano nella sua città natale.
Diventò così spontaneo guardare nuovamente ad Assisi in un momento particolarmente delicato e drammatico della storia recente, quello seguito agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.
All’inizio del nuovo millennio, forse proprio nel momento in cui, dopo la fine della divisione del mondo in blocchi contrapposti, più forte era l’attesa per l’affermarsi di un’era di maggiore pace, nubi minacciose venivano improvvisamente a oscurare le speranze di molti.
Giovanni Paolo II diede allora nuovamente appuntamento nella città di san Francesco ai responsabili delle comunità cristiane e delle religioni del mondo, non solo per rendere visibile la condanna, da parte di tutti gli uomini religiosi, del terrorismo di matrice fondamentalista, ma anche per testimoniare che le religioni in quanto tali sono impegnate a favorire nel mondo un clima di pace, di giustizia, di fratellanza, e non intendono lasciarsi strumentalizzare per scontri tra nazioni, popoli e culture.
«Ci si vuol trovare insieme, in particolare cristiani e musulmani, per proclamare davanti al mondo che la religione non deve mai diventare motivo di conflitto, di odio e di violenza» (Angelus del 18 novembre 2001, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 2001, vol. ii, p. 757). Il Papa invitò a prepararsi a quell’incontro con una giornata di digiuno, che significativamente fu collocata in un momento vicino al termine del mese del Ramadan.
La Giornata di preghiera per la pace nel mondo si tenne ad Assisi il 24 gennaio 2002. In quella circostanza, rispetto alla preghiera pubblica delle diverse religioni che distinse l’incontro del 1986, si volle sottolineare il solenne impegno in favore della pace. Ciascun gruppo religioso ebbe modo di pregare in appositi ambienti all’interno del convento francescano, mentre i cristiani si ritrovarono nella basilica inferiore. Tali scelte derivavano dalla volontà, da tutti condivisa, di non offrire il pretesto a interpretazioni di tipo irenista dell’incontro tra uomini appartenenti a religioni diverse.
Durante l’incontro comune, nella piazza San Francesco, si ascoltarono testimonianze in favore della pace e, nel pomeriggio, venne proclamato un solenne impegno, condiviso da tutti i presenti. È un testo che mantiene ancora oggi tutta la sua validità: in esso si esprimeva la condanna della violenza e del terrorismo, contrastanti con l’autentico spirito religioso; si manifestava la volontà di educare alla stima e al rispetto reciproco, di promuovere la cultura del dialogo fra individui e popoli, di vivere il confronto con l’altrui diversità come occasione di migliore comprensione reciproca. Si affermava la volontà di perdono, l’impegno al superamento degli errori e dei pregiudizi del passato; si faceva propria la causa dei più poveri e dimenticati. Il testo concludeva con un appello ai responsabili delle nazioni, affinché ponessero ogni sforzo per consolidare, sul fondamento della giustizia, un mondo di solidarietà e di pace.
La condanna della violenza e del terrorismo operati in nome della religione introduceva nell’incontro interreligioso un elemento forse non nuovo, ma vissuto ora con intensità particolare: il bisogno di purificazione, di cui ogni tradizione religiosa deve farsi carico, davanti alle altre tradizioni religiose e davanti al mondo. Anche la pratica della religione è esposta alle conseguenze del male, del peccato, e può ritrovarsi sfigurata. Radunarsi insieme significa anche essere disposti a perdonarsi e a purificare il proprio modo di vivere la dimensione religiosa. Lo scambio dell’abbraccio di pace tra i presenti, con cui si concluse la giornata del 2002, era espressione eloquente di questa disponibilità.
Sono ormai trascorsi 25 anni dal primo storico incontro di Assisi. Il mondo ha subito profonde trasformazioni. Perché ritornare di nuovo nella città del poverello?
La risposta è semplice: il mondo cambia, ma permangono le aspirazioni del cuore dell’uomo e, oggi più che mai, la dimensione religiosa si rivela essere un elemento imprescindibile per la difesa e la promozione della pace.
Papa Benedetto XVI dà nuovamente appuntamento ai responsabili delle Chiese, delle comunità cristiane e delle principali religioni del mondo, anzitutto per fare memoria dell’evento del 1986: esso ha veramente aperto un’epoca nuova nei rapporti tra uomini di religioni diverse; ha permesso a tutti di rendersi conto che il confronto con l’altro da sé è una necessità che nessun uomo religioso può ignorare.
Naturalmente, però, non ci si incontra solo per fare memoria del passato, ma anche per guardare avanti. Quali sono le sfide che attendono oggi gli uomini credenti in rapporto alla costruzione della pace? Quale contributo ciascun individuo e ciascuna tradizione religiosa può offrire, là dove è maggiormente operante, alla causa della giustizia? E, di contro, quale stimolo si può ricevere, nello sforzo di lavorare per la costruzione di un mondo maggiormente giusto e solidale, da chi ha una credenza diversa dalla propria, e anche da chi non manifesta una fede religiosa, ma si sente impegnato in questa nobile causa?
Il tema che il Pontefice ha indicato per la celebrazione della giornata — «Pellegrini della verità, pellegrini della pace» — mostra chiaramente il senso che avrà l’incontro del 27 ottobre 2011.
Vogliamo in primo luogo riconoscerci tutti inseriti in quel comune cammino che è la storia umana. Affermare di essere pellegrini significa ammettere che non si è ancora giunti alla meta o, meglio, che essa sempre ci trascende, costituendo il senso del nostro viaggio. Ogni uomo di buona volontà si sente «pellegrino della verità»: si sente in cammino, perché è consapevole che la verità sempre lo supera.
Da qui il motivo di una scelta qualificante il prossimo raduno, quella di invitare ad Assisi anche alcune personalità del mondo della scienza e della cultura che si definiscono non religiose. E ciò non solo per il fatto che la costruzione della pace è una responsabilità di tutti, credenti e non credenti. Più profondamente, siamo convinti che la posizione di chi non crede, o fatica a credere, possa svolgere un ruolo salutare per la religione in quanto tale, per esempio nell’aiutare a evidenziarne possibili degenerazioni o inautenticità. Tracce di questo «illuminismo» rettamente inteso sono presenti nella stessa tradizione biblica, fortemente critica verso modalità di culto che non avvicinano, ma allontanano da Dio.
Come cristiani, professiamo di avere ricevuto in Cristo la rivelazione piena e definitiva del volto di Dio; sappiamo che tale dono di salvezza è per tutti gli uomini e desideriamo ardentemente che il disegno di amore del Padre si manifesti e realizzi nella sua interezza. Sappiamo bene, però, che mai potremo esaurire la profondità del mistero di Cristo. Non solo, riconosciamo che la nostra fragilità può talora offuscare lo splendore del tesoro che ci è stato rivelato e renderne più difficile la conoscenza. L’avere ricevuto in dono la verità non ci impedisce pertanto di sentirci compagni di viaggio di ogni uomo e donna.
La Giornata di Assisi si svolgerà all’insegna di quegli elementi che già caratterizzarono il primo raduno, venticinque anni fa: la preghiera, il digiuno, il pellegrinaggio.
La preghiera sarà vissuta soprattutto nella dimensione del silenzio e del raccoglimento interiore, che si sono voluti privilegiare rispetto alle forme pubbliche di preghiera di ciascuna tradizione, in continuità con quanto avvenuto già nell’incontro del 2002. La preoccupazione per evitare anche solo l’impressione di qualsiasi relativismo non è solo cattolica, ed è particolarmente comprensibile nell’odierno contesto culturale, per molti versi refrattario alla questione della verità e per questo incline a una presentazione indifferenziata, e ultimamente irrilevante, del fenomeno religioso. Ciò non sminuisce la convinzione profonda che la preghiera rimanga il contributo essenziale che gli uomini religiosi possono offrire alla causa della pace. Papa Benedetto XVI presiederà, la sera precedente, una veglia di preghiera per la pace con i fedeli della diocesi di Roma, invitando a unirsi a lui vescovi e fedeli di tutto il mondo.
Il secondo elemento della giornata è il digiuno, che sarà solo parzialmente interrotto da un sobrio pasto, a esprimere la fraternità tra i presenti. Il digiuno starà a significare la dimensione penitenziale che l’incontro vuole anche assumere, la convinzione di dover sempre essere disposti a un processo di purificazione.
Infine vi è l’elemento del pellegrinaggio, che sarà simboleggiato dal viaggio in treno delle delegazioni da Roma ad Assisi, e dalla salita, nel pomeriggio, di tutti i partecipanti, dalla basilica di Santa Maria degli Angeli verso la ormai storica piazza che ha visto la conclusione anche dei precedenti incontri. Ci troveremo a camminare insieme per le strade di Assisi, così come camminiamo insieme ogni giorno sulle strade di questo mondo, sulle strade della storia. Ci riconosceremo pellegrini della verità, pellegrini della pace, impegnandoci a essere costruttori di un mondo più giusto e solidale e consapevoli che tale compito sfugge alle nostre povere forze e deve essere invocato dall’alto. È con questi sentimenti che ci apprestiamo ad accogliere l’invito di Papa Benedetto XVI e a ritornare ad Assisi.
Tarcisio Bertone, L’Osservatore Romano
luglio 4th, 2011

Il bilancio di esercizio di un organismo pastorale come la Caritas diocesana non può essere pensato come il rendiconto contabile di una qualsiasi attività. Il compito primario della Caritas – vale a dire quello di educare la comunità cristiana attraverso fatti concreti di carità – impone una particolare lettura dell’aspetto economico della sua attività, che, a differenza di altre, non persegue l’obiettivo di un avanzo positivo di gestione.
I prospetti della situazione patrimoniale e del rendiconto di gestione (insieme ai resoconti delle raccolte ordinarie e straordinarie) ci offrono la possibilità di una verifica, parziale ma significativa, dell’attività della Caritas. La riflessione si presenta articolata: ogni anno, alla presentazione del bilancio consuntivo, la nota integrativa e la relazione di missione si incaricano di sviluppare tale riflessione. Mi limito – rimanendo disponibile per ogni ulteriore chiarimento – a cogliere alcuni spunti: il Consiglio di presidenza della Caritas diocesana ha già provato a dare risposte attraverso la progettazione di alcune iniziative che avremo modo di comunicarvi.
Stando la peculiarità del bilancio Caritas (proventi generali dati da 8xmille Cei e collette varie: 323.075,27 euro; uscite generali per interventi diretti a singoli e famiglie in difficoltà, contributi emergenze umanitarie, progetti caritativi estero-Kosovo e Javarì e gestione sede: 308.985,47 euro), come leggere il dato di un avanzo positivo di gestione (14.089,80 euro)? Mi pare che non sia da imputare ad un mancato impiego di risorse frutto di una scarsa attenzione alle povertà, pur avendo sempre, anche in questo, ampi margini di miglioramento. Il numero di interventi (211) risulta infatti in aumento. Penso di poter dire che questo risultato è frutto di una corretta gestione e ci offre la possibilità e la responsabilità di una progettazione di iniziative capaci di rispondere sempre meglio alle crescenti situazioni di povertà e di disagio.
Un dato emerge con evidenza: se non ci fosse l’entrata Cei dell’8xmille (101.159,19 euro) le nostre possibilità di intervento si ridurrebbero in maniera significativa. Domandiamoci: come poter coinvolgere maggiormente le nostre comunità? Non possiamo certo pensare che il nostro modo di vivere il comandamento dell’amore si riduca solo alla firma per l’8xmille!
Anche l’iniziativa Famiglia di Famiglie (40.476,14 euro) – pur avendo costituito un fondo disponibile comunque significativo – non credo che sia stata accolta dalle comunità come una modalità concreta per vivere il dovere della condivisione tra fratelli.
Con questo non intendo certo non riconoscere le molteplici attività della Caritas diocesana, delle nostre Caritas parrocchiali come pure dei CVS, frutto dell’impegno generoso di molti: credo, tuttavia, che siamo chiamati a lavorare con maggior determinazione per promuovere la testimonianza della carità di tutta la comunità ecclesiale.
Padre Vittorio Viola, direttore Caritas diocesana
luglio 4th, 2011

Tra gli arredi sacri a disposizione di Papa Benedetto XVI per le solenni cerimonie liturgiche, da qualche giorno a questa parte c’è anche un bel calice in “oro etico”, donatogli da una società, la Goldlake Group (www.goldlake.it), che ha le sue radici anche a Gubbio. Gli è stato consegnato al termine dell’udienza in piazza San Pietro di mercoledì scorso da una delegazione guidata da Franco e Giuseppe Colaiacovo, presenti anche Orietta Migliarini Colaiacovo e Paola Colaiacovo. Un momento di intensa commozione e di profondo significato.
Il calice, base di cm 14 ed altezza di cm 28, infatti è stato realizzato con oro etico dell’Honduras, lo Stato del centro America in cui opera appunto la Goldlake Group. L’oggetto sacro è frutto dell’impegno e del lavoro di giovani orafi formati con i corsi finanziati dalla Regione Lazio. L’ideazione e la realizzazione sono di Maurizio Lauri, che ha impiegato leghe d’oro giallo, rosa e verde (titolo 759/1000); per la modellazioone e la fusione è stata utilizzata la tecnica della cera persa, seguita da traforo, sbalzo, cesello, tormitura e lastra, lucidatura a specchio, nonché sabbiatura, incisione a builino, cesellatura.
La base è a forma di podio circolare, sulla quale sono poste, addossate al gambo centrale, le Virtù teologali: Fede con aureola poligonale, recante i simboli della croce e della fiamma affiancata da due ali d’aquila; Speranza con aureola poligonale, assisa su roccia sulle onde nell’atto di presentare l’àncora e con accanto una rondine quale attesa della futura stagione; Carità con su il capo aureola fiammata, con in grembo un canestro di spighe e grappoli, allusione al dono di tutto se stesso di Cristo nell’eucarestia. Alla propria destra inoltre il pellicano, richiamo al sacrificio della croce nell’atto di beccarsi il petto per nutrire i propri piccoli. Il “nodo”, eseguito per modellazione, è di forma sferica ed include i simboli dello stemma pontificio: orso, moro e conchiglia. La coppa infine è contenuta tra foglie di vite, realizzate a sbalzo e trattate a cesello.
Il dono è risultato particolarmente gradito. Oltretutto il calice, per pregio, tradizione e originalità, costituisce un oggetto unico e irripetibile la cui destinazione finale naturale non poteva che essere il Sommo Pontefice. È la seconda volta che nel giro di poche settimane il nome di Gubbio risuona in piazza San Pietro nel corso dell’udienza del Sommo Pontefice. L’11 maggio, come si ricorderà, il Papa aveva benedetto in piazza San Pietro le muove statue dei Santi dei Ceri, realizzate dallo scultore Luigi Passeri.
G. B.
luglio 2nd, 2011