Archive for luglio, 2011

Dal suo Leone vigile, generoso e arguto, il gregge perugino non s’è, in fondo, mai separato; né lui da loro. Lo si constata risalendo, non solo nella storia e nella tradizione, ma anche lungo il corso del Tevere: da più d’un campanile della diocesi, si sente ancora la Leona o la Leonia diffondere il caratteristico rintocco limpido e solenne, riservato alle grandi occasioni. Era di solito la campana maggiore: la intitolavano dal nome del “loro Papa” le singole parrocchie, per gratitudine e fierezza, quando veniva installata o fusa, perché si trattava, quasi sempre, di un dono suo.
Al tempo di Gioacchino Pecci, vescovo di Perugia dal 1846, e dal 1878 papa Leone XIII, in diocesi fu tutto un fiorire di ricognizioni, restauri e ricostruzioni, sia degli edifici sacri sia del tessuto delle comunità – opera già iniziata, specialmente quest’ultima, dal rigoroso episcopato del ternano Carlo Filesio Cittadini. Dal canto suo, Gioacchino Pecci aveva conosciuto Perugia come delegato pontificio all’inizio degli anni quaranta, dedicandole una particolare cura anche dal punto di vista sociale e urbanistico nonostante il breve lasso di tempo; quando ne divenne il pastore, la ritrovò con gioia e ne approfondì volentieri la conoscenza, sia in termini affettivi sia canonici, da uomo colto e aperto qual era, reso più attento dall’esperienza internazionale. La visitò più volte accuratamente nelle oltre centocinquanta parrocchie, coinvolgendo in ciò numerosi membri del clero diocesano – che in tal modo intendeva educare e valorizzare e ai quali in seguito affidò incarichi nella Chiesa universale: da Giulio Boschi a Gabriele Boccali, da Luigi Rotelli a Francesco Satolli. Ne fanno fede le dense visite pastorali, sostenute da un nutrito carteggio. Pecci fu atteso con una reverenza screziata di affetto e corrispondente alla sua fama dai più stretti collaboratori, anche laici, con i quali instaurò da subito un fecondo rapporto di stima e fiducia: a cominciare da Lorenzo Silvestrini, erede di una dinastia di cancellieri che avrebbe dato ulteriori notai alla curia. Tutto ciò fa sentire anche a me, vescovo di questa stessa Chiesa, l’onore, la dolcezza e la responsabilità di quell’abbraccio, lo stesso del defensor civitatis sant’Ercolano che – raffigurato dal Maestro di Montelabate – stringe idealmente al cuore la città.
E tutto il territorio. Proprio durante le visite alla diocesi, il vescovo Pecci si rese conto delle condizioni in cui versava la maggior parte delle chiese, soprattutto del contado, bisognose di essere ricostruite, del tutto o in parte; e provvide, incoraggiando e stimolando le parrocchie stesse a “crescere”, oltre a non far mancare il proprio contributo anche da Papa. Ecco perché si parla oggi delle “chiese leonine”. Le visite però non gli servirono solo a verificare le condizioni degli edifici. Lo si sarebbe capito, a livello macroscopico, dalla Rerum novarum e da molte altre encicliche, che hanno radici perugine; e dalla rivalutazione della pietà popolare, nelle forme mariane e nella devozione al Sacro Cuore di Gesù e ai santi, a cominciare da san Giuseppe, proposto come modello per i padri di famiglia e i lavoratori. La sopravvivenza in diocesi di un colorito ricordo di Pecci, anche a livello aneddotico, rivela la simpatia popolare, la quale, non essendo mai “dovuta”, è chiaro segnale di penetrazione. Dopo l’elezione a Papa, vi fu un flusso praticamente continuo in Vaticano per incontri, pellegrinaggi, udienze: tra giubilei e anniversari, i perugini non si lasciarono sfuggire un’occasione.
Tutto ciò narra con calore – si direbbe complicità – “Il Paese”. Il settimanale era stato fondato nel 1876 dal “pupillo” del vescovo Pecci, don Geremia Brunelli. Pupillo, ecco in che senso: nominato professore in seminario, una volta gli capitò di recarsi in aula con lieve ritardo, per trovare lo stesso Pecci seduto a far lezione al posto suo. Il seminario: questo sì era considerato dal vescovo la “pupilla” dei suoi occhi. Lo stesso Brunelli, in una biografia mista a ricordi, ne narra la riforma – con l’accento posto sul versante scientifico e sulla letteratura italiana classica e contemporanea – e i metodi, che si condivano di prossimità costante, fatta anche di certami poetici e gite in barca sul lago Trasimeno. Lo stesso Pecci si occupava della formazione culturale e spirituale dei suoi chierici, che voleva perfettamente allenati a mediare la dottrina della Chiesa presso tutte le classi sociali, dalle più sofisticate alle più umili. E forse proprio gli umili continuarono più assiduamente a seguirlo: affezionati a Papa Pecci, certo; ma, tramite lui, al Papa. Iniziative come quelle del parroco di Ponte Pattoli, che fondò il circolo giovanile “Leone XIII” (poi confluito nell’Azione Cattolica) e lottò perché fosse applicata la dottrina sociale della Rerum novarum, e la lapide posta dal parroco di Tisciano a una edicola mariana con il monito di Benedetto xv contro la guerra come “inutile strage”, proprio per il loro situarsi ai margini del territorio sono segni di una diffusa e durevole matrice ecclesiale.
Nel 1903, la morte del Papa fu per molti perugini un lutto dolorosissimo, nonostante la tarda età del grande “simbolo”. Tale era infatti divenuto. E proprio per questo, il rapporto tra la peruginità e il papato inaugurò con Pecci una nuova stagione, che non si chiuse con la morte di lui. “Il Paese” continuò a seguire fedelmente il Papa, che adesso era Pio X, e così fece, negli anni seguenti, il Bollettino Ecclesiastico, attraverso quelle pagine umili, all’inizio povere anche riguardo alla qualità della carta, che scorrono sotto i nostri occhi, oggi, due conflitti mondiali e le crisi culturali e ideologiche del Novecento. L’arcivescovo Giovanni Battista Rosa, che del “Papa Sarto” era figlio spirituale, fu vescovo di Perugia nel difficile ventennio fascista, applicando più che mai in quel momento delicatissimo la guida di Pio XI e Pio XII (presso i quali continuarono i pellegrinaggi perugini iniziati con Papa Leone); e così fece a maggior ragione, durante la guerra e dopo, Mario Vianello (1943-1955), ancora ricordato per le iniziative a favore delle popolazioni, e in particolare per il salvataggio di tanti ebrei, in stretto collegamento con la Santa Sede. Raffaele Baratta (1959-1968) partecipò al Concilio e ne iniziò l’applicazione, che proseguì con il suo successore, Ferdinando Lambruschini (1968-1981). Pochi sanno che fu di quest’ultimo l’idea di invitare il Papa a Perugia: ma l’attentato a Giovanni Paolo II impose una dilazione, e l’arcivescovo, che aveva pregato tanto per il Pontefice offrendo al Signore la propria vita, si spense in effetti di lì a poco. Ad accogliere il Santo Padre, il 26 ottobre 1986, c’era monsignor Cesare Pagani, altra grande figura, che si prodigò con lucidità e concretezza per la diocesi senza risparmio, morendovi nel 1988. Tutto questo per me è molto più che storia.
Quando sono stato nominato arcivescovo di Perugia dal Santo Padre Benedetto XVI, ho ricevuto in dono da parte della diocesi, anche a mo’ di presentazione, il libro di Amilcare Conti Giovanni Paolo II in Umbria, edito nel 2005, che ripercorre i numerosi viaggi del Pontefice nella nostra regione, con particolare riguardo a Perugia la quale, anche per il suo servizio metropolitano, ne è il cuore. L’ho gradito, forse come Pecci gradì il lavoro del suo cancelliere, perché ci ho letto non solo la storia tra Perugia e “un” Papa, ma, al di là dei singoli protagonisti, quello che a un anno di distanza constato con i miei occhi: l’amore della Chiesa perugina per “il” Papa, il suo desiderio inesausto di compattezza e la sua fierezza di sentirsi parte integrante e dinamica della Chiesa universale. Credo sia questa – insieme alle campane – l’eredità più duratura di Papa Leone XIII.
di Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve
luglio 28th, 2011

L’Umbria sta facendo la sua parte nell’accogliere con dignità i profughi che giungono dal Nord Africa. Degli attuali 20mila presenti in Italia, alla Regione Umbria è stato chiesto dal Governo di accoglierne poco più di 300 e la quota sembra quasi raggiunta con l’arrivo di altri 12 profughi nelle prossime ore, ma di certo non si tirerà indietro se l’emergenza dovesse proseguire. E’ quanto è emerso nella mattinata del 25 luglio, a Palazzo Donini in Perugia, sede della Giunta regionale, durante la firma del protocollo d’intesa tra Regione, Conferenza episcopale umbra (Ceu) e Anci regionale. Presenti la presidente della Regione, Catiuscia Marini, il presidente della Ceu, mons. Vincenzo Paglia, e il presidente dell’Anci umbra, Wladimiro Boccali, sindaco di Perugia.
«Con la firma del protocollo – ha detto la presidente Marini – di fatto formalizziamo il lavoro svolto in questi ultimi tre mesi, da quando il Governo ha chiesto alle Regioni e alle comunità locali di collaborare nella gestione dell’accoglienza dei cittadini provenienti dal Nord Africa, in conseguenza alle note vicende riguardanti alcuni Paesi del Mediterraneo, in particolare la Libia. Abbiamo in sede nazionale rappresentato anche una volontà espressa dal territorio di una gestione dell’accoglienza che interpretasse i valori di solidarietà e di civiltà della nostra terra. Abbiamo proposto un modello organizzativo e gestionale, che, in collaborazione con il Governo (sul territorio rappresentato dalle Prefetture di Perugia e Terni e dal ruolo di coordinamento del prefetto di Perugia per la gestione dell’immigrazione), ha visto collaborare sia i soggetti istituzionali (la Regione attraverso la Protezione Civile con il suo Centro regionale di Foligno, le Amministrazioni locali con i Comuni ed il coordinamento svolto dall’Anci che gestisce da sempre alcuni progetti mirati all’accoglienza riguardante i richiedenti asilo politico negli anni) che il mondo del volontariato».
«Il salto di qualità di questo modello umbro di accoglienza – ha aggiunto la presidente della Regione – è stato rappresentato dalla volontà di tenere insieme le istituzioni pubbliche con la rete ricchissima del volontariato. In modo particolare voglio ringraziare, attraverso la persona di mons. Vincenzo Paglia, la Caritas regionale e i suoi volontari operanti nella gran parte dei 27 comuni umbri coinvolti nell’accoglienza, che ci ha permesso di mettere a rete distinte esperienze. Tra queste quella dei volontari Caritas, che sono abituati a lavorare nella loro esperienza di gratuità e volontarietà mettendo a disposizione il proprio tempo e la propria esperienza. Si distinguono soprattutto nell’operare in modo diretto con gli immigrati e, quindi, hanno anche esperienza di relazionarsi con persone di culture e di religioni diverse e nel gestire delle problematiche che si presentano ad un immigrato che arriva nel nostro Paese dopo anche una fase di attraversamento del mare molto rischiosa e traumatica».
«La scelta che abbiamo compiuto – ha commentato la presidente Marini – ci ha dato ragione, perché era una modalità di accoglienza che ha messo al centro le persone con i loro bisogni e i loro diritti e, nel contempo, consentito un alto livello di sicurezza che pure deve essere garantito. Posso dire che questo modello ha retto anche una prova che nell’immediato poteva essere una prova complessa e difficile. Penso che abbiamo fatto bene a rifiutare modelli alternativi come quelli dei campi di accoglienza e, quindi, devo dire davvero grazie, in modo particolare, alla Caritas ed anche all’Anci e alle varie realtà di volontariato presenti sul territorio regionale».
«Nel protocollo – ha evidenziato infine la presidente – sono indicati anche degli aspetti che gestiremo con le Amministrazioni locali, riguardanti i progetti sociali rivolti alla permanenza di questi immigrati nel nostro territorio».
«E’ particolarmente significativo quanto detto dalla presidente Marini – ha esordito nel suo intervento mons. Paglia –, perché mostra che il modello che noi abbiamo applicato nella nostra regione ha permesso non solo la soluzione vera all’accoglienza di questi profughi, ma anche una soluzione umana e bella. Questo aspetto non è secondario in una situazione come quella che stiamo vivendo. Di fronte alle paure per l’arrivo in massa di persone in fuga dal Nord Africa, noi abbiamo dimostrato che la disponibilità della regione in generale, ed è bene sottolineare la pluralità dell’accoglienza fornita da soggetti diversi che hanno dato vita ad una armoniosa collaborazione tra loro, ha permesso a questi nostri fratelli e sorelle, che, come diceva la presidente Marini hanno attraversato il mare della morte, qui hanno trovato una sponda attenta».
«Sottolineerei la dimensione umana di questo modello di accoglienza – ha proseguito mons. Paglia –, perché non si tratta solo di aprire le porte, ma di accogliere in una tradizione che è la nostra, con umanità e spirito di fratellanza, portatrice dei valori francescani di pace. Credo che questo modello di accoglienza, che vede coinvolte diverse componenti della società umbra da quella istituzionale civile a quella ecclesiastica e del volontariato, inizia a raccogliere i suoi frutti nel vedere una serenità nella vita di queste persone in mezzo a noi. E questo è particolarmente significativo».
«Ritengo che la Conferenza episcopale umbra, la Caritas regionale che è in questo caso l’espressione più evidente, continuerà la sua collaborazione ed è sempre attenta a tutte le indicazioni che verranno. Terremo presente che quanto abbiamo fatto probabilmente richiederà una continuità della collaborazione e dell’attenzione ed anche nella scelta e nelle modalità per aiutare i diversi tipi di profughi che arrivano, perché non tutti sono uguali e non tutti hanno le stesse esigenze. In questo caso l’Umbria è la più piccola, ma certamente non è l’ultima delle regione a mostrare un’accoglienza bella, fraterna e umana».
«L’Umbria piccola, ma modello, come è stato appena ricordato, in questa fase e nella gestione dei servizi per l’accoglienza dei rifugiati, che gestiamo ormai da diversi anni». A sottolineato è stato il sindaco Boccali, che ha aggiunto: «confermiamo come Anci la volontà di proseguire questo lavoro. Voglio dare atto della capacità del coordinamento messo in atto dalla Regione per questa accoglienza che ha coinvolto diversi soggetti, secondo un modello che tutti abbiamo potuto verificare essere il migliore possibile».
luglio 26th, 2011

La primavera araba non ha un esito scontato, ma è “un’opportunità”: non bisogna tornare indietro, bensì accogliere quei “semi di amicizia e fraternità” che essa ha portato. Lo ha affermato mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni-Narni-Amelia, intervenendo (insieme al ministro dell’Economia Tremonti) a un incontro sulle “rivoluzioni in corso” nell’area mediterranea, tra Nord Africa e Medio Oriente. Di fronte alle sfide del tempo presente l’Europa, ha annotato il vescovo, “pare invecchiata, impaurita e divisa”, incapace di ricordare “la sua vocazione universale”, “concentrata su se stessa fino al punto di correre il rischio dell’autodistruzione”. Compito del Mediterraneo, invece, è “riconquistare la sua centralità e forza culturale sul pianeta. C’è bisogno – ha sottolineato – di un nuovo sogno, che può nascere proprio in un Mediterraneo capace, di fronte alla globalizzazione, di ritrovare una visione umanistica che porti i popoli a uno sguardo universale”. “La storia va guidata e gestita, non subita”, e se “non è facile intravedere il futuro”, ciò non basta, ha evidenziato il vescovo, per “fermarsi alla stazione della rassegnazione e della paura”.
Mons. Paglia ha poi sottolineato come motore di queste rivoluzioni siano stati i giovani, dal momento che “il 60% dei manifestanti aveva meno di 30 anni”. Essi rappresentano “una generazione nuova cresciuta senza che nessuno se ne rendesse conto”, in anni in cui “l’unico vero leader capace di parlare anche a questo mondo è stato Giovanni Paolo II”.
La “Primavera Araba”: www.tempusvitae.it/headlines/articolo_view.asp?ARTICOLO_ID=27361
luglio 23rd, 2011

Per una riflessione sull’educazione dei giovani e approfondirne le tematiche, Nicolina Ricci della Gazzetta di Foligno ha intervistato il Prof. Gaetano Mollo, Professore ordinario di Pedagogia generale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia, Docente di Pedagogia presso l’Istituto Teologico di Assisi, affiliato alla Facoltà di Sacra Teologia della Pontificia Università Lateranense.
Che cosa significa, oggi, educare? Si sente spesso parlare di “deserto educativo”; è veramente impossibile trovare una goccia d’acqua come spiraglio di speranza?
In ogni epoca l’educazione ha rappresentato la necessità di tramandare valori e stili di vita. In tale prospettiva è stata quasi sempre autoritaria. Oggi ci troviamo in una realtà complessa e in continua trasformazione. È necessario educare a impegnarsi e rinnovarsi, sviluppando capacità critiche e creative. In quello che può apparire come un “deserto educativo” ci sono tante oasi formative, dove ci si abilita a osservare, comprendere, dialogare e condividere. Da queste piccole comunità educative bisogna saper ripartire.
I luoghi dell’educazione (famiglia, scuola, chiesa, vari contesti sociali…) che cosa hanno in comune, perché possano collaborare fra di loro?
La tentazione è che ogni ambiente educativo vada per conto proprio. Ciò che devono avere in comune è la volontà di cooperare, per formare persone capaci non solo di rispettarsi, ma anche di collaborare, capaci di riflettere e non solo di assimilare. Da questa collaborazione e da un minimo di comunicazione può costituirsi un sistema formativo che permetta ad ogni persona di integrare le diverse esperienze che famiglia, scuola o associazioni di vario tipo riescono a proporre e permettere.
Come sono vissute, oggi, le varie relazioni intergenerazionali? Come queste relazioni hanno modificato le dinamiche educative?
Uno dei pericoli è quello dell’incomunicabilità fra generazioni. L’era dell’informatica ha accentuato per certi aspetti questo fenomeno, oltre ai limiti di una famiglia spesso composta solo da genitori ed uno o massimo due figli, isolata in condomini impersonali. La presenza di nonni, zii, cugini e amici di famiglia è basilare per allargare le esperienze affettive e sociali. Bisogna far di tutto affinché tali reti affettive si costituiscano. C’è, inoltre, da dire che non si tratta tanto di avvicinarsi alla mentalità giovanile, da parte degli adulti – o, peggio ancora, di cercare di imitare i loro modi di vita all’insegna di un pietoso giovanilismo – , quanto di cercare contatti di esperienze e confronti intelligenti, dove il racconto e la memoria possano ancora affascinare le nuove generazioni e la freschezza e la sensibilità dei più piccoli riescano a stupire gli adulti.
Il relativismo e l’individualismo come vanno a incidere nella proposta educativa?
Qualsiasi proposta educativa non può essere relativistica. Se ogni posizione o convinzione è eguale, in nome di cosa si devono esigere dei comportamenti o si possono presentare dei modelli di vita? Il relativismo è la presunzione di coloro che, non riuscendo ad essere autenticamente scettici, vogliono assurgere a soloni delle assolutizzazioni del relativo. A parte l’evidente contraddizione, si deve invece riconoscere che ogni verità è in relazione alla maturazione personale e alle epoche della vita – come anche il grande pensatore di Foligno Pietro Ubaldi ha ben chiarito -, oltre alla diversità di culture e civiltà. L’individualismo, invece, è il grande mistificatore. Educare alla personalizzazione richiede di interiorizzare un personale modo di essere, ma anche la capacità di cooperare e condividere un bene comune, per cui arricchirsi intellettualmente e moralmente attraverso la partecipazione sociale.
C’è un metodo consolidato nel tempo valido per l’educazione?
Educare vuol dire liberare potenzialità e produrre situazioni di emancipazione. Pertanto, bisogna saper considerare le diverse situazioni ambientali e culturali e saper introdurre adeguate condizioni di decondizionamento. Oggi è necessario saper adottare un approccio critico sul piano intellettuale, ma anche saper rassicurare a livello affettivo e responsabilizzare gradualmente sul piano sociale. Se il fine è lo sviluppo di una coscienza etica, che sia anche una consapevolezza collettiva, qualsiasi mezzo atto a tale scopo può risultare utile, purché sempre rispettoso degli altri e non violento.
Gli adulti di oggi sono capaci di offrire alle giovani generazioni delle risposte credibili per problemi reali? Pensiamo alle aspettative di felicità.
Molti adulti non sono credibili. Adulto non lo si è per età o per responsabilità, ma per capacità di autonomia. Adulto è chi si auto-educa, ma si sente interdipendente con gli altri e la propria comunità di appartenenza, in maniera tale da sentirsi compartecipe e corresponsabile. Si devono dare esempi di vita in cui l’impegno, l’attesa e la perseveranza hanno portato alla felicità. Si deve poter testimoniare che il fine non è il piacere, ma la vera gioia, che sa passare anche per la sofferenza, oltre che per lo sforzo.
L’educazione come può aiutare la costruzione e la realizzazione di un progetto di vita?
Un progetto di vita è fatto di passione e perseveranza. È qualcosa che si persegue, come un viaggio di cui ogni tappa ne rappresenta il senso. Abituare i bambini al rapporto con la natura, a vivere la vita e lo studio come un’avventura ne sono le condizioni. Permettere di scoprire che anche nelle avversità c’è un’opportunità è fondamentale per poter produrre quelle che potremmo definire le tre “a” dell’avventura della vita: l’appassionarsi, l’apertura mentale e l’adattabilità.
luglio 22nd, 2011

Francesco amò profondamente l’Umbria, la sua patria, e la attraversò incessantemente durante la sua vita. Qui ebbe inizio il suo cammino spirituale, trovò rifugio dalle vanità del mondo e annunciò la parola del Vangelo alla gente semplice della sua terra. Propizia ai cammini per monti e per valli l’Umbria, con i suoi silenzi e i suoi suoni, la sua luce e l’ombra, ha radicata in sé l’essenza del messaggio francescano. La Via di Francesco attraversa l’Umbria da nord a sud per 276 km e prosegue per circa 150 km verso la Valle Santa di Rieti, fino a raggiungere la tomba dell’Apostolo Pietro a Roma. Il cammino conduce i pellegrini e i viaggiatori nei luoghi dell’Umbria maggiormente legati agli episodi fondamentali della vita di San Francesco. Il cuore della via è Assisi, patria di San Francesco, che evoca in ogni suo angolo la vicenda umana e spirituale del Santo, mirabilmente raffigurata da Giotto all’interno della Basilica, che accoglie i resti del Patrono d’Italia. La ricerca di se stessi, il continuo “essere in cammino” di Francesco, la sua “perfetta letizia”, l’amore per la natura e le sue creature, la sua raccomandazione di vivere come “pellegrini” sono alcuni dei motivi che oggi spingono sempre più pellegrini e viaggiatori a mettersi lo zaino in spalla per ripercorrere i luoghi dove il Santo visse e annunciò il suo messaggio di pace e di amore per tutto il creato.
Per organizzare il cammino, a piedi o in bicicletta, il punto di partenza è il sito www.viadifrancesco.it dove è possibile scaricare i road-book e le coordinate GPS del percorso.
Il cammino parte da Citerna, lungo l’antico percorso per il santuario de La Verna, e si inoltra tra le colline ricoperte di boschi e valli fino ad Assisi, meta ogni anno di milioni pellegrini provenienti da tutto il mondo. La città umbra è il luogo di nascita di san Francesco, dove ebbe origine l’Ordine dei frati minori, e la strada francescana parte proprio dalla Basilica dove riposa il Santo e dove Giotto raffigurò mirabilmente la sua vicenda umana e spirituale. Da qui si può passeggiare verso il centro o lungo le mura cittadine, tra vie medioevali e scalette ricche di romantici scorci con panorami mozzafiato sulla vallata umbra. Altra tappa importante ad Assisi è la chiesa di san Damiano, dove avvenne la conversione del giovane Francesco davanti a un grande crocifisso, che oggi si trova nella Cappella delle Reliquie di santa Chiara, e dove intorno al 1226 scrisse il celebre poema Cantico delle Creature. Altro simbolo della spiritualità francescana è la Porziuncola, piccola cappella fondata nel IV secolo da alcuni pellegrini di ritorno da Gerusalemme, racchiusa nella basilica di Santa Maria degli Angeli, a circa 5 chilometri da Assisi, dove il frate umbro costituì il primo convento stabile dell’Ordine francescano. Qui accanto, la sera del 3 ottobre 1226 il frate morì in una semplice capanna che divenne la Cappella del Transito, trasformata nel 1569 in basilica per volere di papa Pio V.
La visita dei luoghi sacri dedicati al frate umbro deve contemplare anche un pellegrinaggio alla basilica di santa Chiara, la fondatrice dell’Ordine delle Clarisse, e all’Eremo delle Carceri, immerso tra le querce del monte Subasio, a circa 4 chilometri dalla cinta muraria dove il santo si ritirava in meditazione.
Da Assisi si può proseguire verso sud oppure deviare verso nord, in direzione Perugia, dove san Francesco fu tenuto prigioniero ai tempi in cui era ancora solo un giovane cavaliere, o viaggiare verso Pietralunga, dove il frate compì dei miracoli, e Gubbio, bellissima città medievale famosa per l’incontro del Santo con il lupo. Qui si può passeggiare da piazza Grande alla cattedrale, al palazzo Ducale e al Duomo per godere di uno dei panorami più belli dell’Umbria.
Viaggiando verso sud da Assisi l’itinerario prosegue lungo una strada di ulivi, a metà collina, per Spello, borgo ricco d’arte e di scorci amati da artisti e pittori, dove furono erette tantissime chiese e abbazie in memoria del Santo. Prima di proseguire lungo il cammino, è bene passeggiare nei vicoli tortuosi del borgo arroccato, rinomato per i riflessi rosati della sua pietra, fino alla chiesa trecentesca di sant’Andrea Apostolo e alla chiesa di Santa Maria Maggiore con la celebre Cappella Bella, affrescata nel 1501 dal Pinturicchio.
La strada continua dopo sei chilometri per Foligno, città di mercanti e di signori, ai margini della pianura umbra, dove nel 1205 Francesco compì il suo primo atto di povertà: in piazza della Repubblica (all’epoca piazza Grande) il giovane frate vendette le sue preziose stoffe e il cavallo per recuperare i soldi necessari al restauro della chiesa di san Damiano. La devozione a san Francesco è testimoniata anche dalla cappella di san Matteo, nella chiesa di san Francesco, dove nel 1224 frate Elia ebbe la visione di un sacerdote vestito di bianco che gli predisse, di lì a due anni, la morte di Francesco.
La città di Foligno è una tappa obbligata per arrivare, attraverso paesaggi incantevoli, a Trevi e a Montefalco, con il complesso museale di san Francesco ricavato da una chiesa del XIV secolo sconsacrata. A Trevi il beato giunse nel 1213 e la leggenda narra che nella piazza principale compì un miracolo, rabbonendo un asino che disturbava la sua predica. Nel 1350 venne eretta una chiesa in suo onore con affreschi sulla sua vita spirituale.
L’itinerario prosegue per 18 chilometri fino a Spoleto e al magnifico bosco sacro di Monteluco, a circa 850 metri d’altezza, dove Francesco era solito ritirarsi in meditazione e dove sono conservati i resti di un santuario e di un pozzo da cui il Santo avrebbe fatto sgorgare miracolosamente l’acqua. Dopo aver percorso le rive del fiume Nera fino alle spettacolari cascate delle Marmore si arriva al lago di Piediluco, ultima tappa umbra della Via di Francesco, da dove si può continuare verso i santuari francescani della Valle santa di Rieti e raggiungere Roma, cioè San Pietro, meta finale e ampliata del cammino.
Credenziale del Pellegrino e Testimonium Viae Francisci
La Credenziale del Pellegrino della Via di Francesco è stata realizzata con il contributo della Regione Umbria ed è emessa con l’approvazione della Conferenza Episcopale Umbra, della Custodia Generale del Sacro Convento O.F.M. Conv. Assisi, della Provincia Serafica di San Francesco O.F.M. Dell’Umbria, della Provincia Serafica O.F.M. Cappuccini dell’Umbria, della Provincia Serafica di San Francesco O.F.M. Conv. dell’Umbria e della Provincia di San Francesco d’Assisi del T.O.R. La credenziale, la più nota è forse quella richiesta dai pellegrini che si recano a Santiago de Compostela, è un documento d’invenzione recente; all’inizio si trattava di una lettera di presentazione da parte di un’autorità religiosa che garantiva il pellegrino difronte a chiunque lo incontrasse. Il parroco presentava il pellegrino e ne garantiva le intenzioni presso chi lo ospitava. La credenziale per la Via di Francesco, che potrà essere richiesta presso gli uffici del Sacro Convento in Assisi, della Basilica di Santa Maria degli Angeli e della Diocesi di Assisi, oltre che presso i conventi e le parrocchie lungo la Via di Francesco, è un documento di viaggio che accompagna sempre il pellegrino nel suo cammino. Serve ad attestare la condizione di pellegrino e l’intenzione di volersi recare presso la tomba di san Francesco d’Assisi. Su di essa ad ogni tappa si appongono le date e i timbri dei luoghi di ospitalità, in modo tale da diventare la testimonianza tangibile del percorso fatto, in quanto su di essa si appongono le date e i timbri per ogni tappa raggiunta, fino a ricevere l’ultimo sigillo in Assisi e ritirare il “Testimonium Viae Francisci”. La Credenziale della Via di Francesco è predisposta per raggiungere qualsiasi meta sacra e pertanto può essere utilizzata, come di fatto avviene, per coloro che si dirigono, oltre che ad Assisi, a Roma, Gerusalemme, Monte Sant’Angelo, Loreto… Il Testimonium Viae Francisci è il diploma che viene rilasciato in Assisi congiuntamente dalla Basilica Papale di San Francesco d’Assisi, dalla Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola e dalla Diocesi di Assisi –Nocera Umbra e Gualdo Tadino, a tutti coloro che hanno compiuto il pellegrinaggio a piedi, in bicicletta o a cavallo con l’ intenzione di recarsi presso la tomba di San Francesco d’Assisi. Per ottenere il “Testimonium Viae Francisci” è necessario presentare la Credenziale, che dovrà recare i timbri e le date che testimoniano di aver percorso perlomeno gli ultimi 75 Km a piedi e 150 km in bicicletta o a cavallo per giungere alla Tomba di san Francesco d’Assisi.
luglio 21st, 2011

Il 19 Luglio il calendario liturgico universale ricorda san Pietro Crisci da Foligno (1243-1323). San Pietro Crisci fa parte dei cosiddetti «santi folli». Come li definì il contemporaneo, e conterraneo, beato Iacopone da Todi. Davvero fu figura singolare. Dopo una giovinezza movimentata, si convertì a 30 anni, vendendo i beni e addirittura se stesso come schiavo. Ma il padrone lo liberò. La sua casa divenne allora la cattedrale di Foligno, dove aiutava nei servizi più umili. Dormiva sui gradini del campanile, vestiva di sacco, i piedi nudi, e pregava guardando il sole, perché simbolo di Gesù. Dedito alle più aspre penitenze, basava la sua spiritualità sull’esempio della beata Angela da Foligno e di santa Chiara di Montefalco. Durante la sua vita fu più volte pellegrino a Roma ed Assisi. L’Inquisizione se ne interessò, ma la sua fede risultò limpida. Pietro Crisci morì nella cattedrale di Foligno il 19 luglio 1323 in fama di santità. Durante tutto il Medioevo il santo godette di grande devozione. Nel 1385, in suo onore fu eretta una cappella nella cattedrale, restaurata nel 1870 dal vescovo Crispigni e dove attualmente si venera il suo corpo, racchiuso in un’urna artistica di legno.
luglio 19th, 2011

Al termine della Divina Liturgia celebrata nella cattedrale della Dormizione del Cremlino, in memoria della traslazione delle reliquie di san Filippo metropolita di Mosca e di tutte le Russie, morto martire nel 1569, il patriarca Kirill I ha incontrato la delegazione dei vescovi umbri in pellegrinaggio in Russia dall’11 al 16 luglio.
Rivolgendosi loro il patriarca, tra l’altro, ha detto: «Saluto i cari amici della delegazione dell’Episcopato cattolico dell’Umbria. L’Umbria si trova al centro dell’Italia. Li ci sono molti santi della Chiesa indivisa. Saluto il vescovo Vincenzo Paglia, i suoi confratelli e i fedeli del popolo umbro venuti in pellegrinaggio in Russia. Auguro al vescovo Vincenzo e ai suoi confratelli di condurre il proprio ministero con audacia, sapienza e coraggio rafforzandosi nella preghiera e nella comunione con coloro che condividono il loro servizio e la loro responsabilità». Il patriarca, sottolineando l’importanza della visita collegiale della Conferenza episcopale umbra, ha voluto salutare personalmente tutti i vescovi: mons. Gualtiero Bassetti di Perugia-Città della Pieve, mons. Domenico Cancian di Città di Castello, mons. Mario Ceccobelli e mons. Pietro Bottaccioli (emerito) di Gubbio, mons. Vincenzo Paglia di Terni-Narni-Amelia e mons. Domenico Sorrentino di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino. Ha quindi chiesto all’arcivescovo di Perugia, mons. Bassetti, di salutare il rettore magnifico e l’intera Università degli Studi, ricordando la laurea honoris causa in Scienze Politiche che gli fu conferita esattamente nove anni fa.
Al termine dell’incontro è stata donata al patriarca un’immagine in ceramica dorata raffigurante la Vergine col Bambino, copia del Perugino, che ha baciato e mostrato ai fedeli.
«Il pellegrinaggio dei vescovi umbri – ha commentato mons. Vincenzo Paglia, presidente della Ceu – ha permesso di incontrare una Chiesa che sta vivendo una nuova primavera. Dopo il risveglio alla libertà e dopo lo sforzo della ricostruzione di molti luoghi di culto e il ristabilimento di molti monasteri, l’intera Chiesa ortodossa russa sta sentendo con urgenza l’impegno per una evangelizzazione che risponda ai numerosi problemi che si affacciano nella società russa di questo inizio di millennio».
«Abbiamo potuto cogliere – ha aggiunto mons. Paglia – nei diversi incontri avvenuti con alcuni vescovi, preti, monaci e monache, nei luoghi del martirio, in alcuni monasteri, in centri della carità e della formazione teologica, i promettenti frutti di questa nuova vitalità della Chiesa ortodossa russa. Gli incontri avvenuti hanno permesso non solo di approfondire la conoscenza reciproca ed irrobustire l’amicizia tra le Chiese, ma anche di scambiarsi riflessioni sull’evangelizzazione del mondo contemporaneo e di quanto sia sempre più urgente l’unità tra i credenti per una più efficace comunicazione del Vangelo».
luglio 18th, 2011

Il 16 Luglio 1228 Papa Gregorio IX canonizza, soltanto due anni dopo la morte, Francesco d’Assisi. Per questo motivo, il processo di canonizzazione è stato uno dei più rapidi della storia della Chiesa cattolica. La canonizzazione di Francesco è riportata in modo molto dettagliato nella “Vita Prima” di Tommaso da Celano. Fu incaricato dal papa Gregorio IX di stendere una Vita del santo di Assisi; risultata insoddisfacente per una parte dei francescani (che si dividevano tra Spirituali e Conventuali), la Vita ebbe una seconda redazione, supportata da testimonianze di altri francescani che avevano seguito Francesco da vicino. Come è noto tutti questi scritti furono poi sostituiti ufficialmente dalla Legenda maior di Bonaventura di Bagnoregio e condannati alla totale distruzione.
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luglio 16th, 2011

Benedetto XVI ha convocato una “Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo” in occasione del venticinquesimo anniversario del primo “Incontro interreligioso per la preghiera per la pace”. Il 27 ottobre 2011 non potrà essere, però, una semplice replica dell’indimenticabile iniziativa intrapresa dal beato Giovanni Paolo II nel 1986, anche e soprattutto perché in questi venticinque anni il mondo è molto cambiato. La svolta più incisiva verificatasi nel frattempo è senza dubbio la fine dei regimi oppressivi comunisti nei Paesi oltrecortina, che ha mutato radicalmente la cartina esterna e interna dell’Europa e che è stata definita dall’allora cardinale Joseph Ratzinger come la vittoria della verità dello Spirito e della religione: “Lo Spirito ha dato prova della sua forza; lo squillo di tromba della libertà è stato più forte del muro che la voleva limitare” (J. Ratzinger, Wendezeit für Europa? Diagnosen und Prognosen zur Lage von Kirche und Welt, 106). La fine della cosiddetta guerra fredda, che, stando al giudizio di Mikhail Gorbaciov, non sarebbe stata possibile senza l’energia del beato Giovanni Paolo II, ha cambiato in maniera non indifferente anche la situazione ecumenica e interreligiosa.
La grande svolta del 1989 in Europa ha fatto sì che, nel paesaggio ecumenico, soprattutto le Chiese ortodosse si siano trovate a occupare un posto di maggior rilievo nella consapevolezza di tutti i cristiani. Dal punto di vista della fede e dell’ecclesiologia, esse sono a noi molto vicine, seppure possa sembrare, a livello di storia e di cultura, che vi sia tra noi e loro una distanza ancora maggiore rispetto a quella con le comunità ecclesiali nate dalla Riforma. Ascoltare la voce dell’ortodossia è indispensabile se vogliamo compiere passi avanti anche nel superamento dei problemi riguardanti la divisione dei cristiani in Occidente. Ascoltare tale voce contribuirà soprattutto a un ampliamento verso est anche nell’ecumenismo, estremamente importante per il futuro sociale dell’Europa. Infatti, l’unificazione politica dell’Europa potrà realizzarsi soltanto se avverrà un ulteriore avvicinamento tra i cristiani in Oriente e in Occidente, ovvero se la Chiesa, in Occidente come in Oriente, imparerà di nuovo, come soleva ribadire il beato Giovanni Paolo II, a respirare con i suoi due polmoni. Dal punto di vista interreligioso, dobbiamo prendere atto in primo luogo dei grandi movimenti migratori che hanno condotto a una ricca mescolanza della popolazione. Ciò significa soprattutto che le religioni diverse dalla nostra non vengono più percepite come fenomeni estranei, ma come realtà vicine, che sperimentiamo quotidianamente e che, nell’incontro con gli altri credenti, assumono un volto personale. Questo è vero in particolar modo per l’islam, che si articola al suo interno in molteplici forme e che, presente in numerosi Paesi europei da molto o da poco tempo, costituisce una religione in rapida crescita di fronte a una popolazione locale in diminuzione e in costante invecchiamento. Il dialogo interreligioso è dunque indispensabile per il prosperare di una convivenza pacifica nella società odierna. Questa nuova situazione interreligiosa ha fatto sì che la religione, spesso considerata dall’opinione pubblica come un fattore irrilevante o addirittura fastidioso, da relegare ai margini della vita sociale, sia tornata a essere un tema all’ordine del giorno nel dibattito pubblico. Tale sviluppo va letto come un fatto incoraggiante, poiché una società che si chiude al divino è una società incapace di condurre un dialogo interreligioso, come ha chiaramente osservato Benedetto XVI nel suo famoso discorso del 2006 presso l’Università di Regensburg, in Germania: “Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture”.
L’incontro di Assisi del 27 ottobre 2011 si ricollega a tale aspetto fondamentale. Esso prende atto soprattutto del fatto che le grandi speranze di pace sorte a seguito del crollo dei regimi comunisti nel 1989 hanno cominciato a vacillare a causa dei successivi sviluppi, poiché il terzo millennio è stato segnato fin dall’inizio da una spaventosa recrudescenza di violenza e da spietati atti di terrorismo che non accennano a finire. In questa situazione, Benedetto XVI ritiene cruciale che le varie Chiese e comunità cristiane e i rappresentanti delle altre religioni diano nuovamente una testimonianza credibile e convinta a favore della pace e della giustizia nel mondo di oggi. Tutti i partecipanti sono invitati a un impegno personale nel dichiarare pubblicamente e nell’adoperarsi affinché la fede e la religione non s’imparentino in nessun modo con l’ostilità e la violenza, ma si accordino con la pace e la riconciliazione. Questa visione è connaturale all’ecumenismo cristiano. Il movimento ecumenico, infatti, è fin dall’inizio un movimento di pace, che si pone al servizio della pace tra i fedeli cristiani e tra le comunità cristiane sul cammino della purificazione della memoria, del superamento delle cause delle molteplici divisioni tra i cristiani, del risanamento delle vecchie ostilità e del mutuo riconoscimento come fratelli e sorelle in Cristo, al fine di ricomporre la nostra unità in Cristo.
Sebbene il dialogo interreligioso non possa prefiggersi una simile unità, ma persegua il rispetto, la promozione della comprensione reciproca e la collaborazione solidale nella costruzione di un mondo pacifico e giusto, anche il dialogo interreligioso “sta o cade” con gesti concreti di riconciliazione, nella consapevolezza che la pace può sorgere soltanto là dove non l’odio e la violenza ma l’intesa e la pacifica collaborazione preparano la strada del futuro, ovvero là dove la pace è lo sforzo comune di tutte le religioni. Ecco allora risplendere il vero motivo per cui il Papa ha scelto il riferimento al pellegrinaggio per l’incontro di Assisi, definendone il tema: Pellegrini della verità, pellegrini della pace. La pace è possibile soltanto là dove gli uomini, come autentici ricercatori di Dio, si mettono in cammino verso la verità. La pace, infatti, risiede nella verità, come ha sottolineato già Benedetto XVI nel suo primo messaggio per la Giornata mondiale della pace nel 2006: “Dove e quando l’uomo si lascia illuminare dallo splendore della verità, intraprende quasi naturalmente il cammino della pace”.
La storia mostra a sufficienza che la negazione della verità, o anche l’indifferenza davanti a essa, inietta il veleno della discordia nelle relazioni umane e che, inversamente, il vero incontro delle religioni è possibile non se si rinuncia alla verità, ma se si entra in essa profondamente. Alla luce di questa considerazione fondamentale, l’incontro di Assisi dovrebbe essere in primo luogo “una giornata di riflessione”. La riflessione sulla pace, però, può produrre frutti non nello splendido isolamento dei singoli individui, ma nella ricerca comune della sua verità. Ecco perché il secondo termine che descrive l’incontro di Assisi è “giornata di dialogo”. Poiché la pace, secondo l’origine ebraica del termine shalom, è in primo luogo un saluto, una parola di relazione, la riflessione sulla pace può avvenire soltanto nel dialogo, nello scambio tra credenti che discutono insieme di come hanno trovato la radice più profonda della pace nell’incontro con Dio e hanno dunque sperimentato una realtà che non può essere sconosciuta ai seguaci delle altre religioni. Solo se il dialogo interreligioso non si riduce a un semplice scambio di convenevoli, ma si prefigge la ricerca della verità, può diventare ascolto comune dell’unico Logos di Dio, che ci dona la pace malgrado le nostre divergenze, le nostre contraddizioni e perfino le nostre divisioni. Per i credenti, infine, è naturale che una “giornata di riflessione e di dialogo” sia anche una “giornata di preghiera” per la pace. La preghiera, infatti, non è soltanto la primaria articolazione della fede; nella preghiera noi incontriamo anche il fulcro più profondo della pace, ovvero la pace del singolo individuo con Dio. Il raccoglimento nella pace con Dio, che è la fonte di ogni pace, o meglio che è la Pace, è il cammino decisivo da intraprendere per trovare la pace anche tra gli uomini, tra le nazioni e tra i popoli. Non è un caso che Gesù colleghi il suo incoraggiamento ad amare i nemici alla sua esortazione a pregare. La preghiera si rivela dunque come “centro di rianimazione” della riconciliazione. Soltanto il cammino verso la pace interiore con Dio dimostra di essere il cammino sul quale è possibile compiere anche azioni esteriori di pace tra gli uomini e tra i popoli.
Una simile “giornata di preghiera” non deve naturalmente essere fraintesa come un atto sincretistico. Piuttosto, ogni religione è invitata a rivolgere a Dio quella preghiera che corrisponde alla sua credenza specifica. Secondo la fede cristiana, la pace, a cui tanto anelano gli uomini di oggi, proviene da Dio, che ha rivelato in Gesù Cristo il suo disegno originario, ovvero il fatto di averci “chiamati alla pace” (1 Corinzi 7, 15). Di questa pace, la lettera ai Colossesi dice che ci viene donata tramite Cristo, “con il sangue della sua croce” (1, 20). Poiché la croce di Gesù cancella ogni desiderio di vendetta e chiama tutti alla riconciliazione, essa si erge sopra di noi come il permanente e universale Yom Kippur, che non riconosce altra “vendetta” se non la croce di Gesù, come ha affermato Benedetto XVI con parole molto profonde, il 10 settembre 2006 a München: “La sua “vendetta” è la Croce: il “No” alla violenza, “l’amore fino alla fine”". Come cristiani, non veniamo certamente meno al rispetto dovuto alle altre religioni, ma al contrario lo cementiamo, se, soprattutto nel mondo di oggi in cui violenza e terrore sono usati anche in nome della religione, professiamo quel Dio che ha posto di fronte alla violenza la sua sofferenza e ha vinto sulla croce non con la violenza, ma con l’amore. Pertanto, la croce di Gesù non è di ostacolo al dialogo interreligioso; piuttosto, essa indica il cammino decisivo che soprattutto ebrei e cristiani, ma anche musulmani e seguaci di altre religioni, dovrebbero accogliere in una profonda riconciliazione interiore diventando così fermento di pace e di giustizia nel mondo. Affinché l’incontro di Assisi possa essere un passo fondamentale in questa direzione, rivolgiamo a Dio la nostra preghiera mentre ci prepariamo a questa grande e bella iniziativa voluta da Benedetto XVI.
KURT KOCH, Cardinale presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani
luglio 14th, 2011

Benedetto XVI, che del Santo nursino ha assunto il nome una volta eletto Vescovo di Roma, ha ricordato, all’Angelus di domenica 10 Luglio 2011, la festa di san Benedetto invitando i fedeli ad imparare dal fondatore del monachesimo occidentale a mettere Dio al primo posto.
Il Papa, già nella prima udienza generale del suo Ministero petrino, il 27 aprile del 2005, ricorda l’esortazione di San Benedetto, Patrono del suo Pontificato: “non anteporre nulla a Cristo”: “All’inizio del mio servizio come Successore di Pietro chiedo a San Benedetto di aiutarci a tenere ferma la centralità di Cristo nella nostra esistenza. Egli sia sempre al primo posto nei nostri pensieri e in ogni nostra attività!”.
Al Santo di Norcia dedica in modo specifico l’udienza generale del 9 aprile 2008 sottolineando il valore della sua opera, compiuta nel VI secolo, in un periodo caratterizzato “da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi”: “Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo ‘Europa’”.
Un’opera grande nata nel silenzio. Appena ventenne Benedetto lascia gli studi intrapresi a Roma “disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni … che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo”. Si ritira sui monti presso Subiaco e vive per tre anni completamente solo in una grotta. Un periodo di solitudine con Dio, un tempo di maturazione per superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: “La tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno”. Soltanto dopo inizia a fondare i primi monasteri. La sua azione si basa sull’Ora et Labora: la preghiera è il fondamento di ogni sua attività: “Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione”. La vita del monaco diventa così “una simbiosi feconda tra azione e contemplazione” affinché “in tutto venga glorificato Dio”: “In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di San Benedetto è la sincera ricerca di Dio sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente, all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace”. L’opera di San Benedetto forgia la civiltà e la cultura dell’Europa che – afferma il Papa – dopo le “tragiche utopie” del XX secolo, è ancora alla ricerca della propria identità: “Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, ‘un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità’”.
luglio 13th, 2011
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