Archive for giugno, 2011

Dopo il rinnovo dei vari organi ecclesiali di partecipazione a livello diocesano e parrocchiale (http://chiesaumbra.it/2011/05/04/terni-nomina-dei-i-nuovi-vicari-foranei-e-rinnovo-del-consiglio-presbiterale-e-del-collegio-dei-consultori-della-diocesi-2/), in diocesi si è provveduto anche alla ristrutturazione delle commissioni e uffici pastorali, rivisti nel numero e nelle funzioni, con la nomina da parte del vescovo Paglia dei nuovi presidenti e direttori. Le commissioni che hanno compiti di studio, di proposta e di animazione sono 11: Annuncio e catechesi con presidente don Stefano Mazzoli; Liturgia, musica e canto sacro con presidente mons. Giorgio Brodoloni e direttore dell’ufficio liturgico; pastorale della carità presidente Claudio Daminato; pastorale vocazionale presidente don Riccardo Beltrami e direttore del centro diocesano vocazioni; pastorale giovanile don Luciano Afloarei e direttore dell’ufficio e consulta; Ecumenismo e dialogo don Enzo Greco e direttore ufficio ecumenismo; Problemi sociali e del lavoro, giustizia e pace presidente Vincenzo Menna e direttore ufficio; Famiglia, difesa e promozione della vita coniugi Leonardi Maurizio e Paola e direttori ufficio; pastorale della cultura presidente Stefania Parisi; Evangelizzazione tra i popoli mons. Maurizio Cuccato; Educazione cattolica, scuola e università presidente Emanuela Buccioni. Gli uffici che svolgono attività di formazione, convegnistica e di contato con le diverse realtà del territorio sono state affidate per l’ufficio catechistico a suor Grazia Tomassini, per la musica e il canto sacro a don Sergio Rossini, per la salute a don Demetrio Podac, per il carcere a don Rino Morelli, per i migrantes a don Riccardo Mensuali, per l’ufficio missionario a mons. Fernando Benigni, per i beni culturali a don Claudio Bosi, per le comunicazioni sociali a Elisabetta Lomoro e Nicola Molè, per i pellegrinaggi a mons. Carlo Romani, per il progetto culturale a Luca Diotallevi, per gli insegnati di religione a mons. Antonino De Santis.
giugno 29th, 2011

Coloro che visitano Assisi dicono che tra le sue mura, nei vicoli, le chiese e monasteri, si respiri la pace. Ognuno sembra ritrovarvi quel qualcosa che aderisce alla parte buona di sé, alla propria anima. Assisi è un balsamo per l’anima. Apre i sensi alla meraviglia del suo paesaggio e dell’arte e all’ascolto di una vicenda che ha del prodigioso per un piccolo borgo medievale, fuori dalle vie principali di comunicazione. Se guardate Assisi dalla pianura ed escludete dallo sguardo le due estremità, la splendida Basilica di San Francesco da una parte e l’altrettanto armoniosa Basilica di Santa Chiara dall’ altra, non rimane che una manciata di case aggrappate alla collina che ascende e che sembrano appese alla poderosa Rocca che le sovrasta. Ebbene, tra quelle poche case, è iniziata e cresciuta una delle vicende più belle e feconde della storia della spiritualità di tutti i tempi, che mostra a quali altezze possa elevarsi la nostra umanità quando in essa si innesta la Grazia, parola dolcissima che traduce lo sguardo d’amore e di benevolenza di Dio, che risana e porta a compimento. La Grazia si è posata abbondante su Francesco (1182-1226) e Chiara (1194-1253), un uomo e una donna presi insieme, non perché l’uno abbia attratto e affascinato l’altra. Ambedue piuttosto sono stati affascinati dalla vita e dalle parole di Colui che da ricco si è fatto povero, da lontano si è fatto così prossimo fino a trasparire nella fragilità della nostra umanità.
Francesco e Chiara si sono veramente voluti bene, ma non come molti pensano, cioè coloro che non riescono a sollevarsi da un’idea di amore che non coinvolga anche l’ebbrezza dell’ istinto. Il loro sguardo non era rivolto l’uno verso l’altra e viceversa, ma verso il Volto che a poco a poco si è loro rivelato, per grazia di predilezione, quel Cristo che con stupore hanno incontrato vivo, ciascuno sia nel desiderio intimo di pienezza di vita suscitato dallo Spirito, sia nella Chiesa pur bisognosa di essere restaurata, sia nei poveri che Francesco imparò ad ascoltare come “vicari di Cristo”, come si diceva allora, senz’altro come maestri di essenzialità di vita. Il povero ha bisogno di pane ma è ricco di speranza. Chiara, in modo squisitamente femminile, si definisce “pianticella di Francesco”, che considera sua “unica consolazione dopo Dio”, e ogni volta che nei suoi scritti nomina Dio subito dopo menziona Francesco.
Un quotidiano nazionale, tempo fa, citava il poeta latino Orazio, per il modo che costui aveva di difendersi dalle ferite della vita: per mantenere la felicità ci si deve guardare dall’ avere lo stupore. “Non stupirsi di nulla è quasi l’unica / la sola cosa … che può fare / e conservare felici”. L’ antichità classica era venata di malinconia, ma in un angolo dell’ Impero Romano la Fanciulla povera di Nazareth intonò alta la gioia piena di stupore per le grandi cose che il Signore cominciava ad operare in lei, gioia che a poco a poco avrebbe contagiato il mondo. Il Medioevo, tempo di passioni forti, fu percorso dallo stesso stupore e fremito di gioia intonati da Francesco e Chiara sugli accordi del Vangelo della gioia e dell’ amore, con tutta la loro vita, la loro fede, insieme con i fratelli e le sorelle. La gioia di Maria, la purezza delle beatitudini di Gesù, riapparvero nell’ aria della Porziuncola, di San Damiano, come un prodigio.
Di questi due santi ricordiamo, chi più chi meno, le vicende più note, che risultano essere i frutti della loro vita. Di Francesco: l’amore per la natura e specialmente gli animali, il presepe di Greccio, il lupo ammansito a Gubbio, il tentativo di mettere pace tra Cristiani e Mussulmani che si scontravano nelle crociate, le stimmate ricevute a La Verna, il Cantico delle creature, la fraternità universale, la povertà, la pace. Di Chiara: il suo amore per l’Eucarestia e la sua tenace difesa della povertà e dell’unica ricchezza che è l’ amore di Dio, il suo sguardo contemplativo, la sua fedeltà al carisma trasmessole da Francesco. Godiamo dei frutti ma l’ elenco rischia di essere una trafila di luoghi comuni, resi inerti dall’abitudine del racconto. Ma a qualcuno vien da pensare alla tenacia e alla fatica degli alberi che li hanno prodotti? Francesco se ne lamentava con i suoi frati quando essi lodavano le virtù dei santi: “è grande vergogna per noi che i santi fecero le opere e noi col solo recitarle vogliamo ricevere gloria e onore”. Alla radice delle vite splendide e ricche di frutti dei santi di Assisi ci sono anni di solitudine con Dio, a faccia a faccia con quel Volto nella fatica della fede maturata nell’ ascolto della Parola del Vangelo, ci sono percorsi di progressivo spogliamento di sé in lotta con il proprio io egoista e meschino, limato dalla penitenza e dalla vita fraterna, ma c’è anche un grande amore per gli uomini e donne di ogni condizione, come Gesù, con preferenza per i poveri, con i quali hanno imparato e condiviso la fatica, la speranza, la fede. E un amore grande alla Chiesa, di cui si sono sentiti da subito consapevolmente parte, perché in essa c’è Cristo, perché la Chiesa l’ha fondata Lui, sulla croce, e che, sì, ha bisogno di restauro, di libertà da zavorre e magagne, ma essa è l’ àncora di salvezza che Gesù ci ha lasciato. E hanno anche saputo sottrarsi alla tentazione di sempre, quella cioè di voler adattare il Vangelo alla situazione del loro tempo, “interpretare” sfocando così la figura storica e reale di Gesù. Ma non sono fuggiti neppure di fronte alla realtà, spesso violenta, della lebbra che emarginava, delle fazioni in lotta, delle crociate. Il lebbroso incontrato sulla strada ha ricondotto Francesco alla realtà a caro prezzo. E l’amaro prezzo l’ ha pagato nella sua anima e nel suo corpo sino alla fine. Il restauro, appunto, comincia non dagli altri ma da Francesco e Chiara stessi, dalle loro persone, e può seguitare con me e con te, fino ad accorgerci con stupore che il soffio d’ aria di Nazareth, di Assisi, può respirarsi ovunque ci sia qualcuno che voglia intonare la propria vita sull’armonia di una nuova umanità quando in essa si innesta la Grazia, parola dolcissima che traduce lo sguardo d’amore e di benevolenza di Dio, che risana e porta a compimento …
Fr. Giancarlo Rosati, ofm, Convento SS.ma Pietà di Farneto, Colombella (PG)
giugno 28th, 2011

Migliaia di fedeli hanno partecipato, domenica 26 giugno, a Perugia, alla celebrazione della solennità del Corpus Domini, vissuta anche in preparazione del 25° Congresso eucaristico nazionale “Signore da chi andremo? L’Eucaristia per la vita quotidiana” (Ancona, 3-11 settembre 2011), che è culminata con la tradizionale processione del Santissimo Sacramento per le vie e le piazze del centro fino alla basilica di San Domenico. Anche quest’anno i giovani delle opere segno della Caritas diocesana hanno realizzato, sin dalle prime luci dell’alba, la splendida grande infiorata raffigurante i segni eucaristici davanti la gradinata della cattedrale di San Lorenzo.
L’arcivescovo mons. Gualtiero Bassetti, a inizio della sua omelia, ha ringraziato quanti hanno preso parte alla festa del Corpus Domini, in particolare l’Unitalsi, il Centro volontari della sofferenza di Casa Emmaus e la Misericordia.
«Dinanzi alla Santissima Eucaristia, fratelli e sorelle – ha detto mons. Bassetti –, possiamo ripetere le parole dette da Pietro a Gesù: “Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto!”. E che fare dinanzi all’Eucaristia? Riconoscere le nostre infedeltà e ricominciare un nuovo cammino. L’Eucaristia è per il nostro amore, una misura forte, severa. Ci accorgiamo che non abbiamo ancora cominciato e rispondere seriamente alla parola di Dio. Lui, Gesù, si dona. E noi riusciamo a donarci interamente a Lui? L’Eucaristia è il culmine e la fonte della nostra vita cristiana, Lui si dona totalmente, ma ci chiede una risposta d’amore: “Mi ami tu?”. Ma l’Eucaristia è una misura severa anche per la nostra comunione fraterna. Noi che mangiamo lo stesso pane e beviamo lo stesso calice, dobbiamo essere un solo corpo ed un solo spirito, ci dice San Paolo. Eppure siamo divisi, lontani, talvolta polemici con i nostri fratelli. Non è difficile trovare rivalità, indifferenza, fatica nel fare il primo passo verso la riconciliazione, come Gesù ha fatto con noi. Ogni Eucaristia dovrebbe essere il punto di partenza per questo impegno di comunione fraterna».
«Il Signore ci domanda di diventare come Lui – ha proseguito l’arcivescovo –, pane spezzato ed offerto, ci chiede di amare senza calcolo, sino alla fine, di donare noi stessi senza riserve. E’ bello l’esempio del “pane spezzato ed offerto” che ci viene dalla comunità parrocchiale di San Giovanni del Prugneto, che ringrazio di cuore, dove sono accolti 23 giovani profughi fuggiti dai loro Paesi di origine (Burkina Faso, Costa d’Avorio e Mali) per arrivare in Libia con la speranza di trovare lavoro, ma hanno trovato la guerra e sono poi giunti in Italia rischiando ancora una volta la vita. Ho avuto modo di incontrarli già due volte e mi hanno colpito i loro volti segnati da una sofferenza profonda. Noi cristiani siamo chiamati a farci carico di questa loro sofferenza, di questa loro povertà».
«Ma aumentano, purtroppo, le povertà di casa nostra – ha aggiunto mons. Bassetti facendo un importante annuncio a tutta la comunità diocesana –. Ormai non si contano più le famiglie che non ce la fanno ad andare avanti. I rapporti Caritas rischiano di diventare dei “bollettini di guerra”. Perciò in autunno e nel prossimo Avvento ripartiremo con una colletta per aiutare le famiglie povere della nostra Diocesi. Chiederò a tutti, istituzioni, banche, imprese e, prima di tutto, parrocchie di mettersi una mano sulla coscienza, di compiere un vero miracolo di generosità. Non possiamo riservare ai poveri i nostri spiccioli! L’Umbria terra di San Francesco e di San Benedetto, Perugia la città del diacono Lorenzo, devono risvegliarsi in un sussulto di autentica carità tante volte sperimentata nel passato. L’Eucaristia ci chiede ancora una volta di donarci e di donare senza calcolo, di amare senza riserva. La processione, l’assemblea liturgica non parlano al cuore dei distratti, degli indifferenti, dei non credenti, se non attraverso la nostra vita: una vita che vuole esprimere adorazione di un mistero, che è più grande di noi, e che noi portiamo, per grazia di Dio, nell’esperienza della nostra Chiesa; una vita che diventa sempre di più attenzione e solidarietà, amore e servizio e rispetto di quanti incontriamo sul nostro cammino di uomini e di credenti».
giugno 27th, 2011

La comunità della parrocchia S. Maria della Visitazione di Cascia, guidata dal parroco don Renzo Persiani, ha vissuto sabato 11 giugno una di quelle giornate che difficilmente si dimenticano. In vista dei festeggiamenti della Madonna Addolorata 2011, che si svolgeranno nella terza domenica di settembre, è stato stretto un gemellaggio di amicizia con la comunità di S. Benedetto del Tronto e, in particolare, con la parrocchia di S. Benedetto Martire, guidata dal vicario arcivescovile don Romualdo Scarponi. A sostegno dell’iniziativa, è stata organizzata una gita alla quale, oltre al sindaco di Cascia Gino Emili, hanno partecipato circa cento persone. Dopo aver visitato l’antico borgo marinaro di Grottammare e la città di S. Benedetto del Tronto, il gruppo ha incontrato il presidente della banda musicale insieme alla presidente del Circolo sanbenedettese degli antichi mestieri per mettere a punto il programma dei festeggiamenti civili che esalterà il connubio “mare e monti” nelle specifiche tradizioni delle due città protagoniste del patto d’amicizia. La bella giornata è terminata con una festa conviviale alla quale ha partecipato anche il sindaco di S. Benedetto del Tronto Giovanni Gaspari che, dopo il ringraziamento ai partecipanti per aver scelto la comunità sanbenedettese, ha assicurato la sua personale presenza per la giornata di domenica 18 settembre. Il primo cittadino di Cascia, a sua volta, ha rimarcato i legami che uniscono le due città sia per motivazioni di carattere religioso, visti i tanti devoti di santa Rita che dalla città marchigiana si recano ogni anno nel paese umbro, che per la scelta di tanti casciani di godersi il mare della Riviera delle palme durante le loro ferie estive. La deliziosa cena a base di pesce è stata allietata dal parroco don Renzo che ha suonato a sorpresa il suo organetto e, nel ringraziare i numerosi parrocchiani presenti, ha ricordato come il profondo significato della parola “gemellaggio” vada ricercato nella “fratellanza” che dovrà legare in futuro le due comunità con l’auspicio di una crescita spirituale per tutti.
Piero Reali coord. Comitato santesi
giugno 27th, 2011

Un milione, 57mila e 977,12 Euro è la somma destinata alla Diocesi di Perugia-Città della Pieve per l’anno 2010 dai contributi CEI Otto per Mille; somma ripartita per sostenere le attività di culto e pastorale (euro 651.805,45) e gli interventi caritativi (euro 406.171,67).
«L’Otto per Mille derivante dall’Irpef rappresenta un importante sostegno economico – commenta mons. Paolo Giulietti, vicario generale –, ma la Chiesa vive soprattutto con il contributo diretto dei fedeli di oggi e con quello dei fedeli del passato. Basti pensare alle donazioni di beni immobili che la Chiesa ha ricevuto nel tempo da numerosi benefattori; beni che ancora oggi contribuiscono al suo sostentamento e alla promozione di attività pastorali e caritative a livello diocesano e parrocchiale».
«La Chiesa, con il contributo dell’Otto per Mille – precisa mons. Giulietti –, riesce a realizzare alcuni progetti particolari in ambito pastorale e caritativo, sostenendo la qualità di iniziative che hanno anche importanti ricadute sociali. Penso alla conservazione del patrimonio culturale ecclesiastico, che attira in Italia milioni di turisti; ai mezzi di informazione, che contribuiscono al pluralismo culturale e alla democrazia; alla formazione dei sacerdoti e degli operatori pastorali, che sono al servizio della nostra gente in molteplici attività educative e sociali. Donare l’Otto per Mille alla Chiesa Cattolica – conclude il vicario generale – è certamente un modo per contribuire al bene comune».
Ad illustrare nello specifico l’utilizzo del contributo dell’Otto per Mille assegnato alla Diocesi perugino-pievese per l’anno 2010 è Giorgio Volpi, economo diocesano. «Con il contributo di oltre un milione di euro – sottolinea il dott. Volpi – sono stati realizzati importanti interventi in ambito pastorale e caritativo. Nel prendere in esame le “voci” più elevate del rendiconto (“Conservazione degli edifici di culto” e “Esercizio della cura delle anime”, per un totale di euro 575.154,96), si evidenzia come si sia potuto intervenire sui beni culturali ecclesiastici bisognosi di interventi di restauro e consolidamento e sull’assistenza ai vari settori di attività: Curia diocesana e Centri pastorali diocesani, mezzi della comunicazione sociale a finalità pastorale («Umbria Radio» e il settimanale «La Voce»), Istituto di Scienze religiose, Scuola di Teologia “Leone XIII”, Consultorio familiare, parrocchie e istitutivi vita consacrata in condizioni di straordinaria necessità. Inoltre, è stato possibile farsi carico delle necessità dei seminaristi (attualmente sono 14) che si preparano al sacerdozio sia presso il Seminario regionale di Assisi che presso le Pontificie Università di Roma, oltre all’aggiornamento e alla formazione permanente del Clero e alla Pastorale vocazionale in genere (per complessivi euro 61.713,77)».
Altrettanto significativi sono gli interventi caritativi, «la cui parte principale (Euro 187.720,33) – precisa il dott. Volpi – è stata gestita direttamente dalla Caritas diocesana nel sostenere ed assistere le numerose persone in stato di bisogno che nel corso dell’anno si sono rivolte al suo Centro di Ascolto con il loro carico di sofferenza. Particolare attenzione è stata riservata anche all’assistenza ai detenuti e alla detenute tramite i cappellani presso il Carcere di Perugia». Inoltre, aggiunge, «parte del contributo Otto per Mille è stato utilizzato per gli interventi diretti da parte della Diocesi (euro 131.828,34) nei confronti di persone e situazioni di particolare bisogno. Si è provvedendo anche alla cura di anziani parzialmente o totalmente disabili, integrando gli enti ecclesiastici a vocazione specifica, e a contribuire alle attività di opere caritative di accoglienza di altri enti ecclesiastici presenti nel territorio della Diocesi (per complessivi euro 70.000,00)».
giugno 27th, 2011

“L’idea del Messabus nasce dall’esigenza di persone anziane , sole o con difficoltà di deambulazione, senza mezzo proprio, che esprimevano il desiderio di partecipare alla S. Messa domenicale in parrocchia. Per far fronte a questa richiesta legittima e che interpellava me e l’intera comunità, si è pensato, in un primo momento, di coinvolgere volontari che con la loro auto si fossero impegnati ad andare a prendere, a casa , queste persone. Per noi cristiani, infatti, la Messa domenicale è un incontro festoso dell’intera comunità, o comunque per chi lo desidera, con gli altri e, in primo luogo , con Gesù risorto che continua a parlarci e a donare la sua vita per noi nel sacrificio eucaristico. E’ un appuntamento così importante senza il quale i veri cristiani non sanno vivere “.
E’ don Stefano Mazzoli, parroco della Chiesa di Sant’Antonio di Narni Scalo che parla e ci illustra una iniziativa originale. Convincere a parlare don Stefano non è stato semplice ” perchè non ci piace metterci in mostra, soprattutto quando c’è di mezzo la carità e l’insegnamento di Gesù: Non sappia la tua destra quello che fa la tua sinistra. Alla fine, però, ho pensato che, senza presunzione, magari qualcun altro poteva prendere spunto per fare qualcosa di simile. Sarebbe bello sapere che esiste di una “flotta” di MESSABUS…”
Infatti, andare a prendere le persone con macchine private non era un servizio soddisfacente e don Stefano ha pensato che ” per risolvere il problema di chi poteva venire in Chiesa, ma non aveva mezzi per farlo, si doveva valutare l’idea dell’acquisto di un pulmino ” . Ma anche la Chiesa non naviga nell’oro. ” Il costo , infatti, era elevato. Si è pensato quindi, di fare richiesta di un contributo alla Fondazione CARIT proprio per tale scopo. La richiesta è stata accettata, però , solo per un terzo del costo complessivo del mezzo ” .
Dunque, ancora non ci sono tutti i soldi necessari per acquistare il pulmino. ” Esatto, allora abbiamo fatto richiesta per aver un finanziamento presso la stessa banca per la parte restante della somma necessaria. Il finanziamento ce lo hanno accolto e, pertanto, abbiamo finalmente potuto acquistare il pulmino ”
La parrrocchia di Sant’Antonio, quindi era proprietaria di un nuovo pulmino, fiammante, bianco. ” Rimanevano da risolvere due problemi: trovare i soldi per far fronte alla rata mensile del finanziamento, considera che la nostra Parrocchia infatti, vive , principalmente di offerte e organizzare il servizio di MESSABUS. Il primo l’abbiamo risolto con una sottoscrizione volontaria da parte di persone della comunità parrocchiale, il secondo coinvolgendo volontari che a turno si occupano del servizio andata-ritorno delle persone anziane che chiedono di partecipare alla Messa. Pensa, si sono formate sei coppie di volontari che ci permettono di avere una copertura totale delle domeniche sia in estate che in inverno ”
Grazie al contributo dei parrocchiani, quindi, sono stati risolti anche questi due problemi. Possiamo dire, don Stefano che la sua missione è compiuta, è contento? ” Certo che lo sono. Non scorderò mai la gioia del primo giorno del servizio MESSABUS, quando sono arrivate le prime persone anziane in Chiesa! Il servizio è completamente gratuito e chiunque può farne richiesta partecipando alla Messa delle 8.30 o a quella delle 11.00. Ad oggi ne usufruiscono 6 persone; il pulmino è da 8 posti effettivi escluso chi guida. Permettimi una considerazione. Questo servizio consente alle persone che ne usufruiscono di sentirsi volute bene e non dimenticate. Qualcuno le pensa, le cerca, le va a prendere, le riaccompagna a casa senza chiedere nulla in cambio. Credo che sia un gesto significativo per una comunità cristiana in una società distratta come la nostra che dimentica a volte i bambini, ma ancor di più le persone anziane. Credo che anche questi semplici gesti d’amore possano donare un pò di speranza e voglia di vivere. E’ questo l’insegnamento di Gesù che la Chiesa cerca di far suo anche se a volte ci riesce in maniera limitata e qualche volta anche sbagliando…ma alla fine credo che l’importante sia almeno averci provato ” .
Sarà per questo che a don Stefano, giovane e attivissimo parroco di Narni Scalo, vogliono tutti un gran bene.
Fonte: www.terninrete.it
giugno 26th, 2011

Le comunità cristiane dell’Umbria vivono da sempre con particolare devozione e partecipazione la Solennità del Corpus Domini istituita da Papa Urbano IV nell’anno 1264 ad Orvieto, con la Bolla “Transitrurus de hoc mundo”, a seguito del miracolo eucaristico di Bolsena.
Di seguito l’omelia di Mons. Vincenzo Paglia, Vescovo della diocesi Terni-Narni-Amelia, in occasione della festività del Corpus domini, che si celebra il giovedì seguente la prima domenica dopo la Pentecoste.
Care sorelle e cari fratelli,
ci siamo fermati in questa piazza come a voler sostare nel cuore della nostra società, della nostra città, per coglierne le ansie per condividerne le preoccupazioni che in questi giorni ci assillano in maniera particolare. Ieri sera tardi, dopo la cena, ho come toccato per mano le ansie per il lavoro quando sono andato a trovare gli operai della Basell che manifestavano, con i cancelli chiusi, dentro lo stabilimento per difendere la loro speranza di lavoro. Qualcuno di loro è anche qui questa sera. Gli sono, gli siamo vicini, e siamo accanto anche ai tanti altri lavoratori che vedono il loro futuro minacciato.
Abbiamo ascoltato dal vangelo di Giovanni Gesù che dice a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. E’ una domanda che in questo tempo non sentiamo lontana. Il rischio che manchi davvero il pane c’è, e per tanti: molte famiglie fanno fatica a finire il mese. Il rischio che manchi il lavoro c’è, eccome; c’è il rischio per tanti giovani perché fanno fatica a trovarlo; c’è il rischio di perderlo e chi l’ha già perso fa fatica a ritrovarlo. Siamo tutti preoccupati. E il primo ad esserlo è proprio Gesù. Per questo chiama Filippo e questa sera chiama tutti noi. Ci chiama perché ci preoccupiamo con lui di tutti, dell’intera città. Ma Filippo è rassegnato, come anche noi spesso ci rassegniamo. E come Filippo diciamo: “Ma dove si può prendere il pane? E poi costa troppo: duecento denari di pane non sono sufficienti”.
Ma Gesù sapeva quel che stava per compiere. Per questo noi siamo qui: non per compiere una devozione individuale. Noi siamo qui perché siamo chiamati ad aiutare Gesù a compiere il miracolo della moltiplicazione del pane per tutti per l’intera città. Il miracolo non si compie per magia, c’è bisogno dell’intervento di tutti; in quel caso bastò l’intervento iniziale di un bambino. Sì, un ragazzo con cinque pani d’orzo e due pesci diede inizio al miracolo. E’ per dire che c’è bisogno di tutti. Ciascuno è chiamato a offrire per gli altri quel poco che ha. Il miracolo, infatti, non passa attraverso le cose, ma il cuore, la disponibilità a pensare non solo a se stessi.
E’ l’insegnamento che l’Eucarestia questa sera ci offre. Gesù eucaristico ci ha raccolti tutti assieme, come in quel giorno. Siamo grandi e piccoli, preti e laici, uomini e donne, alcuni più sereni altri più angosciati. Ma tutti siamo chiamati a partecipare al miracolo della moltiplicazione dei pani. Del resto la crisi ci riguarda tutti. E se ciascuno si ripiega su se stesso, se pensiamo che ciascuno può uscirne da solo, cadiamo in una tragica illusione. Né d’altra parte possiamo pensare che si risolva come per magia da un intervento da fuori. Certo, ci sono cause della crisi che vengono dalla situazione internazionale o nazionale, ma ci sono anche cause vicine che dipendono da noi, dalla nostra pigrizia, dal nostro egoismo, dalla nostra rassegnazione, dal nostro individualismo, dall’aver sprecato tante occasioni, dall’aver pensato più a se stessi che al bene comune, da scelte sbagliate fatte con leggerezza, dall’aver pensato di fare i furbi, dalla paura di cambiare e dalla mancanza di coraggio, con il rischio di sprecare quel che pure di buono abbiamo ricevuto.
Questa sera siamo tutti attorno a Gesù Eucarestia. Egli, questa volta, l’unica nell’anno, ci fa uscire di Chiesa dietro a Lui. Non ci fa restare dentro. E c’è bisogno che noi cristiani usciamo dentro la città per cambiarla, per trasformarla. Siamo chiamati a percorrere le strade della nostra città come fa Gesù questa sera. Egli le percorre come pane spezzato, come uno che si lascia mangiare da tutti, che spende la sua vita per tutti, che non si risparmia perché tutti possano mangiare. Siamo chiamati a diventare anche noi “eucaristici”, ossia uomini e donne che si spezzano per gli altri, che si preoccupano per il lavoro di tutti. C’è un singolare rapporto tra l’Eucarestia e il lavoro. Nella Messa lo diciamo quando presentiamo al padre il pane che è frutto “della terra e del lavoro dell’uomo”, e Gesù trasforma il frutto del nostro lavoro nel suo stesso corpo.
L’Eucarestia ci trasforma il cuore e ci fa diventare come Gesù. E il miracolo si può compiere. Nessuno rimase senza pane quel giorno. Anzi, ne avanzarono dodici canestri.
giugno 26th, 2011

Le comunità cristiane dell’Umbria vivono da sempre con particolare devozione e partecipazione la Solennità del Corpus Domini istituita da Papa Urbano IV nell’anno 1264 ad Orvieto, con la Bolla “Transitrurus de hoc mundo”, a seguito del miracolo eucaristico di Bolsena.
La Solenne concelebrazione presieduta dall’Arcivescovo Mons. Giovanni Marra, Amministratore Apostolico della Diocesi di Orvieto-Todi, ha avuto inizio con il canto d’ingresso “Lauda Sion” di F. Caudana eseguito dal coro Vox et Jubilum diretto da M° Stefano Benini.
Dopo le letture e la proclamazione del Vangelo Mons. Marra ha svolto l’omelia ed ha sottolineato come “ la festa del Corpus Domini sia la Grande festa del mistero della fede qual è il Corpo e il Sangue del Signore che celebriamo nella Santa Messa, osanniamo e onoriamo pubblicamente con la processione.
“L’Eucaristia –ha spiegato il presule- è il centro e il cuore della Chiesa e di ogni vita cristiana, comunitaria e personale. Nell’Eucaristia rinnoviamo il mistero pasquale di morte e risurrezione: dono di Gesù per il Padre e dono d’amore per noi peccatori. Ciò che noi celebriamo non è solo un ricordo, ma rendiamo presente nell’oggi il mistero pasquale”. Mons. Marra illustrando, poi, il rapporto tra Eucaristia e Chiesa ha detto: ”Non c’è Chiesa senza Eucaristia e non c’è Eucaristia senza Chiesa perché vi è un rapporto come di causa ed effetto, di fine e mezzo, tra segno e realtà. La Chiesa fa l’ Eucaristia attraverso il sacerdozio ministeriale, istituito da Gesù. L’ Eucaristia fa la Chiesa che è il Corpo mistico di Cristo: Cristo è il Capo, noi le membra. E’ il Capo che fa l’unità del corpo. Perciò San Paolo – ha spiegato il presule – guarda all’aspetto comunionale dell’Eucaristia e dice: “Poiché c’è un solo pane, noi pur essendo molti siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane”.
L’Eucaristia afferma la presenza reale di Gesù sotto i segni del pane e del vino. Gesù stesso aveva detto : «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
Dunque Gesù è presente nell’ Eucaristia con la sua Parola, con il suo Spirito, con il suo Corpo e Sangue: vero cibo e vera bevanda.
L’Eucaristia è dono inesauribile e dono d’amore: non c’ è amore più grande. Gesù si dona sulla croce con il suo Corpo e con il suo Sangue. Anche nell’ultima cena – ha ricordato Mons. Marra – Gesù si era donato sotto i segni del pane e del vino. Gesù continua a donarsi come pane dei pellegrini a tutti noi viandanti su questa terra. Si tratta di un dono inesauribile ! Siamo uno, siamo mille ugualmente lo riceviamo senza che si esaurisca. L’istituzione dell’Eucaristia non nasce all’improvviso, ma viene da lontano – ha detto – cioè dall’Antico Testamento ed ha ricordato il sacrificio di Isacco che prefigura il sacrificio di Cristo, così come nel Nuovo Testamento, dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù fa una promessa impegnativa e chiara: Vi darò a mangiare il mio Corpo e a bere il mio Sangue; promessa che culmina nell’ultima Cena allorquando istituisce l’Eucaristia: “prendete e mangiate questo è il mio Corpo, bevete questo è il mio Sangue “.
Mons. Marra ha poi parlato delle caratteristiche della Eucaristia. Essa è un banchetto al quale siamo tutti invitati; è sacrificio che anticipa quello della Croce; è memoriale perché rende presente la Pasqua di Cristo morto e risorto; è annuncio della venuta, cioè del ritorno alla fine dei tempi: annuncio della morte e della risurrezione del Signore, finchè venga; è culmine e fonte della vita cristiana; è comunione con Cristo e con i fratelli.
“Grazie Signore Gesù – ha detto Mons. Marra avviandosi alla conclusione – per questo dono immenso del tuo Corpo e del tuo Sangue. Tu ti doni a noi perché diventassimo come te. Fa che uniti a te nella comunione eucaristica possiamo testimoniare di essere uniti tra noi per essere Chiesa, come Tu ci vuoi perché il mondo creda. Fa che la nostra Chiesa di Orvieto-Todi sia autentica Chiesa eucaristica che sappia amare e perdonare.
Buon Pastore, vero pane, o Gesù pietà di noi. Tu perdona e sana le nostre divisioni. Tu che tutto sai e puoi, cjhe ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli al banchetto del cielo nella gloria dei tuoi santi. Amen”.
Al termine della Concelebrazione si è mossa la Processione che si è svolta con larghissima partecipazione di sacerdoti e di fedeli.
Il Santissimo è stato mostrato per la ostensione dai Parroci della città e dall’Arcivescovo che si sono avvicendati lungo il percorso. Al baldacchino erano addetti i membri della antichissima confraternita del SS. Sacramento di Orvieto.
Al rientro in Duomo l’Arcivescovo Mons. Marra ha impartito la Santa Benedizione.
giugno 26th, 2011

Il vescovo Sorrentino ci ha delineato un primo e parziale “resoconto” della visita pastorale non ancora conclusa a livello diocesano. Dopo l’incontro con la comunità di S. Maria degli Angeli il suo impegno si è trasferito nelle parrocchie di Costano, Tordandrea, Castelnuovo, Rivotorto, Capodacqua, Passaggio di Bettona, Bettona e infine Cannara.
A chi ha rivolto particolare attenzione?
“Al primo posto sono stati malati ed anziani. Ho cercato poi, direi ‘disperatamente’, i giovani e a questo punto devo dire che è stata un’impresa: è l’anello ‘debole’ della nostra pastorale, ma in qualche parrocchia ho constatato interessanti premesse, parlando anche con catechisti, genitori, animatori e operatori pastorali”. Ben oltre le formalità scontate, quali aspetti di carattere religioso ha potuto rilevare? “La fede indubbiamente ancora esiste. Tanti la manifestano, soprattutto se legata ad antiche tradizioni di religiosità popolare e di richiesta di sacramenti. Ma la conoscenza della Parola di Dio è insufficiente. Credo abbia fatto colpo il mio presentarmi sempre ‘armato’ di una Bibbia chiedendo ai partecipanti di fare altrettanto: alla fine sono riuscito nell’intento”.
Uno sguardo all’attuale situazione delle unità pastorali…
“Le comunità parrocchiali sono state visitate una per una, ma ho cercato sempre di far sentire uno stretto legame per dare impulso alla pastorale unitaria che, a dire il vero, stenta ancora a decollare, anche se non manca una iniziativa coerente al progetto delle unità pastorali. L’identità di ciascuna comunità è cosa lodevole, ma il campanilismo frena tante potenzialità”.
Quali problemi di carattere sociale sono risaltati con maggiore evidenza?
“Ho potuto toccare con mano la condizione delle famiglie insidiate dalla disunione, dal divorzio, dalla scarsa accoglienza della vita… Ho fatto riflettere anche sul fatto che la percentuale dei nostri nati e battezzati è inferiore rispetto al numero di quanti muoiono: discorso che scuote. Si avverte inoltre il problema della disoccupazione, soprattutto giovanile, collegata a forme di disagio”.
Quali consigli ha dispensato?
“Primo consiglio: ritorno alla Parola di Dio, il che significa una formazione cristiana seria. Secondo punto forte: la valorizzazione, da un lato, dei momenti qualificanti della vita cristiana come la messa domenicale, e d’altro lato la prospettiva, tutta da costruire, di piccoli gruppi in cammino – li ho chiamati ‘comunità di famiglie del Vangelo’ – per dare all’esperienza di fede il calore del rapporto interpersonale: su questo ho ‘seminato’ molto”.
Ha trovato nelle zone rurali tracce della passata civiltà contadina?
“Naturalmente. Tracce evidenti nella cordialità con cui sono stato accolto nelle case degli anziani, fino al modo come sono stati organizzati momenti ricreativi, per giungere ai prodotti locali portati in dono all’altare. Devo tuttavia dire che la civiltà rurale è ormai sempre più un ricordo e non ho visto molta differenza tra gli stili di vita in Assisi e in S. Maria rispetto a quelli del circondario”.
Francesco Frascarelli
giugno 24th, 2011

Di seguito il link alla lettera circolare indirizzata a tutti i membri dell’Ordine dal Ministro Generale dei Frati Minori Cappuccini in occasione dell’anno veronichiano, indetto per i 350 anni dalla nascita di santa Veronica Giuliani:
www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/documenti_diocesi/57/2011-06/14-217/Circol%20MGen%2009%20S.Veronica.pdf
giugno 24th, 2011
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