Archive for febbraio, 2011

E IL POVERELLO INVENTO’ IL MERCATO SOLIDALE

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Il Canto XI del Paradiso è il Can­to nel quale Dante si spende per il celebre elogio a san Francesco. Il pensare francescano sta prepo­tentemente tornando d’attualità in quell’ambito specifico, eppure im­portante, della vita associata che è la sfera economica.

Dal XII secolo prese avvio un pro­cesso di profonda trasformazione della società e dell’economia euro­pea che durò fino alla metà del XVI secolo. Iniziò in Italia, in Umbria e Toscana, ma già sul finire del XIII se­colo quel processo si era esteso an­che ad altre regioni, nelle Fiandre, nella Germania settentrionale, nel­la Francia meridionale. Fu la cultu­ra monastica la matrice dalla quale scaturì il primo lessico economico che si diffonderà in tutta l’Europa del basso medioevo. L’ora et labora di Benedetto non era semplicemen­te la via per la santità individuale, ma il fondamento di quella che si af­fermerà come una vera e propria e­tica del lavoro basata sul principio della mobilità del lavoro che già il giudaismo aveva affermato. L’ esperienza del monachesi­mo, benedettino e cister­ciense, rappresentò a sua volta il punto di arrivo della rifles­sione sulla vita economica che già i Padri della Chiesa, a partire dal IV secolo, avevano avviato con rigore sottoponendo il rapporto con i be­ni terreni al vaglio dell’etica cristia­na. Beni e ricchezza non venivano condannati in sé, ma solo se male u­sati, cioè se considerati come fine e non come strumento. Speciale at­tenzione, ai nostri fini, merita il mo­vimento cistercense. Sotto l’impul­so di Bernardo di Clairvaux, tale or­dine ebbe un enorme successo nel­la competizione con l’abbazia «ri­vale » di Cluny in Borgogna.

I cistercensi si trovarono sin da subito a dover affrontare due questioni di natura e­conomica. La prima riguar­dava l’atteggiamento da te­nere nei confronti del lavo­ro. Mentre per i cluniacensi, la sussistenza doveva essere assicurata dal lavoro delle persone ad essi sottoposte – i cosiddetti secolari –, i cistercensi sostenevano che era illecito vivere del frutto del lavoro altrui. Donde il rifiuto sia di ogni forma di rendita sia delle decime – le due principali fonti di entrata dei benedettini di Cluny. La seconda questione con­cerneva il regime di proprietà. Men­tre la Regola di Benedetto affidava all’abate il possesso di tutti i beni (in­dividuali e collettivi) con i quali do­veva provvedere ai bisogni dei mo­naci, i cistercensi rifiutavano ogni possesso, anche quello di chiese e altari. La Carta Caritatis, considera­ta la costituzione cistercense fonda­mentale e la cui versione finale risa­le al 1147, è su tale punto di una fer­mezza irremovibile.

Quale la conseguenza, certamente non voluta né prevista, di tale du­plice atteggiamento? Che lo stile di vita dei cistercensi, ben lontano dal lusso dei cluniacensi e improntato a rigore e povertà estrema, finì con l’attirare l’attenzione della gente che inondò di donazioni i loro mona­steri. Accade così che, nel giro di po­chi decenni, i seguaci di Bernardo si trovarono prigionieri della contrad­dizione che scaturiva dalla loro stes­sa spiritualità: vita sobria (e quindi bassi consumi) e lavoro altamente produttivo – il sovrappiù agricolo che riuscivano ad ottenere era su­periore a quello realizzato nelle im­prese tradizionali – avevano creato «l’imbarazzo della ricchezza».

Toccherà ai francescani trova­re la via d’uscita definitiva, con l’invenzione dell’economia di mercato civile. Francesco, fondato­re di un movimento eremitico tra­sformatosi, con uno sviluppo folgo­rante, in ordine mendicante, rece­pisce da Bernardo sia il principio se­condo cui i contemplantes devono diventare anche laborantes , sia la re­gola per la quale i frati dovevano rinunciare anche alla proprietà co­mune. È rimasta celebre la durezza con la quale Francesco apostrofava i frati oziosi, che chiamava «frati mosca» e «fuchi» e la severità con cui riprendeva «chi lavorava più con le mascelle che con le mani».

Se ne distacca però su un punto fon­damentale: se si vuole trovare uno sbocco al sovrappiù generato in a­gricoltura e nella mercatura, e così ovviare all’imbarazzo della ricchez­za, occorre dilatare lo spazio dell’at­tività economica facendo in modo che tutti possano parteciparvi. Oc­corre cioè arrivare alle città dove vi­ve la più parte della popolazione da evangelizzare, creando appunto mercati. (Si rammenti l’insistente domanda di Jacques Le Goff sul per­ché i nuovi Ordini mendicanti – do­menicani e francescani – fossero co­sì attratti dalle città). Come Giacomo Todeschini ha auto­revolmente messo in luce, il con­vincimento in base al quale vi sa­rebbe un’insanabile inconciliabilità tra «economia di profitto» e «econo­mia di carità», è privo di solido fon­damento.

Due sono le novità che il francescanesimo introdusse nell’o­rizzonte dell’epoca. La prima è che, se usare dei beni e delle ricchezze è necessario, possedere è superfluo. Il che porta a concludere che «grazie alla povertà, poteva essere più faci­le usare e far circolare la ricchezza». La seconda novità è che, se si vuole che i frati possano eser­citare con continuità la virtù della povertà, è necessario che que­sta sia sostenibile, cioè possa dura­re nel tempo. Ecco perché si ricorre all’aiuto di laici – amici spirituali del­l’Ordine – cui affidare la gestione del denaro. L’idea che una qualche di­visione funzionale del lavoro sia ne­cessaria prende così a diffondersi.

A partire dal 1241, anno della prima Esposizione della Regola, l’analisi sulla povertà dei frati si allarga alla società intera. Gli uomini di cultura guardano ai «contenuti profonda­mente economici della scelta pau­peristica di Francesco e dei suoi se­guaci» non più soltanto come via verso la perfezione individuale in senso cristiano, ma come «un ordi­ne economico-sociale della colletti­vità nel suo insieme». A Bonaventu­ra da Bagnoregio, Ugo di Digne e John Peckham il merito di aver for­mulato il principio secondo cui la sfera economica, quella governativa (della civitas) e quella evangelica (se­condo il carisma francescano), «so­no tre gradi differenti, ma integrabi­li di un’organizzazione della realtà». Se questa integrazione si realizza, es­sa genera frutti copiosi, così che ciò cui i poveri volontari rinunciano può essere impiegato per i poveri non vo­lontari, fino alla loro tendenziale scomparsa.
Ebbene, così come il pensiero e l’o­pera del francescanesimo svolsero un ruolo determinante nel pas­saggio dal feudalesimo alla mo­dernità, altrettanto decisive esse appaiono oggi nell’attuale pas­saggio d’epoca dalla modernità al­la post-modernità. Non c’è da me­ravigliarsene: quando si prende at­to della crisi di civilizzazione che incombe si è quasi sospinti a guar­dare con simpatia alla vicenda u­mana di Francesco per il quale l’i­nizio di una nuova vita, a livello anche sociale ed economico, è in u­na capacità di sguardo diversa sulla realtà: «Ciò che mi pareva amaro mi fu convertito in dolcezza dell’anima e del corpo». Dante fu tra i primi ad averlo afferrato, ed è anche per que­sto che merita lode.

di STEFANO ZAMAGNI

Add comment febbraio 28th, 2011

GIORNATA PER LA VITA. NEL 2010 IN UMBRIA, 144 DONNE HANNO DETTO SI’ ALLA VITA

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Come ogni anno, la Giornata per la vita è stata anche occasione di bilanci in termini numerici per il mondo del volontariato che sostiene la maternità. I cinque Centri di aiuto alla vita (Cav) che operano in Umbria assieme ai Movimenti per la vita, nel 2010 hanno aiutato in totale 144 donne, in alcuni casi riuscendo a salvare i bambini portati in grembo, in altri casi per fornire assistenza psicologica e in altri oggetti d’uso quotidiano per il bambino.
Secondo i dati del Centro di aiuto alla vita di Perugia, sono stati 34 nell’anno appena concluso i bambini nati per un intervento del Cav nel capoluogo umbro. Per 14 di essi e per le loro mamme è stato attivato un “progetto Gemma” (adozione prenatale a distanza di una mamma in attesa, consistente in un contributo di 160 euro al mese per 18 mesi, dal 1° trimestre di gravidanza al compimento del 1° anno di vita del bambino). In totale sono state 82 le donne che si sono rivolte al Cav perugino, nelle due sedi di Perugia città e Castel del Piano.
A Terni nel 2010 con i fondi raccolti nella Giornata per la vita e con altre donazioni, il Movimento per la vita ed il Cav annesso hanno sostenuto economicamente 25 nati o nascituri, di cui per 12 sono stati attivati dei progetti Gemma. Si conta che in totale circa 30 donne si siano recate al Cav ternano per una consulenza. Un rapporto significativo di collaborazione è iniziato anche con il Consultorio della Asl n. 4 di Terni. Sono state 6 le donne che, indirizzate da questo servizio pubblico, hanno portato avanti la gravidanza fino al parto.
A Città di Castello nel mese di agosto 2010 è stata inaugurata una casa d’accoglienza delle Piccole Ancelle del Sacro Cuore, dedicata alle madri in difficoltà, in particolare alle ragazze-madri. I volontari del Movimento per la vita e del Cav tifernati hanno affidato alle sorelle della casa 4 donne in situazioni difficili.
I Movimenti per la vita di Marsciano e Todi, pur non contando un vero e proprio Cav, hanno comunque attivato nello scorso anno un progetto Gemma, fornendo assistenza in vario modo a 5 donne. Grazie a questo piccolo ma significativo aiuto due bambini non sono stati rifiutati.
Il Movimento per la vita di Spoleto ha incontrato 13 persone, fornendo assistenza psicologica e generi di prima necessità per la mamma ed il neonato.
Centro di aiuto alla vita e relativo Movimento a Foligno hanno offerto 10 consulenze, che hanno portato a cinque culle piene, per le quali sono stati avviati tre progetti Gemma e due assistenze dirette.
Un segno importante è che nel 2010 anche dall’area territoriale del distretto del Trasimeno sono stati attivati due progetti Gemma per due donne che hanno rinunciato all’aborto.


Si tratta di numeri ancora esigui rispetto alle cifre degli aborti praticati nella nostra regione, in cui la prevenzione dell’aborto e il sostegno alla maternità difficile sono affidati pressoché solo al mondo del volontariato. Secondo i dati del 2009 ricavati dal Rapporto sulle interruzioni volontarie di gravidanza in Italia redatto dal ministero della Salute, in Umbria sono stati praticati 1.918 aborti volontari. Si è notato un calo del 9,5% rispetto al 2008 e un netto miglioramento rispetto al 2004, anno record dell’ultimo decennio, in cui le Ivg in Umbria furono 2.494.

Mariangela Musolino


Add comment febbraio 26th, 2011

FOLIGNO. INSEDIATO IL NUOVO CONSIGLIO PASTORALE DIOCESANO

CPD

Venerdì 18 febbraio si è riunito per la prima volta il nuovo Consiglio Pastorale Diocesano, che rimarrà in carica fino al 2015.

La riunione si è aperta con un momento di preghiera, durante il quale il Vescovo ha esortato i nuovi consiglieri a seguire il Vangelo della croce, rinnegando se stessi, diffidando del proprio giudizio personale ed aprendosi alle buone idee degli altri, senza la volontà di aver comunque ragione.

Mons. Gualtiero Sigismondi, durante la sua relazione, ha richiamato l’attenzione sulla prima comunità cristiana: un corpo che, a partire dalle differenze tra le membra, è reso uno dallo Spirito in una Pentecoste che, se da un lato ha costituito l’evento originario della Chiesa, dall’altro vivifica continuamente la comunità ecclesiale, riunita dall’unica fede, convocata nella comune celebrazione del culto divino, unificata nella fraterna concordia. Il nuovo Consiglio dovrà collaborare all’attività pastorale del Vescovo ascoltando la voce dello Spirito Santo, anzi facendo di lui l’anima dell’organismo: così la diversità potrà generare armonia anziché disperdersi nell’uniformità. Dopo l’introduzione del Vicario generale, don Giovanni Nizzi, i presenti hanno provveduto ad eleggere i componenti della segreteria, che si occuperanno di preparare e animare i lavori dell’assemblea in sintonia con il Vescovo che la presiede.

Questi i membri del nuovo Consiglio Pastorale diocesano: don Gianluca Antonelli, suor Valeriana Antonetti, Anacleto Antonini, fra Adriano Baldo, Villelmo Bartolini, Enrico Bartolomei, Maria Letizia Bibi, don Luigi Bonollo, Francesco Bovi, diac. Tommaso Calderini, Paolo Camilli, suor Teresa Camusi, Angelo Capoccioni, Massimo Capodimonti, don Diego Casini, mons. Dante Cesarini, padre Antonio Cristiano, Rita Del Vaso, Roberto Di Salvo, Rita Fanelli, Carlo Felice, mons. Luigi Filippucci, Maria Fioriti, Maria Chiara Giacomucci, Simona Lazzari, Giuseppe Lio, padre Mario Rosario Maiorano, mons. Eros Mancinelli, Amina Maneggia, Franco Marchi, Ortensia Marconi, diac. Mauro Masciotti, Fabio Massimo Mattoni, Elisa Morettini, Simonetta Morici, Patrizia Mosconi, Sesto Napoleoni, Antonio Nizzi, don Giovanni Nizzi, Rosalba Pacini, diac. Stefano Pollice, Ivana Roscini Vitali, Alfredo Santarelli, Luca Saveri, Francesco Savi, diac. Piergiorgio Selvi, Lorenzo Spinosi, Paolo Tini Brunozzi, don Giovanni Zampa, Paolo Zampognini.

Fonte:  Gazzetta di Foligno – FABIO MASSIMO MATTONI

Add comment febbraio 25th, 2011

NARNI. UN OSTELLO AL POSTO DEL MONASTERO

NARNI

Un ostello, capace di ospitare una quarantina di persone. L’ex monastero delle suore di sant’Anna, situato in via Gattamelata nel centro storico di Narni, cambia pelle e si appresta a diventare un punto di riferimento per un turismo religioso che nella nostra regione è fortemente praticato. La trattativa, tra la congregazione delle suore di Sant’Anna e una società che ha sede nella capitale, sembra arrivata a buon punto tanto che si tratterebbe solo di definire alcuni dettagli, prima di poter considerare concluso l’accordo. Un accordo che prevede l’affitto e non la vendita, del grande immobile e dei tanti spazi verdi che lo circondano. I tre piani dell’edificio verrebbero tutti riadattati, con gli interni trasformati in camere e mini appartamenti di vario taglio, in grado di ospitare varie alcune decine di persone. La scelta di contenere la capienza dei posti letto sarebbe nata dall’esigenza di non dare alla struttura le caratteristiche di albergo, in quanto questo avrebbe previsto tutta una serie, lunga ed onerosa, di interventi strutturali da parte del gestore. I “clienti” del nuovo ostello saranno di diverse tipologie; una parte di essi saranno giovani, legati ai tanti movimenti religiosi che ci sono nel nostro Paese, che per ragioni legate alla fede, sono soliti frequentare i tanti luoghi francescani presenti tra l’Umbria ed il Lazio. E Narni, in questo senso, potrebbe rappresentare proprio il crocevia adatto, trovandosi ad una media distanza tra la capitale e città importanti come Assisi, Cascia e Norcia e la Valle santa del reatino. C’è poi il filone legato all’arte, sacra e non solo, che richiama ogni anno verso l’Umbria decine di migliaia di visitatori e sotto questo punto di vista l’ostello narnese potrebbe ancora una volta rivelarsi interessante per quei tanti appassionati che potrebbero stabilire nella città del Gattamelata il proprio quartier generale e da lì muoversi in direzione dei maggiori luoghi di interesse, tutti raggiungibili in meno di un’ora.

Con la trasformazione in ostello dell’ex monastero si chiude in tempi rapidi una vicenda che aveva creato malumori ed amarezze in città e che era nata all’indomani della decisione, da parte della Madre generale e quella Provinciale della congregazione, di trasferire le ultime due suore rimaste in altri monasteri del nord Italia. Lo scorso mese di settembre il portone del Sant’Anna venne chiuso e per tanti narnesi, che dentro a quelle mura avevano studiato da piccoli, era stato come ricevere un pugno nello stomaco. Il timore che il grande monastero finisse in malora viene ora scongiurato da questo accordo che permetterà di far tornare a nuova vita un luogo da sempre impresso nella memoria dei narnesi.

Fonte: Narni News

Add comment febbraio 24th, 2011

PRESA DI POSSESSO DIACONIA CARDINALE BALDELLI

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L’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice ha reso noto che Domenica 27 febbraio, alle ore 18:30, il Cardinale Fortunato Baldelli, Penitenziere Maggiore, prenderà possesso della Diaconia di Sant’Anselmo all’Aventino, Piazza dei Cavalieri di Malta, 5 (Roma).

Il cardinale Baldelli è nato a Valfabbrica (Pg) il 6 agosto 1935. Ordinato sacerdote il 18 marzo 1961, Papa Giovanni Paolo II lo nomina, il 23 aprile 1983, vescovo titolare di Bevagna, antica diocesi oggi parte integrante dell’Archidiocesi di Spoleto-Norcia. Il suo ministero nella Chiesa è in gran parte incentrato sulla diplomazia. Inizia il suo servizio presso le nunziature apostoliche a Cuba e in Egitto. È stato Osservatore Permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa a Strasburgo. Nel febbraio 1983 è nominato delegato apostolico in Angola, incarico che manterrà fino all’aprile 1991. Dal 1985 ha ricoperto anche l’incarico di pro-nunzio a São Tomé e Príncipe. E’ stato poi Nunzio apostolico nella Repubblica Dominicana (1991-1994), in Perù (1994-1999) e in Francia, dal 19 Giugno 1999 al 2 Giugno 2009, quando è chiamato da Papa Benedetto XVI a ricoprire l’ufficio di Penitenziere Maggiore e creato cardinale dallo stesso Pontefice un anno più tardi, nel Concistoro del 20 novembre 2010.

Add comment febbraio 23rd, 2011

PERUGIA. LA LECTIO MAGISTRALIS DI MONS. GANSWEIN

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Monsignor Georg Gänswein, segretario particolare di Benedetto XVI, ha ricevuto la laurea honoris causa in Sistemi di comunicazione nelle relazioni internazionali, conferitagli dall’università per Stranieri di Perugia. La cerimonia si è svolta martedì 15 febbraio nell’aula magna di palazzo Gallenga. Pubblichiamo ampi stralci della lectio magistralis tenuta dal prelato sul tema “Relazione tra Chiesa e Stato in Italia. La libertas Ecclesiae nel Concordato del 1929 e nell’Accordo del 1984″:

Il Concordato lateranense vige per ben 40 anni: 20 in età fascista e 20 in età democratica. Dalla fine degli anni Sessanta dello scorso secolo esso comincia a essere contestato pur rimanendo in vigore sino al 1984 sul piano internazionale e al 1985 sul piano interno italiano a seguito della legge di ratifica. Il mutato spirito pubblico, nella comunità ecclesiale, come nella comunità civile con la contestazione sessantottina a tutti gli ordini costituiti e a tutti gli istituti tradizionali, produce una serie di polemiche. A chi invoca l’abrogazione risponde la saggezza della politica italiana di allora con l’avvio del procedimento di revisione, che produce una modificazione del testo del 1929 effettuata con la armonizzazione ai nuovi principi di libertà che lo Stato democratico e la Chiesa hanno nel frattempo posto a fondamento dei rispettivi ordinamenti. La revisione si conclude, dopo vari passaggi parlamentari, il 18 febbraio 1984 quando il cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli e il presidente del Consiglio della Repubblica italiana on. Bettino Craxi firmano l’Accordo “di modificazioni al Concordato lateranense” o Accordo di Villa Madama, dal luogo della firma.

Tutte le clausole del Concordato, così come modificato dall’Accordo di Villa Madama, esprimono il riconoscimento fatto nell’ordinamento italiano alla libertas Ecclesiae, cioè alla libertà rivendicata sempre e dovunque dalla Chiesa di poter esercitare senza ostacoli la propria missione, nel pieno rispetto della sua natura e delle proprie funzioni. Le disposizioni generali in materia sono comunque contenute negli articoli 1 e 2, nonché nell’art. 1 del Protocollo addizionale, che sotto questo profilo costituiscono una novità rispetto al passato, giacché il Concordato del 1929 riconosceva solo alcune libertà ecclesiastiche, altre le limitava o le condizionava (per esempio in materia di nomina di vescovi e di parroci), e soprattutto non contemplava un riconoscimento della libertas Ecclesiae nella sua generalità e globalità.
Si è già detto che l’art. 1 ripete il contenuto del primo comma dell’art. 7 della Costituzione italiana, nella parte in cui afferma che lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. Giova notare come non si tratti di una inutile ripetizione, né di una mera affermazione di principio senza alcun contenuto concreto sul piano del diritto positivo. Perché con quella formula si accoglie in via bilaterale, un principio che per il passato vigeva solo perché racchiuso in una norma unilaterale statale quale l’art. 7 della Costituzione; ma soprattutto perché la norma in esame estende la previsione costituzionale, disponendo che le due Parti contraenti sono impegnate nei loro rapporti al pieno rispetto dell’indipendenza e della sovranità di ciascuna, così come sono impegnate alla reciproca collaborazione per il bene dell’uomo e del Paese.
Si tratta di una norma che non può considerarsi solo come meramente programmatica, ma di immediata precettività, nella misura in cui fa divieto di considerare la Chiesa come funzionale agli interessi dello Stato e lo Stato come “braccio secolare” della Chiesa, imponendo viceversa a entrambi di collaborare – seppure ciascuno secondo le proprie competenze – in ragione del fatto che l’una e l’altro sono, ancorché a diverso titolo, a servizio della stessa persona umana e del bene comune. Come è stato giustamente notato, l’importanza della disposizione richiamata si evince in tutta la sua portata considerando che il collegamento tra Stato e Chiesa operato dalla norma in questione non serve solo “a tutelare ciascun ordine nel raggiungimento dei suoi fini ma a perseguire altresì in collaborazione una finalità comune: la promozione dell’uomo”. La norma ricollega i contenuti del primo comma dell’art. 7 della Costituzione al precetto di cui all’art. 2 della stessa legge, che riconosce i diritti fondamentali dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si esplicita la sua personalità. Essa non solo indica la linea pratica di condotta da seguire nello svolgersi delle relazioni tra Stato e Chiesa, ma funziona anche come criterio di interpretazione sia delle disposizioni concordatarie sia di tutte le altre norme dell’ordinamento italiano che coinvolgano il servizio all’uomo da parte di Stato e Chiesa.
Il più pieno e generale riconoscimento della libertas Ecclesiae è peraltro contenuto nei primi due commi dell’art. 2 dell’Accordo del 1984, laddove l’ordinamento giuridico statale assume la Chiesa secondo la sua peculiare natura, struttura e finalità. Ciò comporta di conseguenza la sua disciplina in Italia secondo un diritto speciale, ancorché non privilegiario, e non secondo il mero diritto comune, come sarebbe stata logica conseguenza se lo Stato si fosse limitato a riconoscere alla Chiesa la sola libertà religiosa in senso collettivo.
Per quanto riguardo poi i singoli contenuti di tale libertas, il testo vigente del Concordato appare assai dettagliato e preciso. In particolare è assicurata la libertà della Chiesa sia per quanto attiene alla sua struttura e, quindi, alla sua capacità di organizzarsi giuridicamente senza alcun limite posto dalle leggi dello Stato; sia per quanto attiene alla funzione sua propria, tenendosi nel dovuto conto la distinzione canonistica dei tria munera – docendi, sanctificandi, regendi – in cui tale funzione si articola. Si deve rilevare che la formula generale dell’art. 2 è da collegare alle altre disposizioni del Concordato, nelle quali sono garantite singole libertà ecclesiastiche. Ciò vale in materia munus docendi relativamente alla dichiarazione, alla diffusione e alla difesa del dogma cattolico (art. 2; art. 7, n 4); alla formazione dei christifideles (art. 9; art. 10, n. 3; art. 12); e in particolare alla specifica formazione del clero (art. 10, nn. 12-2).
Quanto rilevato vale pure per il munus sanctificandi, del quale è fatta esplicita menzione nell’art. 2, n. 1, ma che direttamente o indirettamente è oggetto anche in una serie di specifiche previsione normative, come in materia di edifici di culto (art. 5), di riconoscimento agli effetti civili del matrimonio canonico (art. 8), e anche di esonero degli ecclesiastici dal servizio militare (art. 4).
Il munus regendi, infine, oltre al generale riconoscimento della “giurisdizione in materia ecclesiastica” (art. 2, n. 1.), entra in rilievo sia come potere legislativo (per esempio nella disciplina degli enti ecclesiastici e del matrimonio: art. 7, n. 2. e art. 8), sia come potere amministrativo (per esempio nell’erezione degli enti ecclesiastici e nello svolgimento su di essi dei controlli canonici, nel conferimento degli uffici ecclesiastici, negli atti di certificazione, eccetera), sia come potere giudiziario (per esempio per quanto attiene alla giurisdizione ecclesiastica in materia matrimoniale, ex art. 8, n. 2). In materia di giurisdizione ecclesiastica si deve rilevare che nel Trattato lateranense ricorre una disposizione che ha una chiara connotazione concordataria. Si tratta di quella contenuta nel capoverso dell’art. 23, per cui hanno piena efficacia giuridica agli effetti civili, senza altre formalità, le sentenze e i provvedimenti dell’autorità ecclesiastica e ufficialmente comunicati alle autorità civili, riguardanti ecclesiastici o religiosi e concernenti materie spirituali e disciplinari. La norma comporta quindi, in maniera in qualche modo analoga a quanto previsto per le decisioni della Corte di giustizia delle Comunità europee, il riconoscimento della forza esecutiva del provvedimento ecclesiastico. Nell’Accordo del 1984 questa disposizione è indirettamente confermata, in ragione del fatto che all’art. 2, lett. c del Protocollo addizionale è detto che “la Santa Sede prende occasione della modificazione del Concordato lateranense per dichiararsi d’accordo, senza pregiudizio dell’ordinamento canonico, con l’interpretazione che lo Stato italiano dà dell’art. 23, secondo comma, del Trattato lateranense secondo la quale gli effetti civili delle sentenze e dei provvedimenti emanati da autorità ecclesiastiche, previsti da tale disposizione, vanno intesi in armonia con i diritti costituzionalmente garantiti ai cittadini italiani”. Sui provvedimenti in questione, pertanto, è inammissibile un sindacato di legittimità o di merito da parte del giudice italiano, che non sia quello diretto ad accertare che la loro eventuale esecuzione in Italia verrebbe a ledere diritti costituzionalmente garantiti. È evidente che qualora si configurasse tale lesione, il provvedimento ecclesiastico non potrebbe avere efficacia nell’ordinamento italiano, ma rimarrebbero integri tutti i suoi effetti nell’ordinamento canonico.
Nel quadro della libertà di organizzazione pienamente riconosciuta alla Chiesa, deve collocarsi – fatto di rilievo e innovativo – la valorizzazione della Conferenza episcopale italiana come ulteriore interlocutore della comunità politica (cfr. per esempio l’art. 13 e l’art. 5, lett. b del Protocollo addizionale). Detta valorizzazione, infatti, presuppone il rinnovamento promosso nel diritto costituzionale della Chiesa dal concilio Vaticano II, che ha portato al recupero della Chiesa particolare e del suo ruolo, anche per quanto attiene ai rapporti con la comunità politica.
Il terzo comma dell’art. 2 del vigente concordatario opera un generale riconoscimento di libertà religiosa agli appartenenti alla Chiesa cattolica, venendo così a offrire una garanzia rafforzata della libertà religiosa, sia individuale che collettiva, già oggetto di tutela nella Costituzione. In particolare la norma garantisce “ai cattolici ed alle loro associazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.
Si deve tuttavia osservare come in singole disposizioni concordatarie vengano disposte specifiche garanzie della libertà religiosa dei cattolici, soprattutto creandosi le condizioni per l’esercizio della libertà religiosa in ambiti qualificanti: si pensi al riconoscimento degli effetti civili al matrimonio canonico (art. 8), che in concreto significa rilevanza per l’ordinamento statale delle scelte di coscienza della persona in materia matrimoniale; ovvero alla riconosciuta facoltà di usufruire dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, che concorre ad attualizzare la libertà religiosa come diritto a una formazione che non ignori la dimensione religiosa (art. 9, n. 2).
In materia di libertà di associazione per motivi religiosi, le disposizioni concordatarie relative agli enti ecclesiastici vengono oggi maggiormente incontro, rispetto al passato, alle esigenze di veder riconosciute agli effetti civili associazioni e istituzioni nascenti all’interno dell’ordinamento giuridico canonico. Basti pensare soltanto alla possibilità di riconoscimento – seppure a determinate condizioni – degli istituti religiosi e delle società di vita apostolica di diritto diocesano, che era del tutto escluso dalla normativa del 1929; oppure allo speciale regime dettato per le associazioni pubbliche e private di fedeli che non possono ottenere il riconoscimento come enti ecclesiastici (artt. 8-10; legge 20 maggio 1985, n. 222). Occorre infine notare come con la revisione del 1984 dal testo del Concordato è venuta meno tutta una serie di norme oggettivamente limitatrici della libertà religiosa a livello individuale: si pensi in particolare alla soppressione della disposizione di cui al terzo comma dell’art. 5 del Concordato lateranense, secondo cui “in ogni caso i sacerdoti apostati o irretiti da censura non potranno essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio o in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico”. In alcuni casi le originarie disposizioni del Concordato lateranense sono state oggetto di modifiche rivolte a renderle più consoni alle esigenze di tutela della libertà religiosa: così nel caso dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, con il passaggio dal vecchio sistema dell’esonero dall’insegnamento, che pure era un istituto posto a garanzia della libertà religiosa degli studenti e dei diritti in materia educativa dei genitori, al sistema della facoltatività, cioè della sua libera scelta, certamente più garantista.

Add comment febbraio 22nd, 2011

CITTA’ DI CASTELLO. LA DIOCESI PER LA SALVAGUARDIA DEI BENI CULTURALI ECCLESIASTICI

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Furti sacrileghi nella Basilica Cattedrale di Città di Castello, ladri astuti e senza scrupoli hanno agito nella sacrestia. I parroci Mons. Giancarlo Lepri e Mons. Sergio Susi in accordo con il vescovo Domenico Cancian e con gli uffici diocesani competenti, hanno approntato da tempo una serie di interventi per evitare tali espoliazioni. Tra queste l’azione volontaria dell’Associazione Nazionale Volontari Carabinieri che prestano il loro servizio di vigilanza in alcuni giorni della settimana con passione e precisione. Non va però dimenticato che già all’epoca dell’episcopato di Mons. Cesare Pagani le opere più preziose furono volutamente messe al sicuro nei locali del costituendo Museo diocesano che poi ingrandendosi ha potuto ospitare altri beni preziosi non solo della Cattedrale ma provenienti da chiese diocesane. Così come depositi muniti di impianto di allarme sono stati allestiti per ospitare opere di provenienza diocesana. Per la Cattedrale è in corso di realizzazione, un avanzato progetto per la video-sorveglianza dell’intero complesso architettonico con anche un impianto antitrusione collegati alle forze dell’ordine, al quale la Diocesi tifernate sta lavorando unitamente alla Parrocchia della Cattedrale con un notevole sforzo di reperimento fondi per apparecchiature sofisticate ed efficaci. La valorizzazione e la salvaguardia del patrimonio ecclesiastico sono da sempre al centro dell’attenzione della Diocesi di Città di Castello, del Vescovo ma anche di tutti gli uffici responsabili, dei direttori, coordinatori diocesani, parroci, diaconi, ed anche del singolo cittadino che rispetta e ama le opere d’arte sacra. Ne sono concreta testimonianza le iniziative realizzate con cadenza periodica e finalizzate alla valorizzazione del ricco patrimonio ecclesiastico presente nel comprensorio Altotiberino come “Chiese ed Arte”, “Luci di Natale”, ecc.

Importante è ricordare come dal giugno 2010 la Diocesi tifernate ha iniziato la campagna di inventariazione bei beni mobili secondo i criteri e le indicazioni dell’Ufficio Nazionale per i Beni Ecclesiastici della C.E.I. concordati con il Ministero per i Beni Culturali. L’intervento previsto avrà la durata di tre anni e riguarderà la realizzazione di ben 20.000 schede digitali. Lo stato dei lavori attuali ha visto già inventariate 15 parrocchie tra cui Pistrino, Fighille, San Leo. I finanziamenti per tale progetto sono della C.E.I., della Fondazione Cassa di Risparmio di Città di Castello e della Diocesi con proprie risorse e delle singole Parrocchie. Lo sforzo economico, ma anche di energie umane, messo in campo della Diocesi è pertanto cospicuo, l’attenzione rivolta alla salvaguardia, tutela e valorizzazione del patrimonio ecclesiastico risulta essere tra i primi obiettivi che si intende perseguire con serietà, efficacia e con l’aiuto e la collaborazione di tutti.

Mons. Sergio Susi

Add comment febbraio 21st, 2011

PERUGIA. VISITE GUIDATE ALLA SCOPERTA DELL’EX CHIESA TEMPLARE DI SAN BEVIGNATE

S._Bevignate_Perugia

A Perugia, tutte le domeniche dalle 10 alle 11 su prenotazione è possibile visitare l’ex chiesa templare intitolata a San Bevignate (edificata intorno alla metà del XIII secolo) e ammirarne gli importanti affreschi.

La città di Perugia ha la fortuna di conservare ancora integra una importante testimonianza della presenza templare nel suo territorio, attestata nelle fonti a partire dalla metà del Duecento. Nel contado di porta Sole, e più precisamente nei pressi del cimitero monumentale di Monteluce, sorge, infatti, l’ex chiesa di San Bevignate, sobria e possente all’esterno, ma alleggerita all’interno da un gioco di slanciati costoloni e, sulla controfacciata, da un ciclo pittorico che ai confratelli lontani e agli abitanti delle prospere campagne perugine ha ricordato per lungo tempo quale fosse la missione in Terrasanta della Militia Templi, l’ordine religioso-cavalleresco istituito a Gerusalemme intorno al 1119 dal cavaliere francese Ugo di Payns.

Dopo i lunghi e complessi lavori di messa in sicurezza, consolidamento e restauro, l’ex chiesa templare è stata ufficialmente “riconsegnata” ai perugini e più in generale a turisti, visitatori e studiosi di storia e iconografia dell’Ordine del Tempio, che potranno finalmente apprezzare in condizioni ottimali le caratteristiche di questa straordinaria struttura architettonica, articolata su due livelli, e i soggetti degli affreschi che la decorano.

Alla sua edificazione, intorno alla metà del XIII secolo, concorse una complessa serie di fattori: il movimento dei flagellanti di Raniero Fasani, che, partito dal capoluogo umbro nel 1260, si diffuse ovunque in Italia; il nuovo ceto del popolo, che, assunta la preminenza politica, sentì la necessità di legittimarsi con un proprio tempio ed un proprio santo e scelse il misterioso Bevignate, mai canonizzato e del quale non esiste documentazione certa. Infine le numerose esperienze di vita eremitica insediatesi in quell’area e la presenza dei templari che avevano bisogno di una nuova chiesa in sostituzione a quella di San Giustino d’Arna. Proprio i templari riuscirono ad ottenere dal pontefice il patronato dell’edificio.

Dopo la distruzione dell’ordine, nel 1312 la chiesa passò ai cavalieri di San Giovanni Gerosolimitano, poi alle monache di San Giovanni e più tardi a varie confraternite fino a quando nel 1860, divenuta proprietà dello Stato, fu affidata al Comune di Perugia.

La chiesa si presenta esternamente disadorna secondo il modello di edifici fatti costruire dai templari in Palestina. All’interno, a navata unica con due campate coperte da crociera e abside quadrata rialzata introdotta da arco trionfale, conserva affreschi due-trecenteschi di grande importanza come la Processione dei flagellanti, la Lotta tra templari e mussulmani, la Leggenda di san Bevignate, sul mantello del quale figurano graffiti incisi tra la fine del XV  e il XVI secolo da pellegrini, fedeli e cavalieri templari.

Chiesa di San Bevignate, via E. Dal Pozzo (zona Monteluce) – Perugia

Orario visite guidate: tutte le domeniche alle ore 10.00 e alle ore 11.00
Biglietto (ingresso + visita guidata): € 5,00 intero; € 2,50 ridotto

Per informazioni e prenotazioni: tel. 075 5772435/2416 (dal lunedì al venerdì 9.00-13.00)

sanbevignate

Add comment febbraio 15th, 2011

TERNI. LA FESTA DEL SANTO PATRONO VALENTINO

SV

Il 14 Febbraio il calendario liturgico universale ricorda san Valentino. La più antica notizia di S.Valentino è in un documento ufficiale della Chiesa dei secc.V-VI dove compare il suo anniversario di morte. Ancora nel sec. VIII un altro documento ci narra alcuni particolari del martirio: la tortura, la decapitazione notturna, la sepoltura ad opera dei discepoli Proculo, Efebo e Apollonio, successivo martirio di questi e loro sepoltura. Altri testi del sec. VI, raccontano che S.Valentino, cittadino e vescovo di Terni dal 197, divenuto famoso per la santità della sua vita, per la carità ed umiltà, per lo zelante apostolato e per i miracoli che fece, venne invitato a Roma da un certo Cratone, oratore greco e latino, perché gli guarisse il figlio infermo da alcuni anni. Guarito il giovane, lo convertì al cristianesimo insieme alla famiglia ed ai greci studiosi di lettere latine Proculo, Efebo e Apollonio, insieme al figlio del Prefetto della città. Imprigionato sotto l’Imperatore Aureliano fu decollato a Roma. Era il 14 febbraio 273. Il suo corpo fu trasportato a Terni al LXIII miglio della Via Flaminia. Fu tra i primi vescovi di Terni, consacrato da S.Feliciano vescovo di Foligno nel 197.

S.Valentino fu sepolto in un’area cimiteriale nei pressi dell’attuale Basilica. E’ sicuro che quel cimitero già esisteva in età pagana.

Oggi la festa di S.Valentino è celebrata ovunque come Santo dell’Amore. L’invito e la forza dell’amore che è racchiuso nel messaggio di S.Valentino deve essere considerato anche da altre angolazioni, oltre che dall’ormai esclusivo significato del rapporto tra uomo e donna. L’Amore è Dio stesso e caratterizza l’uomo, immagine di Dio. Nell’Amore risiede la solidarietà e la pace, l’unità della famiglia e dell’intera umanità.

Add comment febbraio 14th, 2011

TERNI. MONS. PAGLIA E LA FESTA DELLA PROMESSA

festa_della_promessa_2010

“Il messaggio di san Valentino è robusto, lontano dalle sdolcinature che non reggono alle prime difficoltà che fanno sfasciare subito tutto – sottolinea mons. Vincenzo Paglia parlando della festa della Promessa. – L’amore vero è capace di perdonare e di superare ostacoli che sembrano insuperabili. Per questo la vita diventa bella. Ma questo amore non è scontato; non lo si trova per caso. Tutti dobbiamo imparare ad amare. È facile pensare solo a se stessi, è facile farsi gli affari propri, è facile offendere, è facile odiare, è facile tradire. È invece difficile amare. Anche perché l’amore richiede sempre che qualcosa di noi stessi muoia. Per questo il Signore ci viene incontro ed è pronto ad aiutarci a voler bene”.
Per i fidanzati è una verifica della solidità dei sentimenti reciproci, che per molti sarà coronata, entro l’anno, con la celebrazione del matrimonio. “La felicità quella vera non si trova da soli – ricorda ancora mons. Paglia – ma insieme agli altri, nella consapevolezza che il valore cristiano della famiglia è oggi più che mai importante e da rivalutare”.

http://chiesaumbra.it/2011/02/11/terni-festa-della-promessa-per-200-coppie-di-fidanzati-a-san-valentino/

 

 

Add comment febbraio 13th, 2011


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