Archive for dicembre, 2010

LEGGERE & RIFLETTERE. “CARLO CARRETTO A SPELLO. LA FONDAZIONE DELLA «FRATERNITA’»”

libro

S’intitola “Carlo Carretto a Spello. La fondazione della «Fraternità»” il volume di Leonello Radi edito dall’editrice Ave (pagine 82,00, euro 13,00) che mira ad aiutare il lettore a comprendere i motivi che hanno spinto, oltre quarant’anni fa, Carlo Carretto a fondare a Spello in Umbria la «Fraternità dei piccoli fratelli del Vangelo» di Charles de Foucauld.
A Spello Radi era è riuscito a far affidare alla fraternità l’ex convento francescano di San Girolamo; Carretto vi arrivò nel 1965 e ben presto il suo spirito di iniziativa e il prestigio di cui godeva gli consentirono di aprire la comunità all’accoglienza di quanti, credenti e non, desiderano trascorrervi un periodo di riflessione e di ricerca di fede vissuto nella preghiera, nel lavoro manuale e nello scambio di esperienze. Al convento in cui la Fraternità risiede, si aggiunsero così man mano molte case di campagna sparse sul monte Subasio, che vengono trasformate in eremitaggi.
CARLO CARRETTO
Carlo Carretto (Alessandria, 2 aprile 1910 – Spello, 4 ottobre 1988) nasce in una famiglia di contadini proveniente dalle Langhe. È il terzo di sei figli, di cui quattro si faranno religiosi. La famiglia si trasferisce presto a Torino, in un quartiere periferico, nel quale si trova un oratorio salesiano che avrà molta influenza sulla formazione di Carlo Carretto e su tutta la famiglia. Lo spirito salesiano si farà sentire anche nella vita professionale che Carretto inizia all’età di diciotto anni, a Gattinara, come maestro elementare.

Milita nel settore giovanile dell’Azione Cattolica di Torino, dove entra ventitreenne su invito di Luigi Gedda che ne era il presidente. Dopo aver compiuto gli studi, laureandosi in Filosofia a Torino, dal 1936 al 1952 militò nell’Azione Cattolica, divenendo Presidente nazionale dei giovani. Nel 1940, dopo aver vinto un concorso viene inviato come Direttore didattico a Bono (Sardegna). Ma l’incarico dura poco: a causa dei contrasti col regime fascista, dovuti al suo insegnamento e per l’influsso che questo esercita anche al di fuori della scuola nei giovani, viene inviato al confino a Isili e poi rimandato in Piemonte. Qui gli viene consentito di riprendere il suo lavoro come direttore didattico a Condove. Con l’avvento della Repubblica di Salò, riceve da Roma l’incarico di riorganizzare la struttura dell’Azione Cattolica del Nord-Italia. Dal punto di vista lavorativo viene radiato dall’albo dei direttori didattici e tenuto sotto sorveglianza per non aver aderito al Regime.

A Roma, nel 1945, alla fine della Guerra, insieme a Luigi Gedda (presidente dell’Azione Cattolica), crea l’Associazione nazionale maestri cattolici. Nel 1946 è presidente nazionale della Gioventù italiana di Azione Cattolica (GIAC) e, nel 1948, in occasione dell’80° anniversario della fondazione dell’Azione Cattolica, organizza una grande manifestazione di giovani a Roma: è la famosa adunata dei trecentomila “baschi verdi”. Poco dopo fonda il Bureau International de la Jeunesse Catholique, di cui diviene vice presidente.

Nel 1952 si trova in disaccordo con una parte importante del mondo politico cattolico che desiderava un’alleanza con la Destra; Carlo Carretto deve dimettersi dal suo incarico di presidente della GIAC. È in questo frangente che matura la decisione di entrare a far parte della congregazione religiosa dei Piccoli Fratelli di Gesù fondata da Charles de Foucauld.

L’8 dicembre 1954 parte per l’Algeria, per il noviziato di El Abiodh, vicino ad Orano; per dieci anni vivrà una vita eremitica nel Sahara, fatta di di preghiera, silenzio e lavoro, esperienza che esprimerà in Lettere dal deserto, e in tutti i libri che scriverà in seguito. La stessa esperienza alimenterà anche tutta la sua vita e la sua azione successiva.

Qui, per un certo periodo, ritrova il suo vecchio amico Arturo Paoli, anch’egli passato dalla dirigenza dell’Azione Cattolica alla vita religiosa nel deserto del Sahara.

Rientrato in Italia nel 1965 si stabilisce a Spello (Umbria), dove Leonello Radi (già presidente della Giac di Foligno) è riuscito a far affidare alla Fraternità dei Piccoli Fratelli del Vangelo l’ex convento francescano di San Girolamo, vicino al cimitero. Fratel Carlo è entusiasta della nuova sistemazione. Leonello Radi dirà: “l’attività principale di Carlo Carretto erano le otto ore di preghiera al giorno. L’ho trasportato non so quante volte con il mio maggiolino rosso. Durante il viaggio si conversava e, soprattutto, si pregava”. Ben presto lo spirito di iniziativa di Carretto ed il prestigio di cui gode, aprono la comunità all’accoglienza di quanti, credenti e non, desiderano trascorrervi un periodo di riflessione e di ricerca di fede vissuto nella preghiera, nel lavoro manuale e nello scambio di esperienze. Al convento in cui la Fraternità risiede, si aggiungono man mano molte case di campagna sparse sul monte Subasio che vengono trasformate in eremitaggi (Giacobbe, Elia, Charles de Foucauld, San Francesco, Sant’Angela, Santa Chiara, Beni Abbés,…). Carretto sarà per oltre vent’anni l’animatore di questo centro.

Uomo della parola e della penna, usò con molta efficacia questi due mezzi per comunicare agli altri le sue “scoperte” e la sua esperienza nella fede. I suoi libri sono stati tradotti in molte lingue e gli hanno creato una schiera di lettori e di amici in molti Paesi del mondo. Spesso veniva invitato a portare la sua parola in conferenze e incontri spirituali. La sua profonda interiorità non lo isolava dal mondo e dai suoi problemi, ma anzi lo spingeva ad interessarsene in spirito di “profezia” e di servizio.

Nonostante il suo ritiro, ha sempre partecipato alle vicende della società italiana. Nel 1974, durante il dibattito sul referendum sulla legge per il divorzio, ha aderito al gruppo di “cattolici” favorevoli al divorzio.

L’Azione Cattolica Italiana resta comunque il primo amore mai dimenticato. Quando nel 1986 contrasti interni alla Presidenza Nazionale di AC spingono papa Giovanni Paolo II a richiamare l’associazione ad un impegno più visibile nel mondo, Carlo Carretto scrive la Lettera a Pietro in cui difende appassionatamente la “scelta religiosa” perseguita dall’ACI del nuovo Statuto e il suo Presidente Alberto Monticone.

Carlo Carretto muore nel suo eremo di san Girolamo a Spello nella notte di martedì 4 ottobre 1988, festa di san Francesco d’Assisi del quale era stato biografo.

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MONS. BARTOLUCCI NOMINATO DA BXVI SEGRETARIO DELLA CONGREGAZIONE DELLE CAUSE DEI SANTI

santi

Il Papa ha nominato segretario della Congregazione delle Cause dei Santi mons. Marcello Bartolucci, finora sotto-segretario, elevandolo in pari tempo alla sede titolare di Bevagna, con dignità di arcivescovo, e ha nominato sotto-segretario del medesimo dicastero padre Bogusław Turek, della Congregazione di San Michele Arcangelo, finora capo ufficio.

Il Rev.do Mons. Marcello Bartolucci è nato il 9 aprile 1944 a Bastia Umbra (PG), nell’allora diocesi di Assisi, ha frequentato gli studi filosofici e teologici presso il Seminario Regionale Umbro ed è stato ordinato sacerdote il 9 novembre 1968. Ha conseguito il Dottorato in teologia ed il Diploma in teologia pastorale, con specializzazione in catechetica, presso la Pontificia Università Lateranense e la Licenza in diritto canonico presso la Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino in Roma.
Dopo circa dieci anni di esperienza pastorale, prima come Vice Parroco e poi come Parroco, con diversi incarichi in ambito diocesano, ed inoltre come insegnante di religione nelle scuole statali, nel 1977 è entrato presso la Congregazione delle Cause dei Santi, al servizio dell’allora Ufficio Giudiziale del Dicastero. In seguito alla riforma della Congregazione e della procedura nel 1983, ha collaborato con i vari Superiori che si sono succeduti nella preparazione dei pareri sulle singole cause, nello studio dei processi e nelle pratiche di segreteria.
Per oltre vent’anni ha avuto la responsabilità della redazione dei Decreti sulle virtù, martirio e miracoli, sia in italiano, sia in latino per la pubblicazione sugli “Acta Apostolicae Sedis”, curando la stesura in italiano delle Bolle Pontificie di canonizzazione e dei Brevi Apostolici di beatificazione. Ha ricoperto l’incarico di Segretario della Commissione per la revisione del rito di beatificazione. Insegna presso lo “Studium” della Congregazione.

Add comment dicembre 29th, 2010

“LA PAROLA DI DIO OGNI GIORNO”: L’EDIZIONE 2011 DEL LIBRO DI MONS. PAGLIA

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“Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (2 Tm 3,16-17).
Da dieci anni “La Parola di Dio ogni giorno” (Leonardo International, collana “I libri di Sant’Egidio”, 530 pagine, 18 euro) si offre quale strumento per aiutare la preghiera quotidiana: «Lungo questi anni abbiamo commentato i libri della Sacra Scrittura. L’intento è di commentarli tutti. Crediamo infatti che sia utile leggere tutta la Bibbia e leggerla pregando. Purtroppo non è una pratica molto frequente. Ma oggi, ancor più di ieri, abbiamo bisogno di ascoltare il Signore e di rivolgere a lui la nostra preghiera», scrive mons. Vincenzo Paglia, autore del libro e vescovo della diocesi Terni-Narni-Amelia.

Ecco, allora, il volume con i commenti ai Vangeli della Messa di ogni giorno per “aiutare sia la preghiera personale che quella comunitaria”. Perché è questa apertura orante alla Parola «il momento nel quale lo Spirito Santo opera nel cuore dei credenti». «Ed è nella preghiera “la radice della speranza”, da riscoprire – sottolinea Mons. Paglia – al passaggio dal primo, drammatico decennio al secondo decennio del XXI secolo. La particolarità del decimo volume della serie? La preghiera accompagnata ogni giorno dai brani evangelici proclamati durante le Messe quotidiane celebrate nel rito latino. Il volume dunque è scandito dall’anno liturgico, integrato da una struttura settimanale di preghiera che trova il suo culmine nella domenica».

“La Parola di Dio ogni giorno” 2011 vuole essere un piccolo aiuto per alzare i nostri occhi e i nostri cuori verso l’Alto, verso il Signore. Li alziamo per noi e per il mondo, perché il prossimo decennio sia segnato dalla speranza di un tempo nuovo. La radice della speranza è la preghiera. E’ questo l’umile intento di queste pagine che ci accompagneranno all’inizio del secondo decennio del nuovo secolo.

Add comment dicembre 28th, 2010

CITTA’ DI CASTELLO. APERTURA DELL’ANNO VERONICHIANO

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Con la traslazione del corpo della Santa dalla chiesa del monastero delle Cappuccine alla Basilica Cattedrale, domenica 26 dicembre 2010 si sono aperte le celebrazioni per il 350° anniversario della nascita di santa Veronica Giuliani. L’insigne reliquia del corpo della Santa rimarrà esposta in Cattedrale fino al 2 gennaio 2011.
In questo modo la Diocesi di Città di Castello intende dedicare un intero anno per approfondire la conoscenza della figura di questa grande mistica cappuccina (morta il 9 luglio 1727, dopo 50 anni di vita claustrale) e diffonderne ancora di più la devozione. Per questo motivo è stato anche riatttivato il Centro Studi “Santa Veronica Giuliani”, costituito nel 1978 e oggi diretto dal prof. don Romano Piccinelli. Unanimi consensi ha suscitato il partecipato momenti di preghiera e musica all’intero della Basilica Cattedrale, quando oltre mille persone hanno seguito, con compostezza e partecipazione, il concerto proposto dall’orchestra “Collegium Tiberinum”, dai Pueri Cantores “Beato Carlo Liviero” e dalla Corale “Marietta Aboni” e direto dal maestro Marcello Marini. Dopo l’introduzione del vescovo, mons. Domenico Cancian, è stato eseguito il “Gloria” di . Vivaldi, una poesia di santa Veronica – musicata dal maestro Carlo Pedini e affidata alle voci bianche – e il “Magnificat” tratto dai Vespri che lo stesso Pedini sta componendo in onore della Santa.

Di seguito la lettera del vescovo, Mons. DOMENICO CANCIAN, alla Diocesi per l’apertura dell’Anno Veronichiano:
Assieme a circa 500 tifernati ho partecipato all’Udienza del Santo Padre a Roma, nella Sala Nervi, mercoledì 15 dicembre 2010. Il Papa ha parlato al mondo intero della nostra santa Veronica. Una grande mistica che ha vissuto l’intera sua esistenza come monaca cappuccina (50 anni) nel monastero che da lei ha preso il nome e che tutti i tifernate conoscono molto bene: il monastero di santa Veronica. Anche perché il suo corpo è lì conservato.
Papa Benedetto l’ha presentata come appassionata sposa di Cristo crocifisso. Alla sua scuola, Veronica ha imparato ad amare donandosi alle sue sorelle, alla Chiesa è all’”universo mondo”. Avverte la sua missione come “uno stare in mezzo” tra gli uomini e Dio, tra i peccatori e Cristo crocifisso. Veronica arriva ad accogliere nel suo corpo le stimmate di Gesù. “In un istante – scrive -, io vidi uscire dalle Sue santissime piaghe cinque raggi risplendenti; e tutti vennero alla volta mia. Ed io vedevo questi raggi divenire come piccole fiamme. In quattro vi erano i chiodi; ed in una vi era la lancia, come d’oro, tutta infuocata: e mi passò il cuore, da banda a banda… e i chiodi passarono le mani e i piedi. Io sentii gran dolore; ma, nello stesso dolore, mi vedevo, mi sentivo tutta trasformata in Dio” (Diario, I, 897).
In questo modo lei fa una straordinaria esperienza dell’amore crocifisso, offrendosi per il bene della Chiesa e del mondo.
Dopo tre secoli, i tifernati avvertono la bellezza e la grandezza della sua intensa testimonianza, che continua ad affascinare, proprio perché ha amato con tutte le sue forze. La gente ha capito, tanto che il monastero è, tutt’ora, molto vivo nel cuore della Chiesa e della città. Non solo. Dal mondo intero vengono a Città di Castello anche per lei, Veronica. Oggi più che mai l’uomo ha bisogno di sentirsi amato e di poter amare in modo vero e appassionato, come ha testimoniato Veronica.
Per questo è doveroso riconoscimento ecclesiale e sociale la celebrazione del 350° anniversario della sua nascita. Il Papa stesso, che ho avuto la gioia di incontrare, mi ha espresso tutta la sua ammirazione per questa santa cappucina e ha assicurato la sua presenza spirituale alle prossime celebrazioni del 26 e 27 dicembre.
La Penitenzieria Apostolica ha concesso, su nostra richiesta, l’indulgenza plenaria.
Quest’anno, proprio vicino alla grande festa del Natale di Gesù, celebriamo dunque con gioiosa gratitudine anche il natale di Santa Veronica Giuliani, 350 anni fa.
Mi piace riassumere la sua vita così. Si legge nella sua storia che quando era piccola, mentre coglieva i fiori nell’orto di casa, le si era avvicinato un Bambino che le disse: “Io sono il vero fiore” e subito scomparve. Veronica, piena di gioia, si mise a correre dappertutto per rivedere quel Bambino, ma invano. Da allora la sua vita fu una incessante ricerca di Lui, ovvero dell’Amore. Una ricerca riuscita perché le sue ultime parole furono: “Ho trovato l’Amore, l’Amore si è lasciato vedere! Questa è la causa del mio patire. Ditelo a tutte, ditelo a tutte!”
Ci auguriamo che la nostra vita sia illuminata da quell’Amore che Gesù è venuto a rivelarci e che Veronica ha ben testimoniato.
Buon Natale! È un 2011 ricco di bene.
Con affetto
Domenico Cancian f.a.m., vescovo

Add comment dicembre 27th, 2010

FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA

Sacra-Famiglia

Oggi la liturgia ci chiede di rimetterci in cammino, con Gesù, Giuseppe e Maria. Solo ieri siamo giunti a Betlemme, al termine del cammino del tempo di Avvento, tutto proteso verso la grotta. Finalmente ci siamo fermati, e l’abbiamo visto, Lui, il Figlio di Dio fatto uomo, sulle braccia di Maria e custodito da Giuseppe: una piccola famiglia, come tante in Israele, come tante ai nostri giorni. Ma noi sappiamo che è una famiglia speciale, fatta di persone speciali. Per questo ci piacerebbe fermarci a contemplare, per goderci questo tempo pieno “di tenerezza, di bontà, di umiltà”… tutti quei sentimenti che Paolo bene descrive nella lettera ai Colossesi.

Ma non si può. Se vogliamo stare con la Santa Famiglia – e dobbiamo stare con loro, perché sono persone speciali – dobbiamo già levare le tende del cuore e seguirli in Egitto. “Erode vuole cercare il bambino per ucciderlo”. Anche Giuseppe si trova sorpreso nella notte dall’annuncio dell’angelo, e non attende l’alba per proteggere il bambino dalla furia di Erode. Come farebbe qualsiasi buon padre. Seguiamoli, in terra d’esilio, tra gente straniera. Se abbiamo celebrato il Natale in verità, dobbiamo adesso seguirli, non dobbiamo perdere Gesù. Perché il Natale non sia solo poesia, ma concretezza di vita, dobbiamo subito, oggi, rimetterci in cammino.

Cosa questo significhi, per ciascuno di noi, dobbiamo leggerlo in fondo al cuore. Ma sarebbe ancora più bello se riuscissimo a leggerlo insieme, non come io ma come noi: noi famiglia, noi comunità parrocchiale, noi comunità religiosa, noi gruppo di studio o di lavoro… Perché c’è un cammino che ciascuno di noi è chiamato a compiere personalmente lungo le strade della vita, e non può essere delegato ad altri. Ma c’è un cammino che dobbiamo compiere come Chiesa, dalla piccola Chiesa domestica che è la nostra comunità familiare, fino a quella grande ed universale realtà che è la Chiesa di Dio. E il nostro cammino personale avrà un senso nella storia solo se terrà conto del cammino di tutti.

Ecco allora un buon compito per la settimana, forse addirittura per l’anno a venire: verso cosa camminare? Io, prima di tutto, ma anche e soprattutto NOI?

L’Egitto è una terra straniera: forse andarci da soli intimorisce, ma insieme è diverso. La Santa Famiglia affronta il viaggio unita. Se ci guardiamo intorno anche noi possiamo forse riconoscere terre straniere che ci circondano, anche noi possiamo osare di addentrarci nelle nostre terre d’esilio, dove a volte ci spinge la stessa vita, per necessità. L’importante è farlo insieme, come comunità, come Chiesa. Dove per terre d’esilio possiamo intendere quelle realtà che sentiamo lontane, estranee, anche ostili… ma che forse hanno bisogno che qualcuno vi porti Gesù, come provvidenzialmente è successo all’Egitto.

Ma il cammino non è finito, non è finito mai. “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele”. Un altro annuncio, e si ritorna a casa. E’ il Cielo a guidare i passi di Giuseppe: lui obbedisce e partono insieme. Sempre insieme, sempre come Chiesa, come comunità: sempre noi… La sequela di Gesù non comporta indugi, e non comporta solitudini. Ti fa tornare al punto di partenza, ma non come all’inizio: ora si è ricchi di qualcosa di nuovo. L’esperienza dell’Egitto, del paese straniero, te la porti dentro e ti fa ricco di qualcosa che prima non conoscevi. Ogni uscita dai propri orizzonti ristretti amplia lo sguardo sulla vita, sul mondo, sul cuore dell’uomo.

Ecco la vita della Santa Famiglia, questa famiglia dicevamo un po’ speciale. Una vita da pellegrini e forestieri, ma una vita insieme.

E cosa vuol dire insieme? Ce lo suggerisce S. Paolo, là dove parla di “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità”. Dove parla di sopportazione reciproca, di perdono. Di sottomissione, di obbedienza. “Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori”. Che è poi quanto ci dice in altre parole anche il Siracide: il rispetto dei propri doveri all’interno della famiglia porta gioia, lunga vita, salvezza. In poche parole attira la benedizione di Dio, e quindi la sua pace.

E’ dunque il vincolo della carità che ci fa passare dall’io al noi, che ci stringe insieme come comunità, come Chiesa; che rompe il cerchio vizioso delle nostre solitudini e ci rende capaci di affrontare percorsi nuovi nella vita, forti del sostegno del fratello. E’ il vincolo di quella carità spicciola e semplice, fatta di gesti quotidiani, feriali, ma pieni di significato per chi li compie e per chi ne è oggetto. Gesti che sono stati ordinari anche in quella famiglia speciale che oggi stiamo contemplando: una famiglia santa e divina, ma tanto umana, come il Natale ci ricorda.

Certo, tra di loro tutto sarà stato spontaneo. Ma perché? C’è un segreto, che oggi ci vogliono regalare: “La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza”. Tra loro era presente la Parola, era presente Gesù stesso, Parola fatta carne. Sempre. Ecco allora il punto di partenza di tutto. La presenza di Gesù, che per noi oggi è presenza eucaristica, da una parte, e presenza della sua Parola, dall’altra. Ecco la fonte della carità, e quindi della pace, della gioia anche in mezzo alle avversità e alle contrarietà della vita. Ecco da dove attingere la forza per camminare insieme e affrontare quel viaggio verso l’Egitto, primo passo del lungo viaggio che porterà alla fine Gesù a Gerusalemme.

A questo punto ritorniamo pure davanti al presepio che ci attende a casa, rituffiamoci nella quiete di Betlemme. Il tempo liturgico ce lo consente. Ma non dimentichiamo che presto ci attende un viaggio, che Gesù stesso ci chiederà di accompagnarlo verso un “oltre”; e che sarà più semplice seguirlo se partiremo insieme, con le persone che la provvidenza ci ha donate come compagne di viaggio, perché ci amassimo a vicenda. Ecco perché esiste la famiglia, la comunità in cui vivo, la Chiesa: per darmi la possibilità di essere amato e di amare.

a cura delle Clarisse di Città della Pieve (Pg)


Add comment dicembre 26th, 2010

PERUGIA-CITTA’ DELLA PIEVE. IL MESSAGGIO AUGURALE DI NATALE DELL’ARCIVESCOVO METROPOLITA MONS. BASSETTI

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La notte più densa di tenebre fu squarciata da una luce irresistibile e gli angeli cantarono perché era nato il Messia. Nella notte di Natale le tenebre furono finalmente squarciate dall’annuncio dell’angelo: “ non temete, ecco vi annuncio una grande gioia; oggi è nato nella città di Davide un Salvatore che è Cristo Signore”. Quelle parole dirette ai pastori di Betlemme risuonano oggi per tutti noi “ non temete!”.Non abbiate Paura! Lui è la sorgente della speranza che affonda le radici nella fede e rafforza lo slancio nella carità.

In un’epoca in cui prevale il sentimento di “fluidità” che causa disorientamento, incertezza, stanchezza e talvolta smarrimento, la speranza diventa una bussola che aiuta a comprendere e a vivere l’oggi. E oggi più che mai c’è bisogno di speranza nella nostra amata terra Umbra. Ce n’è bisogno per i nostri giovani: vittime della disoccupazione, della precarietà e di mille altre insidie. C’è bisogno di speranza nelle famiglie dove le difficoltà economiche sempre più si fanno sentire – in Umbria una famiglia su otto vive in stato di necessità – e dove i rapporti si allentano troppo facilmente. Ce n’è bisogno per gli anziani, che hanno costruito il nostro presente e adesso soffrono la solitudine. C’è bisogno di speranza per i tanti immigrati che hanno scelto la nostra provincia per riscattarsi ma che, nonostante la buona volontà della gente, trovano numerosi ostacoli ad un loro inserimento nel tessuto sociale. Ce n’è bisogno nelle parrocchie che i nostri cari sacerdoti, guidano in un momento storico in cui  la gente appare delusa e ripiegata su se stessa. Inoltre c’è bisogno di speranza per il Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura di Perugia, che auspicavamo fosse trasferito presso l’ospedale Santa Maria della Misericordia; purtroppo, nonostante i numerosi annunci, ancora nulla è stato fatto.  Ma se allarghiamo i nostri orizzonti, c’è bisogno di speranza anche per l’Italia dove una continua instabilità politica rischia di sgretolare l’attuale sistema, rischiando di compromettere l’intero impianto del Bene Comune. Infine ha bisogno di speranza l’Europa. Non posso tacere su una recente iniziativa che mi ha profondamente turbato. Sono stati formulati degli “Eurodiari” ( calendari ) privi di ogni riferimento al Natale, alla Pasqua e a tutte le altre religiosità cristiane, mentre vi sono segnate soltanto festività di altre religioni. E’ un fatto che si commenta da solo.

Non temete e non abbiate paura! È il messaggio del Natale: la nascita di Gesù è l’unica nostra speranza e la comunità cristiana è chiamata ad esserne messaggera e testimone. I cristiani, soprattutto oggi, sono chiamati ad attuare una speranza “operosa” per rendere la nostra società sempre più aderente al disegno di Dio. Fratelli e sorelle accogliete dunque nei vostri cuori la gioia e la luce del Natale e divenite anche voi “angeli di speranza” per gli uomini e le donne del nostro tempo.

+ Gualtiero Bassetti, Arcivescovo

Add comment dicembre 25th, 2010

SPOLETO-NORCIA. IL MESSAGGIO AUGURALE DELL’ARCIVESCOVO MONS. BOCCARDO

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«Natale è la festa che si celebra in famiglia, luogo di vita e di educazione, di apertura al mondo e alla fede». Con queste parole l’Arcivescovo di Spoleto-Norcia mons. Renato Boccardo si rivolge ai fedeli in prossimità del Natale. Il presule celebrerà la messa della notte, venerdì 24 dicembre a mezzanotte, nella chiesa Cattedrale di Spoleto. Il giorno di Natale, invece, sarà a Norcia alle 11.00 nella chiesa concattedrale di S. Maria. «Facendo memoria della nascita di Gesù – afferma mons. Boccardo – non possiamo non rivolgere un pensiero particolare a quelle famiglie provate dalla sofferenza. Quante incomprensioni e divisioni avvolgono le nostre case. Quanta gente in silenzio e con grande dignità si confronta quotidianamente con la malattia. Penso a quelle persone che con difficoltà celebrano la festa del Natale a causa dell’attuale crisi economica. A tutti la Chiesa ribadisce che il Signore che viene, viene per tutti. Ciascuno sappia cogliere il messaggio che il Natale porta nella situazione che in questo momento sta vivendo: in quel bambino noi riconosciamo la Parola di Dio che viene ad abitare in mezzo a noi. Il  Natale – prosegue l’Arcivescovo - ci invita a guardare con occhi diversi alla nostra vita, sconfigge la paura e fonda la speranza, perché non  ci può essere paura se Dio è con noi (cf Rm 8, 31-39). La celebrazione della nascita di Gesù ci assicura che Dio non si dimentica dell’uomo. Non ci abbandona nella nostra impotenza e solitudine, ma viene – continua a venire – nel mondo, facendosi uomo tra gli uomini, per dare un senso alla nostra vita, per riscattarci dalla nostra debolezza, per dare una prospettiva e uno sbocco di

salvezza alla nostra storia, sottraendoci dall’insignificanza, dalla distruzione, dal vuoto della disperazione e del nulla».


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TERNI. L’OMELIA DEL VESCOVO PAGLIA PER LA CELEBRAZIONE DELLA SOLENNITA’ DEL NATALE 2010

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Care sorelle e cari fratelli,

il Vangelo del Natale inizia con il decreto di Cesare di fare un censimento dei cittadini dell’impero. E’ per questo decreto che Giuseppe si reca a Betlemme per farsi registrare. Fa pensare che anche la fine della vita di Gesù deve confrontarsi con Cesare, quando i Giudei dicono a Pilato: “se tu lasci libero costui, non sei amico di Cesare”(Gv 19,22). La vita di Gesù è un confronto con la grandezza umana, con la potenza degli uomini. Da una parte l’Cesare, l’imperatore, e dall’altra, prima un bambino e poi un condannato. Eppure questo Bambino e condannato è il vero Cesare, il vero Signore della storia. Non molti secoli fa, l’Occidente cristiano, colpito dalla forza della nascita di questo bambino e considerandola come il principio della rigenerazione del mondo, contò gli anni cominciando appunto dal Natale. Ancora oggi continuiamo a dividere la storia in “prima” e “dopo Cristo”, convinti che quel Bambino è il Salvatore, non altri, non altro. Purtroppo è facile oggi oscurare il Natale: basta lasciarlo assorbire dalle luci passeggere e continuare ad affidare la vita ad altri “signori” i quali, appunto, comandano sulla nostra vita. Spesso si festeggia il Natale senza neppure ricordando il festeggiato. Un esempio limite. Nel Regno Unito, la scorsa settimana, sono stati distribuiti 330.000 diari scolastici, a spese della Unione Europea, senza neppure ricordare il Natale. I curatori si sono scusati dicendo che non lo hanno fatto di proposito. Ma il problema è esattamente questo: la totale dimenticanza.

Eppure quel Bambino è il Signore venuto per liberarci dal male e per inaugurare un regno nuovo. Con Gesù, tutto cambia. Lo aveva predetto il profeta: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce”. E continua: “Perché un bambino è nato per noi…e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, principe della pace”. Oggi è nato il “principe della pace”. Certo, non è nato nella capitale dell’impero, ma in una cittadina di periferia, e neppure in una casa, ma in una stalla, e non ha le apparenze di un forte, bensì di un bambino, il più debole tra tutte le creature. Sembra tutto capovolto: da una parte Cesare Augusto a Roma, dall’altra un bambino in una stalla di Betlemme. Eppure il natale di questo bambino diventa l’unico senso della storia. Tutto è costruito in funzione di questo.

Ecco perché un antico cristiano, Efrem il Siro, chiamava il Natale: il giorno “amico degli uomini”. E cantava: “Il Natale ritorna ogni anno attraverso i tempi; invecchia con i vecchi, e si rinnova con il bambino ch’è nato… Sa che la natura non potrebbe farne a meno; come Gesù, il Natale viene in aiuto degli uomini in pericolo… Sia dunque anche quest’anno simile a te, porti la pace tra il cielo e la terra”. Sia il Natale di quest’anno un Natale “amico”. Ne abbiamo bisogno. Sono passati i primi dieci anni del Millennio; sono stati anni difficili, talora drammatici. La crisi economica purtroppo continua; sembra anzi allungare la sua ombra. E’ facile allora lasciarsi prendere dalla rassegnazione e ancor più dal ripiegamento su se stessi. Insomma, la difesa del proprio particolare diviene sempre la regola di vita per tutti. Ma in tal modo soccombiamo alla crisi.

Ecco però il Natale. Questa notte l’angelo ci dice: “Non temete!” Sì, non abbiate paura, non rassegnatevi, non rinchiudetevi in voi stessi. “Ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo. Oggi, nella città di Davide è nato per voi in Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia”. Chi avrebbe mai potuto immaginare che Dio sarebbe sceso sulla terra e apparso come un bambino, il più debole tra tutte le creature? Cari amici, Dio appare debole perché emergesse in tutta la sua forza l’Amore, quello con la lettera maiuscola, l’Amore allo stato puro, ossia l’amore gratuito, che non chiede la reciprocità, anzi, che chiede di amare i propri nemici e che giunge sino a dare la propria vita per gli altri. Il Natale parla di questo Amore. Lascia il cielo per venire tra noi, ma noi non lo accogliamo: “non c’è posto nella locanda”. Resta ugualmente e si contenta di una stalla pur di starci vicino. Il mistero del Natale è la manifestazione dell’amore di Dio per noi. In un mondo in cui crediamo di poter comprare tutto, il Natale ci parla di dono, di gratuità.

Quel Bambino, adagiato in una mangiatoia, non sa neppure parlare, anche se è la Parola incarnata. L’unica cosa che sa fare è piangere, come fanno tutti i bambini appena nati. Così dice quel tenero canto: “Dormi, non piangere, Gesù diletto”. Il pianto di Gesù Bambino è un pianto implorante; è quello dei bambini che ancora oggi sono sfruttati e violentati; è il pianto degli anziani, abbandonati ed esclusi dalla vita; l’altro giorno, vistando i malati in ospedale, ben quattro anziani mi hanno detto che volevano restare li perché altrimenti starebbero stati soli. Il pianto di Gesù è anche quello degli stranieri che implorano accoglienza e di coloro che continuano ad avere fame e sete nonostante che in altre parti del mondo il cibo e l’acqua si sprechino; è il pianto degli oppressi dalle guerre e dalle ingiustizie; è il pianto dei disperati e degli angosciati del nostro mondo ricco. Ed è anche il pianto di quegli operai che hanno già perso il lavoro e di quelli che rischiano di perderlo, e sono centinaia di migliaia… In questi giorni ho potuto toccare con mano quanto profonda sia l’implorazione di questi padri e madri di famiglia, lavoratori che vedono il loro domani messo in pericolo!

Il Natale inizia di qui, cari amici, dall’ascolto di questo pianto, dei tanti pianti del mondo di oggi, di quelli vicini e di quelli lontani. Il Bambino di Betlemme, a nome di tutti, chiede più amore, più impegno, più solidarietà, più visione, più creatività. E’ di qui che parte il Natale. Lo raccolgo in un “segno”: il pranzo di Natale per i poveri che si terrà domani qui in cattedrale. Circa trecento poveri, piccoli e grandi, italiani e stranieri, cattolici e non cattolici, prenderanno parte al pranzo di Natale in cattedrale. E’ un “segno” per dire che il Natale è vero. E’ Natale quando ai poveri viene mostrato l’amore gratuito di Gesù. Voi sapete che la mensa per i poveri, posta nel convento di San Martino, è aperta tutti i giorni dell’anno, eccetto il giorno di Natale, quando il pranzo viene preparato davanti all’altare. E’ per sottolineare, con la concretezza dell’amore, che il Natale è davvero “amico”, amico di tutti e particolarmente di chi è più povero. Care sorelle e cari fratelli, accogliamo il Bambino nel nostro cuore e rinasceremo all’amore. Il Natale è la rinascita dell’amore nei nostri cuori e tra tutti.

Add comment dicembre 25th, 2010

MONS. PAGLIA: “SE ACCOGLIAMO GESU’, TUTTO CAMBIERA’ “

paglia

Il Natale di quest’anno chiude il primo decennio del nuovo secolo. Un decennio difficile, talora drammatico. E sembra che getti le sue ombre amare su quello che viene. La crisi non è superata, anzi fa sentire ancor più il freddo. Una strana nebbia sembra avvolgere le nostre città, la regione, il Paese, l’Europa e l’intero pianeta. Di fronte a tutto ciò è facile rassegnarsi al presente e ripiegarsi su se stessi, difendendosi dagli altri. Ma ecco il Natale. Il Natale torna per interrompere il buio e diradare la nebbia. Natale non significa forse rinascita e speranza di un tempo nuovo? Quel Bambino è la speranza, anzi l’inizio di un tempo nuovo. Non molti secoli fa, l’Occidente cristiano, colpito dalla forza di questa nascita e considerandola, a ragione, come il principio nella rigenerazione del mondo, contò a lungo gli anni cominciando appunto dal Natale. Ancora oggi dividiamo la storia in “prima” e “dopo Cristo”. Quel che ci viene chiesto è accogliere quel Bambino nel cuore. È lui infatti il Salvatore, non altri, non altro. Purtroppo è sempre più facile snaturare il senso del Natale rendendolo un momento fiacco, debole, una data che passa senza lasciare traccia. Viene il 25 dicembre, le città si illuminano, ma poi, con la fine della feste, tutto viene risucchiato nella normalità, tutto continua come prima. Anche chi vive il Natale in maniera religiosa rischia di relegare il Natale, e quel Bambino, dentro le chiese. Ma così tutto resta uguale. Con Gesù, invece, tutto cambia. Quel che conta è accoglierlo nel cuore. La rinascita infatti inizia sempre da dentro, dal cuore di ciascuno di noi. Il mondo, questa nostra città, anche il nostro Paese, rinascono solo nella misura in cui rinasciamo nel cuore, ossia se permettiamo a quel Bambino di suggerirci l’amore, di guidarci per essere operatori di fraternità, lavoratori per un mondo più giusto, più sereno, più pacifico. Il Vangelo del Natale parla di un angelo che apparve ai pastori, nel luogo del loro lavoro, mentre sentivano il freddo e il gelo della notte, e annunciò loro la nascita di un Bambino: “Non temete: ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo. Oggi, nella città di Davide è nato per voi in Salvatore, che è Cristo Signore”. È senza dubbio incredibile che Dio venga sulla terra e accetti anche una stalla; ma quel che lascia ancor più sconvolti è che si presenti come un bambino, il più debole tra tutte le creature. Perché? Per poter incontrare tutti, ma a partire dai più piccoli. È bello vedere in quella piccola famiglia nella grotta, circondata dai pastori, una delle immagini più vere della Chiesa. A Natale è il Bambino al centro, non noi, non i nostri problemi, non le nostre strutture, anche religiose. Al centro c’è quel Bambino. Come tutti i neonati non sa parlare, eppure è la Parola fattasi carne. Forse si esprime solo con un pianto implorante. Ebbene, il Natale chiede almeno di ascoltare il pianto implorante aiuto e protezione di quel Bambino. Assieme a lui lo chiedono i bambini poveri, sfruttati e violentati di ogni parte del mondo; gli anziani, anch’essi esclusi dalla vita; coloro che non hanno la speranza per un futuro sereno. Non chiedono molto, implorano solo di far parte della famiglia umana, di poter essere partecipi di una vita dignitosa. Lo chiedono anche gli stranieri, quelli che hanno fame e sete, gli oppressi dalle guerre e dalle ingiustizie, i disperati e gli angosciati del nostro mondo, gli operai che hanno perso il lavoro… In loro nome, il Bambino di Betlemme chiede a tutti un po’ d’amore, un po’ più di impegno, un po’ più di solidarietà. Natale: è una domanda di amore per i deboli. Quel Bambino è la persona decisiva non solo per la propria vita, ma per l’intera storia degli uomini. Chi guarda il Signore, e non se stesso o i tanti idoli di questo mondo, ritrova il senso della vita. Un Natale così è davvero “amico degli uomini”, dei deboli, dei piccoli. È l’augurio che ci facciamo gli uni gli altri, come quei pastori: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. Sì, andiamo fino a quel Bambino e accogliamolo nel cuore.

† Vincenzo Paglia vescovo di Terni – Narni – Amelia, presidente della Conferenza Episcopale Umbra

Add comment dicembre 24th, 2010

SAN FRANCESCO AL PRIMO PRESEPIO DI NATALE

Giotto_-_Legend_of_St_Francis

Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco disse … : « Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie ad un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello » …

E giunse il giorno della letizia ! Per l’occasione sono stati convocati molti frati da varie parti. Uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arrivò infine Francesco : vide che tutto è stato predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali ! La gente accorse e si allietò di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuonò di voci e le rupi imponenti echeggiarono di cori festosi. I frati cantarono scelte lodi al Signore, e la notte sembrò tutta un sussulto di gioia. Il santo era lì estatico di fronte al presepio, con lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebrò solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assaporò una consolazione mai gustata prima.

Francesco si è rivestito della dalmatica perché era diacono, e cantò con voce sonora il santo Vangelo… Poi parlò al popolo e con parole dolcissime rievocò il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme.

di Tommaso di Celano (circa 1190 – circa 1260), biografo di S. Francesco e di S. Chiara

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