Archive for settembre, 2010

In 622 pagine ricche anche di illustrazioni mons. Pietro Bottaccioli, vescovo emerito di Gubbio, narra i primi “2000 anni” della storia della Chiesa eugubina, che l’ha avuto come pastore dal 1989 al 2004.
Il volume (nella foto la copertina del libro), pubblicato da TMM e da Città Ideale, è suddiviso in dieci capitoli preceduti da un interessante e per alcuni aspetti inedito profilo storico della Diocesi di Gubbio dalle sue origini alla fine del ‘700, redatto consultando diverse fonti d’archivio, quindi di prima mano.
Il primo documento che prova l’istituzione della Diocesi eugubina fin dall’anno 416 è la “lettera decretale” di Papa Innocenzo I al vescovo locale Decenzio. Ricca è anche la bibliografia, che, insieme alle numerose fonti archivistiche fa del corposo volume di mons. Bottaccioli un’opera scientifica narrando la storia di una delle attuali otto Diocesi della Regione ecclesiastica umbra dalle sue origini all’anno del Grande Giubileo del 2000. E’ un intrecciarsi di eventi religiosi e civili eugubini collegati con quelli che hanno caratterizzato la storia italiana ed europea, grazie ai suoi principali protagonisti: i vescovi, ben 58 dal vescovo santo patrono Ubaldo (1129-1160). L’autore non si è sottratto neppure dall’approfondire con obiettività le vicende storiche che hanno segnato i periodi di “declino” della Chiesa locale, spesso legati con quelli della Chiesa universale. Nel contempo, ha messo nel giusto risalto i periodi più rigogliosi e fertili che hanno contribuito non poco a diffondere il messaggio di Cristo alle genti dell’eugubino e non solo.
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settembre 30th, 2010

Francesco d’Assisi, quando morì, alla Porziuncola, il 3 ottobre 1223 ebbe accanto, oltre ai frati, anche una donna: Jacopa dei Settesoli o Settesogli definita da Tommaso da Celano, biografo di San Francesco «…famosa per nobiltà e per santità nella città di Roma, aveva meritato il privilegio di uno speciale amore da parte del Santo» (Celano, Trattato dei Miracoli, n. 37). Jacopa – o Giacoma o Giacomina – nacque intorno al 1190 da una famiglia di origine normanna fu coniugata con il nobile romano Graziano Frangipane del ramo dei Settesoli, un’antica e potente famiglia romana. Dal loro matrimonio erano nati due figli, Giacomo e Giovanni (che ricoprirono il ruolo di senatori di Roma).
Il coniuge Graziano, morto prematuramente, affidò alla propria vedova l’amministrazione dei numerosi castelli e dei possedimenti sparsi per tutta la città e la circostante campagna.
Quando, nel 1209, i Penitenti di Assisi si recarono a Roma, per ottenere dal papa l’approvazione della loro “Regola”, la lunga permanenza nell’”Urbe” li obbligò a bussare ripetutamente a molte porte, tra le quali quella del palazzo dei Settesoli-Frangipane. Donna Jacopa li accolse con gentilezza e generosità. Le ripetute visite, i colloqui con Francesco diedero vita ad una solidissima amicizia, che fece del palazzo della nobildonna, rimasta vedova tra il 1210 e il 1216, la “casa dei frati”. Da allora, Jacopa dei Settesoli divenne la più valida collaboratrice del nascente “Ordine francescano” nella città dei Papi.
Attiva e risoluta, devota e affettuosa nei confronti dei francescani, Jacopa venne chiamata da Francesco: “frate Jacopa”. Nonostante avesse l’opportunità di vivere lussuosamente, ella seguì il modello di perfezione suggerito dal poverello d’Assisi, conducendo una vita austera e mettendo a sua disposizione i suoi beni ed il suo potere.
Quando Francesco sentì avvicinarsi la sua ultima ora, disse ad un frate di scrivere una lettera per Jacopa, per informarla della sua morte imminente, chiedendole di raggiungerlo alla Porziuncola. Ma per ispirazione divina la donna era già alla porta e portava con se gli oggetti che Francesco aveva chiesto per le sue esequie nella lettera: “un panno di color cinericcio, nel quale involgere il povero corpo del morente, e molti ceri, la sindone pel volto, un cuscino pel capo, e un certo cibo che al Santo piaceva (mostaccioli)”.
Dopo i funerali di Francesco“frate Jacopa” tornò a Roma per il breve tempo necessario a disporre gli affari familiari, poi tornò ad Assisi, dove trascorse il resto della vita vicino alla tomba del suo padre spirituale, in abito di povera e umile terziaria, dedicandosi alla penitenza e alle opere di carità. Morì l’8 febbraio 1239. Fu sepolta nella chiesa inferiore della Basilica di S. Francesco di Assisi, vicino all’altare che sovrasta la tomba del Poverello.
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settembre 27th, 2010

E’ sotto gli occhi di tutti che esistono famiglie malate, divise, infelici e in crisi. La cultura imperante che assorbiamo non è favorevole alla famiglia, e nemmeno la politica. Molte famiglie non hanno una sufficiente sicurezza economica e altre sono sciupate o infiacchite dalla esagerata agiatezza. L’eccessiva tassazione a cui le famiglie sono sottoposte dal fisco crea una situazione di insicurezza e di stanchezza. Il lavoro tiene divise troppe coppie, per troppo tempo, rendendo i coniugi estranei, incapaci di dialogare, negati alla vicendevole comprensione. Eppure, la famiglia italiana, nonostante tutto, “tiene”. Chi pensava di soppiantarla facilmente ha dovuto ricredersi. Non si vede nulla all’orizzonte di più valido sia per l’uomo che per la donna, sia per la crescita dei figli che per l’assistenza di malati e anziani. Il clima familiare resiste. È il pensiero consolidato, oltre le mode che passano, di sociologi e pedagogisti. È un po’ come per gli incidenti stradali: sono molti e gravi, ma se si pensa ai milioni di macchine in circolazione, c’è da stupirsi che il traffico funzioni ancora. Quando pensiamo alle infinite tentazioni di coppie in difficoltà, non aiutate a superare gli ostacoli, risucchiate da modelli effimeri ed accattivanti, non sempre richiamati dai valori su cui hanno fondato la loro unione, lontane dalla Chiesa e non sempre affascinate dal contagio di famiglie cristianamente autentiche, fa meraviglia che l’istituto del matrimonio conservi la sua solidità e la sua freschezza. Certo, ci sono famiglie “in difficoltà”, ma ci sono ancora tante famiglie “normali”. La maggioranza dei genitori continua ad amarsi ed accettarsi, a confrontarsi nella buona e nella cattiva sorte. In fondo, non c’è al mondo luogo più accogliente, con pregi e difetti, che la famiglia. Chi non è vissuto in famiglia difficilmente impara ad essere socievole, servizievole, democratico. Chi non è stato amato in famiglia sarà sempre incapace di amare. Nessuna scuola può insegnare ad amare e a stare insieme, nel rispetto e nel dialogo, come la famiglia. Chiunque crede alla forza dell’amore deve credere alla famiglia. Chi desidera un figlio felice lo deve educare all’amore. Ma l’educazione all’amore non si fa impancandosi in cattedra e impartendo lezioni. Si fa con l’esempio. Non è possibile comprendere alcunché del matrimonio come lo intende la Chiesa (sacramento) se non si è fatta una grossa operazione mentale (conversione) che approdi alla convinzione che l’amore è l’unica forza a produrre vita e a risolvere i problemi del mondo. Per il cristiano questo dovrebbe essere ovvio. Dio è amore e il suo modo di operare è soltanto e sempre amore. Occorre una vera e continua conversione per credere che, nella famiglia, solo i risultati ottenuti con l’amore sono veri e duraturi. Tutto il resto è fittizio, caduco, improponibile.
† Renato Boccardo Arcivescovo di Spoleto – Norcia
settembre 25th, 2010

Il Santo Padre Benedetto XVI ha dedicato la catechesi dell’Udienza Generale di mercoledì 15 settembre 2010 a Santa Chiara di Assisi (1193-1253), “una delle Sante più amate (…), vissuta nel XIII secolo, contemporanea di san Francesco. La sua testimonianza” – ha detto il Papa – “ci mostra quanto la Chiesa tutta sia debitrice a donne coraggiose e ricche di fede come lei, capaci di dare un decisivo impulso per il rinnovamento della Chiesa”.
“Nata nel 1193, Chiara apparteneva ad una famiglia aristocratica e ricca. (…) Anche se i suoi parenti, come accadeva allora, stavano progettando un matrimonio con qualche personaggio di rilievo, Chiara, a 18 anni, con un gesto audace ispirato dal profondo desiderio di seguire Cristo e dall’ammirazione per Francesco, lasciò la casa paterna e, in compagnia di una sua amica, Bona di Guelfuccio, raggiunse segretamente i frati minori presso la piccola chiesa della Porziuncola. Era la sera della Domenica delle Palme del 1211. (…) Francesco le tagliò i capelli e Chiara indossò un rozzo abito penitenziale. Da quel momento era diventata la vergine sposa di Cristo, umile e povero, e a Lui totalmente si consacrava”.
“Soprattutto al principio della sua esperienza religiosa” – ha ricordato il Papa – “Chiara ebbe in Francesco d’Assisi non solo un maestro di cui seguire gli insegnamenti, ma anche un amico fraterno. L’amicizia tra questi due santi costituisce un aspetto molto bello e importante. Infatti, quando due anime pure ed infiammate dallo stesso amore per Dio si incontrano, esse traggono dalla reciproca amicizia uno stimolo fortissimo per percorrere la via della perfezione. L’amicizia è uno dei sentimenti umani più nobili ed elevati che la Grazia divina purifica e trasfigura”.
“Chiara si stabilì con le prime compagne nella chiesa di san Damiano dove i frati minori avevano sistemato un piccolo convento per loro. In quel monastero visse per oltre quarant’anni fino alla morte, avvenuta nel 1253. Ci è pervenuta una descrizione di prima mano di come vivevano queste donne in quegli anni, agli inizi del movimento francescano. Si tratta della relazione ammirata di un vescovo fiammingo in visita in Italia, Giacomo di Vitry” che colse “con perspicacia un tratto caratteristico della spiritualità francescana cui Chiara fu molto sensibile: la radicalità della povertà associata alla fiducia totale nella Provvidenza divina”.
“Per questo motivo, ella agì con grande determinazione, ottenendo dal Papa Gregorio IX o, probabilmente, già dal Papa Innocenzo III, il cosiddetto ‘Privilegium Paupertatis’. In base ad esso, Chiara e le sue compagne di san Damiano non potevano possedere nessuna proprietà materiale. Si trattava di un’eccezione veramente straordinaria rispetto al diritto canonico vigente e le autorità ecclesiastiche di quel tempo lo concessero apprezzando i frutti di santità evangelica che riconoscevano nel modo di vivere di Chiara e delle sue sorelle”.
“Ciò mostra come anche nei secoli del Medioevo” – ha rilevato il Pontefice – “il ruolo delle donne non era secondario, ma considerevole. A questo proposito, giova ricordare che Chiara è stata la prima donna nella storia della Chiesa che abbia composto una Regola scritta, sottoposta all’approvazione del Papa, perché il carisma di Francesco d’Assisi fosse conservato in tutte le comunità femminili che si andavano stabilendo numerose già ai suoi tempi e che desideravano ispirarsi all’esempio di Francesco e di Chiara”.
“Nel convento di san Damiano Chiara praticò in modo eroico le virtù che dovrebbero contraddistinguere ogni cristiano: l’umiltà, lo spirito di pietà e di penitenza, la carità”.
La sua fama di santità e i miracoli che grazie alla sua intercessione si verificarono, “spinsero il Papa Alessandro IV a canonizzarla solo due anni dopo la morte, nel 1255, tracciandone un elogio nella Bolla di canonizzazione in cui leggiamo: ”Quanto è vivida la potenza di questa luce e quanto forte è il chiarore di questa fonte luminosa. Invero, questa luce si teneva chiusa nel nascondimento della vita claustrale e fuori irradiava bagliori luminosi; si raccoglieva in un angusto monastero, e fuori si spandeva quanto è vasto il mondo. Si custodiva dentro e si diffondeva fuori. Chiara infatti si nascondeva; ma la sua vita era rivelata a tutti. Chiara taceva, ma la sua fama gridava” (FF, 3284). Ed è proprio così, cari amici: sono i santi coloro che cambiano il mondo in meglio, lo trasformano in modo duraturo, immettendo le energie che solo l’amore ispirato dal Vangelo può suscitare. I santi sono i grandi benefattori dell’umanità!
Infine il Papa ha ricordato che ancora oggi le Clarisse che “svolgono un prezioso ruolo nella Chiesa con la loro preghiera e con la loro opera, custodiscono con grande devozione” le parole di benedizione che Santa Chiara compose per loro.
settembre 23rd, 2010

Era fortemente attesa e desiderata da tutta la popolazione dell’Amerino la bella notizia di riaprire al culto e alla fruibilità dei fedeli la chiesa/santuario Santa Maria delle Grazie (edificata nel 1648) di Foce, e questo è avvenuto secondo tradizione, proprio nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa liturgica della Natività di Maria.
La festa a Foce è stata sentita fortemente non solo dagli abitanti del paese, tanto attaccati al loro santuario, ma anche dalla popolazione di tutta la comunità di Amelia, particolarmente presente con la parrocchia di San Francesco con il suo parroco don Sandro Bigi, ma anche con tanta gente venuta da Fornole, da Santa Maria in Monticelli, da Capitone e perfino da Terni.
Ha presieduto la concelebrazione don Francesco De Santis, come provicario del Vescovo, il quale dopo l’omelia sul significato liturgico e spirituale della festa mariana, con commozione ha ricordato che la sua ultima volta a Foce l’8 settembre risale agli anni ’60, tempi in cui seminarista, serviva all’altare e celebrava mons. Vincenzo Lojali, vescovo di Amelia. Don Francesco ha dato alla assemblea la bella notizia che il santuario a breve riaprirà in maniera stabile e definitiva. Infatti dopo i recenti contatti avuti, i superiori della congregazione dei Cistercensi, cui il santuario appartiene, hanno confermato la volontà di dare in uso alla diocesi di Terni – Narni – Amelia il santuario. Solo il tempo necessario per sbrigare le pratiche burocratiche, e speriamo si possa inaugurare solennemente con la presenza del nostro Vescovo la riapertura della chiesa al culto e alla venerazione dei fedeli.
settembre 21st, 2010

E’ da pochi giorni in libreria l’ultima fatica letteraria di suor Roberta Vinerba, teologa e catechista, delegata per la Pastorale diocesana di Perugia-Città della Pieve, dal provocante titolo “La vita non è un parcheggio. Giovani in cerca di futuro”. Il volume è di 320 pagine ed è edito dalle Edizioni Paoline (euro 15,00). E’ destinato, in particolar modo, a giovani, genitori, educatori ed animatori di parrocchie e gruppi giovanili.
«Lo stile del libro – sottolinea una nota di presentazione della Casa Editrice – è molto discorsivo, pur nel rigore di una documentazione sempre riferita con puntualità e chiarezza».
Suor Roberta dà una «chiave di lettura del mondo giovanile» soffermandosi su uno aspetto non affatto secondario: i giovani che scelgono di andare a vivere da soli. «In Italia, solo il 23,2% dei giovani che hanno un reddito sufficiente per andare a vivere da soli, ha di fatto messo in atto questa scelta, mentre la grande maggioranza, il 76,8% ha scelto di non diventare definitivamente autonoma. Perché? Che cosa nasconde una scelta di questo tipo? Molte possono essere le ragioni anche oggettive di questa scelta, ma l’Autrice ne individua una che potrebbe essere la chiave di lettura del mondo giovanile: la paura del futuro. Un recente Rapporto giovani dello IARD, a cui l’Autrice fa riferimento, così delinea il rapporto con il futuro dei giovani compresi tra i 15 e i 35 anni: Più che anticipare quello che verrà, i giovani sembrano piuttosto rispecchiare lo stato attuale di una società ripiegata sul presente che evita di guardare e di progettare il futuro».
Quest’ultimo libro di suor Roberta si sofferma anche su un altro importante aspetto: «i giovani prediligono il presente e hanno difficoltà a prendere in mano il timone della propria vita, preferendo scelte reversibili, senza imboccare la via dell’autonomia, anche rischiando, come del resto è stata prerogativa delle generazioni giovani, fino ad alcuni decenni fa. Questo atteggiamento si riscontra anche nell’ambito delle scelte di legami e di impegni definitivi. Molti giovani, attanagliati dalla paura di stringere legami definitivi, si condannano a una sorta di precariato esistenziale dove nulla è per-sempre. Scambiando la provvisorietà per libertà, essi sono in realtà vittime di un individualismo esasperato che estromette l’altro dal proprio orizzonte di senso e crea infelicità».
La Casa Editrice, nel presentare l’opera di suor Roberta, evidenzia che il volume traccia «un percorso sperimentato con successo dall’Autrice nell’accompagnamento pastorale di giovani e coppie di fidanzati e di sposi. Tema: la libertà umana. La proposta formulata dall’Autrice in queste pagine intende dimostrare che si è veramente liberi – e quindi felici – solo quando si sceglie di dare compimento alla propria esistenza, cioè quando si esce dall’indeterminatezza e si realizza la propria vocazione esistenziale attraverso una scelta di vita definitiva (matrimonio o professione religiosa)».
settembre 8th, 2010

La chiesa fu iniziata nel 1572 su progetto dell’architetto fiorentino Annibale de’ Lippi ed è considerata uno degli edifici di culto rinascimentali più belli dell’Umbria. Essa sorge nelle vicinanze della Porta San Matteo, in seguito detta “di Loreto”, in un area nella quale, già nel 1537, lo spoletino Jacopo Spinelli aveva fatto erigere una Maestà e l’aveva fatta affrescare dal noto pittore Jacopo Santoro da Giuliana, detto Jacopo Siculo. Il dipinto ebbe subito grande venerazione popolare perché sembra che fosse stato portato a termine in assenza del pittore, per intervento divino. La devozione nei confronti di questa immagine crebbe maggiormente a partire dal 1571, quando, nella notte tra il 20 ed il 21 Aprile, Spoleto fu scossa da un terribile terremoto cui seguì un lunghissimo sciame sismico. Il popolo terrorizzato ricorse allora all’intercessione dell’immagine prodigiosa e, miracolosamente, le scosse cessarono; inoltre, molti videro l’immagine della Madonna muovere gli occhi. Dato che la notizia dell’evento prodigioso si diffuse enormemente, si decise di costruire un grande edificio che racchiudesse al suo interno la sacra immagine e di rendere più decorosa la strada che conduceva ad essa tramite l’edificazione di un portico. L’architetto Annibale de’ Lippi progettò una pianta molto elaborata, a croce greca, che si addiceva perfettamente alle prescrizioni tridentine. All’esterno l’ordine superiore molto sviluppato in larghezza è spartito da lesene sormontate da un fregio liscio, con un risultato di grande semplicità e rigore spaziale; il portale fu realizzato più tardi, nel 1662. Il vasto interno è impreziosito da numerose cappelle ornate da dipinti e sculture soprattutto nel corso del XVII secolo: vi erano, ad esempio, tre tele del celebre pittore romano seicentesco Giovanni Baglione, attualmente presso i depositi del Comune. Al centro dell’edificio vi è la Cappella, ad imitazione della Santa Casa di Loreto, che ingloba la miracolosa Maestà del 1537.
settembre 7th, 2010

Con l’arrivo alla chiesa della Vittorina, si chiude il pellegrinaggio “Da Assisi a Gubbio. Il Sentiero di Francesco”. Ecco il messaggio conclusivo rivolto dalle famiglie francescane ai fedeli in cammino.
Il simbolismo di un pellegrinaggio svolto insieme contiene una ricchezza che va ben al di là dell’apparenza. Certo, è noto a tutti quanto importante sia il “camminare insieme” – come tanti anni fa insegnava un indimenticabile vescovo, il card. Michele Pellegrino – con tutta la fatica e talora il disagio umano che questo comporta. Differenze non facili di vedute, di sensibilità, di formazione, di mentalità e non ultimo – oggi più di ieri – di razza, rendono arduo il percorrere insieme questa lunga e intricata strada della vita, della quale il pellegrinaggio altro non è che un simbolo. Ma un simbolo estremamente eloquente. L’aiuto reciproco, la comprensione, la riconciliazione con se stessi e con l’altro costituiscono il primo grande stimolo alla costruzione di una città nuova che il pellegrinaggio può donare, se vissuto in tutti i suoi aspetti più o meno faticosi.
Per san Francesco d’Assisi la vita intera fu veramente un andare spedito e sicuro verso un orizzonte che non è raggiungibile, appunto perché orizzonte. Ma il suo non era l’orizzonte della semplice normativa religiosa o della devozione, era l’orizzonte – pur inafferrabile in questa vita – della piena riconciliazione con se stesso, con gli uomini, con il creato e con Dio.
Riconciliazione con se stesso: egli seppe riconoscere i suoi limiti, li seppe a poco a poco vincere confidando totalmente nella misericordia infinita di Dio. E seppe allora “perdonarsi”, attribuendo a Dio tutte le sue vittorie su se stesso, tutto il successo straordinario della sua avventura cristiana, tutto e pienamente il merito del movimento suscitato dalla sua intuizione.
Riconciliazione con gli uomini e con il creato significò per lui vivere una vita di rapporti gratuiti, nella quale veramente si invita a tavola senza calcolo, senza cercare il gruppo che detiene il potere.
Questo è forse un punto essenziale della nostra riscoperta – voglia il Signore che in questi tre giorni sia avvenuta – dell’itinerario del Regno. Dovremmo, in questi giorni, avere ricercato e sperimentato la bellezza di rapporti umani liberi dalla legge del contraccambio.
Noi, in forza della legge inesorabile del peccato originale, facciamo tutto secondo quella del contraccambio. E chi non la rispetta fallisce: non andrà mai ai primi posti. La nostra società – non soltanto quella del Terzo Millennio, certo, anche quella del tempo di Gesù e di san Francesco – sembra essere esclusivamente quella del do ut des, dove il gratuito non esiste. Il problema grave, infatti, si formula in questi termini: dobbiamo accettare fino in fondo le leggi di una società produttiva il cui principio è la competizione? Dobbiamo accaparrarci strumenti tecnologicamente sempre più sofisticati e quindi in grado di farci vivere al livello della concorrenza oppure no?
Non crediamo che sia semplice rispondere. Dire “no” significa dimenticarci che siamo nel gioco; d’altra parte, contestare questa logica, rifiutare questa potenza degli strumenti in nome di un rapporto umano più rispettoso del creato e più libero dalla irresistibile logica del potere, sembra essere l’unica via per riaffermare la vera dignità umana.
Da quale parte staremo? Non è semplice decidere, ma la riflessione e il cammino di questi giorni possono averci aiutati ad arrivare al nodo intimo da cui si divaricano due possibilità di immaginare la vita. La prima è quella della competizione, portata fino alle estreme conseguenze di quelle leggi economiche che plasmano la nostra coscienza affinché sempre segua la logica del consumo. L’altra è quella di un progetto di vita modellato sul rispetto del creato, sulla consapevolezza che esso, anche se non ci garantisce le ricchezze, ci assicura l’equilibrio, la gioia del bello, del rapporto gratuito con le persone e le cose. Che sceglieremo, dunque? Siamo nella impossibilità storica di una scelta perentoria. Eppure lo stare insieme, il sostenerci l’un l’altro, l’andare avanti senza timore (non importa dove, ma ben più il come), sono elementi che ci indicano che proprio nella riconciliazione con noi stessi e con i fratelli dobbiamo manifestare la nostra fede.
Infine, la riscoperta di Dio. Ciò significa riconoscere tre aspetti: l’intenzione eterna di Dio riguardo alle creature, intenzione che si manifesta nel suo amore; il nostro peccato, che è la contraddizione all’intenzione eterna di Dio; infine la Salvezza, che è l’adempimento dell’intenzione di Dio.
Se vogliamo scorgere, come in un epilogo, il progetto di Dio, dobbiamo guardare a Cristo risorto da morte. È in Lui che emerge l’intenzione eterna di Dio.
Il Risorto, ed Egli solo, ci offre la certezza che il nostro Dio è il Dio della vita. Noi aderiamo alla vita, e quindi lottiamo contro tutto ciò che nel mondo significa morte e strumento di morte. Convertirci vorrà dire dissociarci sempre e comunque dalle opere di morte. Ed è opera di morte anche il più nascosto e personale peccato che ha il micidiale potere di inquinare la bellezza della vita.
Affidiamoci dunque all’indicazione del Santo di Assisi. Accogliamo quella parola “pace” con la quale salutava chiunque gli si avvicinasse. La pace, attraverso l’esperienza del pellegrinaggio, diventi il nostro impegno quotidiano: se si rivelerà faticoso, rallegriamoci, perché solamente attraverso la via stretta evangelica si giunge alla luce della Risurrezione.
San Francesco fece la sua parte. La nostra, come egli stesso disse in punto di morte, ce la insegna Cristo, con la sua croce e Risurrezione. Solo se accoglieremo questa sfida al ripudio del peccato e alla scelta costante della riconciliazione, accoglieremo in noi il dono della salvezza.
settembre 4th, 2010