Archive for agosto, 2010

Il Comitato ecclesiastico regionale del grande Giubileo del 2000 ebbe il compito di individuare cinque itinerari da offrire ai pellegrini perché attraverso di essi si potesse pensare e rivivere la storia religiosa della nostra terra. Si definirono al riguardo l’itinerario benedettino-romualdino, francescano, della santità femminile, dell’Amore Misericordioso ed eucaristico. La Regione dell’Umbria rese possibile la realizzazione degli itinerari attingendo a finanziamenti dai fondi europei, e La Voce, con passione e professionalità, realizzò il progetto editoriale delle rispettive guide in sei lingue. Sono trascorsi ormai dieci anni dal grande Giubileo e il pellegrinaggio ancora continua in particolare sul sentiero francescano nella direzione Assisi-Gubbio. Sono pellegrini italiani e stranieri (specie del Nord Europa) che alla spicciolata ci si incamminano raggiungendo alla fine di ogni anno numeri considerevoli. Tenendo conto del fenomeno, da due anni ormai i Vescovi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino, mons. Sorrentino e di Gubbio, mons. Ceccobelli, in accordo con le Famiglie francescane hanno voluto cogliere l’opportunità di promuovere un pellegrinaggio annuale. Dopo la prima esperienza dello scorso anno, hanno inteso ripetere la iniziativa che copre tre giorni di cammino pedonale (42 chilometri circa) arricchendola con momenti di preghiera e di riflessione che aiutino l’itinerario interiore. Da quest’anno il tema proposto ai pellegrini è il tema della riconciliazione articolato in quattro anni: pacificazione con se stessi, con Dio, con i fratelli, con la natura. Il pellegrinaggio è iniziato il 1° settembre nel palazzo vescovile di Assisi dove avvenne la storica spogliazione di san Francesco e la sua definitiva rinuncia ai beni paterni. Il mattutino cammino è proseguito fino alla basilica di San Francesco per un doveroso saluto al Poverello, quindi scendendo da porta San Giacomo verso il Tescio per risalire sul colle di San Nicolò e scendere a Valfabbrica. Il 1° settembre la presenza della presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini, di Eros Brega, presidente del Consiglio regionale, di Marco Vinicio Guasticchi, presidente della Provincia di Perugia, ha accompagnato i primi passi dei pellegrini, tra cui anche membri dei Consigli regionali, provinciali, comunali. L’evento promosso dai Vescovi e dalla Famiglie francescane si è svolto col patrocinio della Regione e della Provincia, delle Amministrazioni comunali di Assisi, Valfabbrica e Gubbio, dalle Comunità montane Alta Umbria e Martani – Serano – Subasio e altri soggetti istituzionali, affiancati da privati e associazioni, ed è stato sostenuto dai servizi dell’Opera romana pellegrinaggi. A Valfabbrica il prof. Mazzotta, specialista in Neurologia e psichiatria, ha trattato il tema della riconciliazione con se stessi, mentre il giovane eugubino Ubaldo Cecilioni ha presentato la sua testimonianza al riguardo. Il secondo giorno l’antico santuario francescano di Caprignone è stata la meta principale. Il 3 settembre, apertosi con una liturgia a Vallingegno, è stato il giorno della discesa fino a Gubbio, presenti l’ex sindaco Goracci e l’attuale Maria Cristina Ercoli, per concludersi nella chiesa della Vittorina e in quella di San Francesco con la messa presieduta dal vescovo di Gubbio mons. Ceccobelli, che ha voluto raccogliere i frutti spirituali del pellegrinaggio, che ha guidato sull’intero cammino pedonale con comune edificazione.
† Pietro Bottaccioli Vescovo emerito di Gubbio
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agosto 27th, 2010

Dopo decenni di chiusara ai fedeli e al pubblico, per lavori di restauro e consolidamento nella parte esterna, la prestigiosa chiesa di Sant’Agostino di Narni riapre al culto, già da settembre anche grazie all’aiuto di alcuni volontari.
La chiesa di Sant’Agostino a Narni è stata edificata nei primi del ’300 dai frati agostiniani. La chiesa attuale, iniziata alla fine del XIII sec., presenta una facciata nuda ed un singolare ingresso. All’interno, essa si presenta a tre navate, divise da due file di pilastri sottili e slanciati. Il soffitto ligneo contiene una gigantesca tela raffigurante la Gloria di Sant’Agostino. All’interno si possono ammirare l’affresco della Madonna col Bambino sulle ginocchia tra Santa Lucia e Santa Apollonia (nella foto sotto) di Piermatteo d’Amelia; la bellissima Cappella di San Sebastiano affrescata sia nella volta che nelle pareti, è opera dei fratelli Torresani; lo splendido Crocefisso.

agosto 25th, 2010

La chiesa della Madonna delle Grazie fu iniziata a costruire nell’inverno del 1306, quando i frati Servi di santa Maria trasferirono la loro chiesa e il loro convento, edificati nel 1255 fuori Porta Sant’Andrea, dentro le mura di Città di Castello. Il 5 febbraio 1306 il vescovo autorizza il priore provinciale a porre la prima pietra per la nuova costruzione e i frati a celebrare gli uffici divini. Nel 1363 la chiesa risulta troppo piccola, per cui i frati decidono di ampliarla. Il 10 aprile il vescovo approva il progetto. Questa chiesa è consacrata il 16 novembre 1381.
Nel 1456 il pittore Giovanni di Piamonte (allievo e collaboratore di Piero della Francesca) dipinge l’icona della Madonna delle Grazie, raffigurata in trono, con il Bambino sulle ginocchia, tra i santi Filippo Benizi (a sinistra di chi guarda) e Florido (a destra di chi guarda), e nell’atto di benedire Città di Castello. L’immagine, probabilmente posta in una nicchia costruita sul muro esterno della chiesa, da subito attira la devozione dei fedeli, tanto che nel 1465 è riprodotta sulla campana della torre comunale. Sembra che nel 1481 il comune di Città di Castello abbia riconosciuto la Madonna delle Grazie come patrona della città, mettendo anche a disposizione del denaro per il restauro degli organi della chiesa, affinché la beatissima e gloriosissima Vergine, Madre di Misericordia, interceda presso il Signore per la pace e la salvezza della gente di Città di Castello (come si legge nella delibera del comune). In ogni modo, il riconoscimento di patrona della città da parte del Comune è documentato nel 1783; successivamente la Madonna delle Grazie è riconosciuta anche patrona della diocesi. Nel 1489 viene costruita l’attuale cappella.
Dunque, il primo nome della tavola dipinta da Giovanni di Piamonte fu Madonna della Misericordia, ma successivamente viene chiamata Madonna delle Grazie, e di questa denominazione si ha il primo documento nel 1571. Da allora questo nome passa a indica anche la chiesa, specialmente dopo che nel 1695 è abbattuto il muro che separa la chiesa dalla cappella: durante questi lavori è ritrovato l’affresco raffigurante il Transito della Beata Vergine Maria, attribuito a Ottaviano Nelli. Tra 1641 e 1643 Bernardino Gagliardi affresca le lunette con le Storie della vita di Maria e santi e profeti nella cappella della Madonna delle Grazie, consacrata il 3 luglio 1643. Nel 1703 la chiesa è restaurata, per riparare i danni causati da un terremoto verificatosi nei mesi di gennaio e febbraio, ma ben più radicale è la ricostruzione seguita al terremoto del 30 settembre 1789, che dà alla chiesa l’aspetto attuale.
È soprattutto i secoli XVI-XVIII che la devozione alla Madonna delle Grazie si diffonde sia in città che in diocesi. nel 1558, ad esempio, la Madonna delle Grazie viene scoperta alla pubblica venerazione per chiedere la fine dei ripetuti terremoti. Due anni dopo, il governatore pontificio ordina l’apertura degli sportelli della Madonna delle Grazie per pregare la Vergine chiedendo la grazia della guarigione di un uomo di nome Antonio Francesco. Nel 1568 la Madonna delle Grazie viene portata in processione per chiedere la “serenità dell’aria”. In quest’anno risiede per sei giorni a Città di Castello il duca di Parma, Ottavio Farnese, che ogni giorno prega davanti all’immagine.
Sono solo frammenti di una lunga storia di fede e devozione, fatta da tanti nomi di gente del popolo che ogni giorno ha portato ai piedi dell’immagine della Vergine Maria le proprie gioie e le proprie preoccupazioni, le proprie angosce e le proprie speranze. Il 5 maggio 1571 in un documento del comune si parla per la prima volta dell’immagine della Vergine venerata nella chiesa dei Servi di santa Maria come “Madonna delle Grazie”. Progressivamente la cappella diventa il santuario mariano cittadino, tanto da attirare la pietà anche di illustri personaggi. Nel 1575, ad esempio, san Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, celebra la messa all’altare della cappella, e l’immagine viene scoperta alla pubblica venerazione per chiedere la fine della prolungata siccità. Lo stretto legame tra il comune di Città di Castello e la devozione alla Madonna delle Grazie si rafforza ulteriormente nel 1581, quando il comune riconosce la miracolosa intercessione della Vergine Maria per l’ottenimento del bel tempo e riceve una delle tre chiavi che aprono lo sportello che copre l’immagine della Madonna delle Grazie (le altre due sono tenute dal priore del convento e dal priore della Compagnia). È ancora il comune a convalidare il nome popolare dell’immagine: il 25 aprile 1614 il consiglio del comune delibera lo scoprimento dell’immagine di Santa Maria delle Grazie. Da ora in poi sarà questo il titolo ufficiale dell’immagine, mentre in precedenza chiesa e immagine erano indicate con gli appellativi di Santa Maria dei Servi o Madre di Misericordia. Infine, nel 1620, il comune offre due angeli per sostenere le corone sulle teste della Vergine e del Bambino in occasione dell’incoronazione della venerata immagine.
Tra 1861 e 1866 i frati Servi di santa Maria lasciano la chiesa, a seguito della soppressione degli ordini religiosi da parte del nuovo governo italiano, e l’officiatura è curata dalla Compagnia della Madonna delle Grazie, che era stata fondata nel 1514. Tra gli anni ’60 e ’70 la Compagnia cura il completamento dei lavori di ampliamento della chiesa, con la costruzione della nuova abside e la collocazione di nuove vetrate policrome. Ulteriore modifiche si hanno agli inizi del XIX secolo, con l’inserimento della nuova macchina per l’altare maggiore e la costruzione del fonte battesimale (1964), e dopo il 1965, per adeguare il presbiterio alla riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II. Dopo il ritorno dei Servi di santa Maria tra 1951 e 1962, nel 1963 la chiesa diventa parrocchiale.
La Madonna delle Grazie è stata a lungo venerata anche come protettrice dei professori e degli alunni delle scuole pubbliche. Nel febbraio 1703 la città è interessata da un fenomeno sismico, per cui la venerata immagine è esposta alla venerazione dei fedeli impauriti. In questa occasione si tengono processioni penitenziali e viene ripristinata l’antica usanza della visita all’immagine della Madonna delle Grazie da parte di tutti i maestri e gli scolari delle scuole pubbliche nel giorno di sabato. Nel tempo questa usanza decade, e viene ripristinata nel 1853. Ancora oggi durante l’anno scolastico gli studenti vi si ritrovano ogni giorno alle ore 7,45 per la celebrazione delle lodi mattutine.
agosto 22nd, 2010

È una festa liturgica molto sentita e partecipata nella Diocesi umbra, in quanto legata alla Santissima Icone conservata in Cattedrale, una preziosa tavoletta raffigurante la Vergine senza il Bambino e con le braccia alzate sullo stesso lato, secondo il tipo iconografico bizantino della Haghiosoritissa, dipinta probabilmente nel sec. XII e regalata alla città dal Barbarossa nel 1185 in segno di pace. Ogni anno l’Icone va pellegrina nelle parrocchie di Spoleto e poi, la sera del 14, secondo un’antichissima tradizione, il popolo di Dio la riaccompagna processionalmente in Duomo. E anche quest’anno la sera di sabato 14 agosto moltissimi spoletini hanno partecipato alla processione dalla basilica di S. Gregorio Maggiore a quella Cattedrale.
«Ringraziamo la Madonna, che è venuta per le nostre strade», ha detto l’Arcivescovo Renato Boccardo al termine della processione. «Certo, lungo il tragitto della processione ha visto strade antiche e case, testimonianza di tempi che furono. Ma, ha visto solo il passato?», si è domandato il presule. «Certamente no; Maria ha visto il presente, con occhi e con cuore di madre. E quando le cose si vedono con occhi e con cuore di madre, il presente perde la sua pesantezza, la sua equivocità, le sue molteplici polivalenze, e diventa annuncio di futuro: perché le madri portano e nutrono la vita, e la rendono giovane, bella e splendente; perché Maria conosce e avvolge con la sua tenerezza materna ciascuno di noi. Chiunque tu sia, Maria ti ama, semplicemente perché sei tu e perché Lei è tua madre, la madre che Gesù ti dona». Mons. Boccardo ha, dunque, ricordato agli spoletini che la maternità di Maria è per tutti: per chi è ripartito coraggiosamente dopo aver sbagliato senza dubitare del perdono di Dio; per chi lotta per una società più giusta, fraterna e felice, nella quale non si muoia di fame in mezzo agli sprechi di altri; per chi è scoraggiato e si rinchiude nell’angolo della vita privata; per chi accetta la Chiesa nonostante i suoi peccati e la pesantezza del suoi ministri e membri; per chi fa fatica a camminare o sta andando indietro; per chi vive e per chi sta per morire.
Poi, l’Arcivescovo ha affidato alla protezione della Madonna la città di Spoleto: «Madre, rendici degni di te! Abbiamo bisogno – ha detto – di riscoprire le inesauribili fecondità della tua maternità buona e trasfigurante. Ti chiediamo che il tuo ricordo fermenti a tutti i livelli della nostra città, rendendola più buona, più limpida, più sincera, più capace di dedizione, negata alla diffidenza e fuggitiva dall’odio, disponibile in ogni momento ai richiami della generosità che dona, della fraternità che si sacrifica e dell’umanità che perdona».
Domenica 15 agosto, invece, mons. Boccardo ha presieduto il solenne pontificale in onore dell’Assunta nella chiesa Cattedrale. «Guardando a Maria – accolta dalle schiere degli angeli ed incoronata dal Padre, così come Filippo Lippi la rappresenta nello stupendo affresco del catino absidale della nostra Basilica Cattedrale – l’intera vicenda umana, frammista di luci e di ombre – ha affermato il presule – si apre alla prospettiva dell’eterna beatitudine; se l’esperienza quotidiana ci fa toccare con mano quanto il pellegrinaggio terreno sia sotto il segno dell’incertezza e della lotta, la Vergine assunta nella gloria del Paradiso ci assicura che mai verrà meno il soccorso divino».
Con la solennità dell’Assunta sono divenuti effettivi i provvedimenti pastorali dell’Arcivescovo annunciato nello scorso mese di giugno. «Sapete tutti infatti, cari fratelli e sorelle – ha detto Boccardo nell’omelia – che numerosi sacerdoti sono stati chiamati ad assumere una nuova responsabilità pastorale per il bene delle diverse comunità della nostra Archidiocesi. Se da una parte queste “operazioni” hanno generato qualche sofferenza e dispiacere per gli inevitabili distacchi che provocano – sofferenza e dispiacere che dicono in maniera eloquente quanto la gente voglia bene ai suoi preti e quanto i nostri preti sappiano “donare la vita” per il popolo loro affidato -, dall’altra, i movimenti che si realizzeranno nelle prossime settimane possono costituire un vero momento di grazia per le singole persone e per le comunità. Innanzitutto perché permettono a tutti di fissare ancora una volta lo sguardo e il cuore su Cristo Gesù, l’unico che non cambia (cf Eb 13,8), l’unico vero pastore e custode delle nostre anime (cf 1Pt 2,25), al quale noi sacerdoti – mirabile e tremenda responsabilità – prestiamo la voce e i gesti mentre nei segni sacramentali rinnoviamo in suo nome il mistero della salvezza. E poi perché il cambiamento, se vissuto nella prospettiva della risposta libera e disponibile ad una chiamata (cf Gen 12,1), suscita novità, risveglia energie inaspettate, mette in movimento la mente e cuore, permette di rinnovare stili e schemi pastorali».
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agosto 17th, 2010

Seconda figlia di Damiano e di Giacoma, Chiara nacque a Montefalco, in provincia di Perugia, nel 1268. Presa d’amor divino, fin dall’età di quattro anni mostrò una così forte inclinazione all’esercizio della preghiera da trascorrere intere ore immersa nell’orazione, ritirata nei luoghi più riposti della casa paterna.
Sin da allora ella ebbe anche una profonda devozione per la Passione di Nostro Signore e alla sola vista di un Crocifisso era per lei come un monito di continua mortificazione, a cui si abbandonava volentieri infliggendo al corpo innocente le più dure macerazioni con dolorosi cilizi, tanto che sembrava quasi incredibile che una bimba di sei anni potesse avere non già il pensiero, ma la forza di sopportarne il tormento.
Consacratasi interamente a Dio, Chiara volle seguire l’esempio della sorella Giovanna, chiedendo di entrare nel locale reclusorio, dove fu accolta nel 1275. La santità della piccola e le elette virtù di Giovanna fecero accorrere nel reclusorio di Montefalco sempre nuove aspiranti, per cui ben presto si dovette intraprendere la costruzione di uno più grande, che, cominciata nel 1282, si protrasse per otto anni tra opposizioni, contrasti e difficoltà di varia natura. A causa delle ristrettezze finanziarie, per qualche tempo durante i lavori Chiara fu incaricata anche di andare alla questua.
Il vescovo Gerardo Artesino, con decreto del 10 giugno 1290, riconobbe la nuova famiglia religiosa, dando ad essa la regola di s. Agostino e autorizzando in pari tempo l’accettazione di novizie. Il novello monastero fu chiamato “della Croce”, su proposta di Giovanna, che ne venne subito eletta badessa.
Alla morte della sorella (22 novembre 1291), Chiara fu chiamata immediatamente a succederle nella carica, contro la sua volontà e nonostante la giovane età.
Nella sua vita si comportò sempre in modo esemplare. Raccomandava vivamente alle consorelle spirito di sacrificio e impegno personale nella realizzazione di una solida vita spirituale. Godette di scienza infusa e difese vivamente la fede. Si distinse per l’amore alla passione di Cristo, ed ebbe molto a cuore la devozione alla Croce. Negli ultimi anni affermava insistentemente di avere impressa nel suo cuore la Croce del Signore e, dopo la sua morte, avvenuta nel suo monastero della Croce in Montefalco il 17 agosto 1308, le consorelle volendo provare il senso delle sue parole, avendole estratto il cuore, vi trovarono impressi i segni della Passione.
Erano trascorsi solo dieci mesi dalla morte di Chiara, quando il vescovo di Spoleto, Pietro Paolo Trinci, ordinò il 18 giugno 1309 di iniziare il processo informativo sulla sua vita e sulle virtù; poiché, però, avvenivano sempre nuovi miracoli e aumentava la devozione per la pia suora di Montefalco, molti fecero viva istanza presso la S. Sede per la canonizzazione di Chiara. Dopo un lungo processo di canonizzazione solo l’8 dicembre 1881 la beata Chiara da Montefalco fu solennemente canonizzata da Leone XIII.
Il 30 ottobre si celebra la festa “Impressio Crucifixi in corde S. Clarae”.
Nel Santuario di Santa Chiara della Croce, custodito dalle Monache Agostiniane, si trovano le seguenti reliquie: il corpo della Santa, il busto d’argento con il cuore di S.Chiara, la Croce con i segni trovati nel cuore di S.Chiara, il pettorale con le reliquie.
Santuario di Santa Chiara della Croce
via Giuseppe Verdi 23 – MONTEFALCO (PG)
Tel. 0742 379123
Orario di apertura: 8-11,30 e 15-18
agosto 15th, 2010

Quello alla proprietà privata non è mai un diritto assoluto, bensì esso deve essere sempre “subordinato” al bene comune e alla destinazione universale delle risorse. Lo ha ricordato, nella mattina dell’11 Agosto 2010, ad Assisi il cardinale prefetto della Congregazione per il Clero, Cláudio Hummes.
Il porporato francescano ha colto l’occasione dell’annuale festa di santa Chiara per richiamare uno dei tradizionali – e spesso tra i più dimenticati – principi della dottrina sociale della Chiesa. E per ribadire il valore della povertà quando essa è liberamente scelta per somigliare a Gesù, che “pur essendo Dio, si è fatto povero e servo di tutti”. Povertà, che diviene “segno profetico” di un mondo più giusto e avvicina a quanti vivono di stenti e lottano ogni giorno per una condivisione equa dei beni terreni.
Hummes ha celebrato la messa nel protomonastero di Santa Chiara. Una celebrazione particolarmente importante – egli ha rilevato – perché avvenuta alla vigilia del giubileo per l’ottavo centenario di fondazione dell’ordine delle clarisse, che prenderà il via la domenica delle palme 2011 per concludersi con la festa di santa Chiara del 2012.
E nell’omelia il porporato si è a lungo soffermato sulla figura della santa assisana – come pure su quella di san Francesco – per spiegare il senso della “radicalità” della scelta di vita cristiana. Quella vissuta da Chiara nel XIII secolo – ha detto – è “una sequela di Cristo che può scuotere ancora oggi la nostra società e provocarla, innanzitutto in ciò che l’affascina maggiormente, cioè la ricchezza materiale, il denaro, il lusso, il dominio e la superiorità sugli altri. Chiara, infatti, ha seguito instancabilmente la strada della totale povertà e della perfetta umiltà. Questa strada la ha imparata da Gesù, che, pur essendo Dio, si è fatto povero e servo di tutti, per la nostra salvezza”.
Per Hummes, “il nucleo della sua scelta non è stato sostanzialmente altro che quello della scelta di Francesco, cioè seguire radicalmente il Gesù dei Vangeli, crocifisso, povero e umile. Fu così che Chiara scelse di vivere una radicale povertà, in fraternità. Chiara e Francesco hanno, per così dire, rivaleggiato nel vivere una povertà radicale, in fraternità: Francesco nella vita itinerante, senza nulla di proprio, con i suoi frati; Chiara con la sua fraternità, senza nulla di proprio, nel monastero delle “Povere Dame Recluse di San Damiano”, poi chiamate povere Clarisse. Una tale povertà radicale è stata voluta da Francesco e da Chiara per i loro ordini. Che per tale povertà non solo i singoli religiosi, facendo il voto, nulla possedessero di proprio, ma neanche lo stesso ordine o monastero, nulla possedesse, costituiva una vera novità”. Così quello che normalmente viene inteso come un limite o una disgrazia, per Chiara e per Francesco diventa addirittura un “privilegio”.
La Chiesa – ha proseguito il porporato – “osservava con preoccupazione questa “altissima povertà” di Chiara. Gregorio IX voleva attenuarla. Però, Chiara ha resistito con tutte le sue forze spirituali e chiese di viverla come un “privilegio”. Il Papa Gregorio allora si lasciò convincere da quella donna ispirata, dolce e forte. La lotta, però, per la conferma definitiva di tale “privilegio” è durata tutti i quarant’anni di vita monacale di Chiara. Solo qualche giorno prima della sua morte, nel 1253, arrivò dal Papa Innocenzo IV la solenne bolla papale di conferma definitiva”.
Per Chiara e Francesco, insomma, “la povertà era prima di tutto una forma radicale per amare e seguire Gesù, povero e umile, come presentato nei Vangeli. Una povertà che in Gesù rivelava anzitutto il grande mistero della kènosis, dell’umiliazione del Figlio di Dio nella sua incarnazione, passione e morte in croce”.
Tuttavia – ha rilevato ancora il porporato – “agli occhi della nostra attuale società, che dà la priorità al denaro e al potere, una tale povertà potrebbe apparire come un limite e una disgrazia. Invece, in Chiara e Francesco, si è mostrata una via di libertà interiore, di adorazione a Dio e di servizio amorevole agli altri. Il non avere nessuna proprietà, ma solo l’uso delle cose, ci rende veramente liberi dalla ricerca sfrenata delle ricchezze materiali, spesso a danno degli altri, che non hanno neanche il necessario per vivere degnamente”. D’altra parte – ha aggiunto – “la Chiesa riconosce il diritto alla proprietà privata, non come diritto assoluto, ma subordinato al bene comune, subordinato al principio della destinazione universale dei beni terrestri, ossia, sotto ipoteca sociale”.
Chiara e Francesco, in ogni caso – ha concluso – “hanno rinunciato anche a qualsiasi diritto di proprietà, conservando solamente l’uso delle cose. Così, la loro povertà radicale diventa un segno profetico di un mondo più libero, giusto e fraterno. Ma è anche un atto di adorazione verso Dio, perché riconosce che tutto appartiene a Dio e non a noi. Dio ci offre i beni terreni. Questi sono un dono di Dio, destinati da Lui a essere utili per il sostentamento degno di tutti gli essere umani. Riconoscere Dio come il Signore di tutto il creato, è un atto di adorazione e diventa anche un atto di lode a Lui, quando, il non diventare proprietari, ci rende più capaci di contemplare Dio nel creato, senza l’avidità di chi vuole appropriarsene. Perciò, Francesco si sente anche fratello di tutto il creato e lo canta nel Cantico di Frate Sole. Al contempo, la povertà scelta e vissuta liberamente, alla luce di Dio, ci rende più disponibili nel condividere con i più poveri le cose che ci sono state date in dono. Ci rende vicini ai poveri e attivi nella lotta a favore della giustizia sociale e della condivisione equa dei beni terreni fra tutti i uomini e le nazioni”.
(Fonte: L’Osservatore Romano)
agosto 12th, 2010

Oggi 11 agosto la Chiesa rende omaggio alla memoria di santa Chiara d’Assisi. Ha appena dodici anni Chiara, nata nel 1194 dalla nobile e ricca famiglia degli Offreducci, quando Francesco d’Assisi compie il gesto di spogliarsi di tutti i vestiti per restituirli al padre Bernardone. Conquistata dall’esempio di Francesco, la giovane Chiara sette anni dopo fugge da casa per raggiungerlo alla Porziuncola. Il santo le taglia i capelli e le fa indossare il saio francescano, per poi condurla al monastero benedettino di S.Paolo, a Bastia Umbra, dove il padre tenta invano di persuaderla a ritornare a casa. Si rifugia allora nella Chiesa di San Damiano, in cui fonda l’Ordine femminile delle «povere recluse» (chiamate in seguito Clarisse) di cui è nominata badessa e dove Francesco detta una prima Regola. Chiara scrive successivamente la Regola definitiva chiedendo ed ottenendo da Gregorio IX il «privilegio della povertà». Per aver contemplato, in una Notte di Natale, sulle pareti della sua cella il presepe e i riti delle funzioni solenni che si svolgevano a Santa Maria degli Angeli, è scelta da Pio XII quale protettrice della televisione. Erede dello spirito francescano, si preoccupa di diffonderlo, distinguendosi per il culto verso il SS. Sacramento che salva il convento dai Saraceni nel 1243.
agosto 11th, 2010

Dal mese di agosto, alcuni servizi della Caritas diocesana di Terni hanno subito delle modifiche, essendo stati trasferiti in gran parte presso la sede centrale della stessa Caritas in strada di Valleverde 22.
Di seguito i nuovi orari e luoghi di distribuzione e accoglienza:
- il vestiario sarà distribuito il venerdì dalle 10,00 alle 12,00 nella sede del centro di ascolto di Sant’ Antonio in via Curio Dentato presso i locali della chiesa;
- Il centro di ascolto è stato trasferito definitivamente come unica sede presso i locali della Caritas diocesana e dell’associazione di volontariato San Martino siti in strada di Valleverde, 22 con orario di apertura dal lunedì al venerdì dalle 09,00 alle 13,00 (telefono 0744/430385)
- il servizio docce è stato trasferito presso i locali della Caritas diocesana e dell’associazione di volontariato San Martino ed è attivo dal lunedì al venerdì dalle 09,00 alle 13,00
- a tutti coloro che desiderano donare il vestiario si comunica che gli indumenti in buono stato di conservazione verranno raccolti esclusivamente presso la sede centrale della Caritas diocesana in strada di Valleverde, 22 a Terni (telefono 0744/428393).
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agosto 6th, 2010

Due anni fa furono più di quattrocento firme, appartenenti ad altrettanti cittadini narnesi ed una mobilitazione generale a “salvare” il monastero di S.Anna dalla chiusura. Stavolta non c’è niente da fare: entro il prossimo mese di settembre le due suore rimaste nella storica struttura di via Gattamelata a Narni dovranno andarsene ed il monastero chiuderà i battenti. Per sempre. Una decisione che ha gettato nello sconforto l’intera comunità narnese, legata al monastero di Sant’Anna da più di un secolo di storia. Dentro quelle mura sono cresciute cinque o sei generazioni di cittadini narnesi, che vi hanno mosso i primi passi, come piccoli scolari dell’asilo, poi delle elementari e delle medie. Una vera e propria istituzione, ridotta negli ultimi tempi ad una sorta di ostello per studenti universitari, nonostante il grande prodigarsi della madre superiora, suor Giovanna Maria Cocco, 60 anni, gli ultimi 16 trascorsi a Narni, che si è sempre impegnata per riempire con una serie di attività, dedicate prevalentemente ai giovani, quei grandi spazi.
La Madre Generale e quella Provinciale della Congregazione delle suore di Sant’Anna, dopo aver accolto due anni fa l’accorato appello dei cittadini narnesi che chiesero loro a gran voce di non chiudere il monastero, stavolta non si lasceranno commuovere dalla reazione emotiva della cittadinanza e dunque la decisione di chiudere la struttura e di trasferire in un monastero di Torino le due suore rimaste, appare irrevocabile. Il S. Anna di Narni fino al 1998 ha svolto una funzione educativa, poi il caldo demografico ed una serie di altre cause ne hanno determinato un certo ridimensionamento. Nonostante questo il Comune aveva affidato da alcuni anni a questa struttura lo svolgimento della parte più importante delle attività estive, per l’infanzia e l’adolescenza e quindi quel monastero ha continuato a rappresentare per la città una delle istituzioni che partecipava alle tematiche educative e sociali della comunità.
Ora che il dado è tratto bisognerà vedere cosa ne sarà del monastero, una struttura molto grande disposta su più piani e dotata di un grande parco, ricco di essenze. Bisognerà infatti vedere se la Congregazione deciderà di affittare questo grosso immobile, o se opterà per una sua vendita. Ma c’è anche una terza ipotesi, quella che né il Comune e tanto meno i cittadini narnesi si augurano e cioè che il monastero possa cadere in abbandono. Sarebbe davvero una beffa, che un immobile di tale prestigio, collocato in un punto strategico della città, dovesse fare la fine della classica cattedrale nel deserto.
(fonte Narninews)
agosto 5th, 2010
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